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Mastro Titta, il boia di Roma

Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

Parte 10 di 21
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XXXVIII.

Cinque impiccati e squartati in una mattina a piazza del Popolo.

Grandissimo rumore suscitò invece l’esecuzione che ebbi a compiere ai 18 del susseguente mese di marzo, nelle persone di cinque banditi, arrestati nella celebre macchia della Faiola, dalla quale avevano preso il nome; che dura proverbiale tuttora e durerà quanto il tempo lontano: I briganti della Faiola.

N’era capo Vincenzo Bellini; i compagni suoi Pietro Celestini, Domenico Pascucci, Francesco Formichetti, Michele Galletti.

Quando entrammo colla carretta, circondata dai birri e dai soldati, sulla piazza del Popolo, questa era gremita da migliaia e migliaia di persone, che si pigiavano come sardelle in un barile. Tutte le finestre prospicenti sulla piazza, e delle vie adiacenti donde si poteva vedere la piazza, erano affollate. Non un capitello, non un cornicione, non un cancello, non un albero, non una sporgenza che non fosse guarnita di gente. Era una stupenda giornata primaverile; il cielo azzurro irradiato di luce, il sole splendido, l’aere soavemente profumato dai giardini del Pincio e delle vicinanze. Pareva che la natura si fosse messa in festa, perché più solenne e memoranda riuscisse la tragedia legale.

Ci volle del bello e del buono per attraversare la piazza e giungere ai piedi del palco, sul quale coll’aiuto dei miei secondi avevamo rizzate le forche ed apprestati i ceppi per lo squartamento.

Tranne il capo, Vincenzo Bellini, s’erano tutti confessati e una dozzina di confortatori di vari colori circondavano i condannati, recitando preghiere e porgendo loro i crocifissi a baciare.

Giunti al palco, scesero prima i confortatori poi io con un aiutante, poi i suppliziandi, poi un altro aiutante, che avevo dovuto procurarmi.

Vincenzo Bellini doveva assistere alla esecuzione de’ suoi compagni ed al relativo squarto, prima d’essere giustiziato. Era un bell’uomo dalle forme atletiche, dalla barba nera fluente, dagli occhi corruscanti. Vestiva alla ciociara, come gli altri, ma non senza qualche eleganza ed in volgendo dal palco uno sguardo sulla folla, vide parecchi artisti, ed alcune dilettanti inglesi, che sbozzavano la scena e i ritratti, colla matita sui loro albums.

L’esecuzione dei primi quattro fu rapida quanto più poteva esserlo. Nessun tentativo di resistenza avevano fatto. Quando ebbi impiccato l’ultimo di loro, incominciai lo squartamento. Il sangue colava a torrenti e innondava il palco; io ne ero tutto inzuppato e così il Bellini che assisteva imperterrito alla carneficina, senza battere ciglio, senza che si alterasse il colore del suo volto, dalla tinta bruna rossiccia, senza che il giuoco de’ muscoli visuali tradisse in lui la più piccola emozione.

Non appena ebbi terminato di appendere alle travi del palco i quarti sanguinolenti degli appiccati, si udì un mormorio e un movimento nelle file più avanzate della folla e Vincenzo Bellini, strappati i legami che gli tenevano incrociate le mani, con uno sforzo sovrumano, tentò di buttarsi giù dal palco. Ma io fui pronto ad afferrarlo, mentre i soldati, appuntavano le baionette sopra di lui. Gli gettai al collo la piccola corda col nodo scorsoio ed afferrata per maggior sicurezza quella di soccorso, mentre il garzone lo sospingeva in su pei piedi lo portai sulla scala, donde lo lanciai nel vuoto.

In quel mentre s’udì nella folla, ancora nelle prime linee, un grido acuto, straziante, e si vedeva cento braccia, sollevare una giovane donna che pareva svenuta. Poco dopo si seppe che era morta per lo scoppio di un aneurisma.


XXXIX.

I briganti della Faiola.

Come mai era avvenuto l’arresto di quella famosa banda di briganti, che avendo per base delle sue operazioni e il ricovero abituale, quasi inaccessibile, nella macchia della Faiola, aveva per tanto tempo desolati i dintorni di Roma e dei Castelli fino oltre Velletri, aggredendo viaggiatori, corriere pubbliche, diligenze, vetture private, operando sequestri di persone e ricatti d’ogni maniera?

Un terribile dramma, ch’ebbe il suo epilogo ai piedi del patibolo, la mattina del 18 maggio, può solo spiegarlo. Forse, senza esso, né Vincenzo Bellini, né i suoi avrebbero mai salito le forche pontificie.

Eccolo.

Il governo, scosso dalle continue lagnanze che gli giungevano dalle potenze estere per le pessime condizioni della sicurezza pubblica nei dintorni di Roma, che mettevano a repentaglio la vita e gli averi dei forestieri, come e più di quella dei cittadini, si era deciso ad intraprendere una campagna brigantesca, ed a condurla con la massima energia. Furono ordinate pattuglie di soldati, guidate da esperti agenti, cogniti dei luoghi e rotti a tutte le malizie dell’arte malandrinesca e fu dato come per obbiettivo principale il bosco della Faiola.

La macchia fu perlustrata palmo a palmo, senza alcun risultato, e già stavano le pattuglie per rientrare a Roma a dar conto della loro inutile spedizione, quando un giorno uno dei segugi che accompagnavano birri e soldati, guardando per terra casualmente, vide delle ossa di pollo rotte e spolpate.

— Brigadiere, diss’egli al comandante della pattuglia, o io non ho più naso, o qui sento odore della selvaggina che cerchiamo. Guardate.

E così dicendo mostrò gli ossicini che aveva raccolto, chiedendogli:

— Sapete che son queste?

— Hai voglia di burlarmi? Sono ossa di pollo.

— No.

— Che cosa sono dunque?

— Sono un indizio.

— Indizio che qualcuno ha mangiato. Non ci vuol molto a comprenderlo.

— Pazienza, brigadiere. Chi ha mangiato questo pollo? io mi domando.

— Ecco il quesito.

— Siamo almeno a quattro miglia dall’abitato e non è possibile che si mandino qui dai paesi circonvicini i resti di tavola.

— Si capisce.

— A questi chiari di luna non è supponibile che una comitiva allegra della città o dei castelli, sia venuta a fare una colazione sull’erba, nel folto del bosco della Faiola, con quel po’ po’ di paura che ispirano i supposti suoi abitatori.

— Dunque?

— Dunque codesti abitatori devono essere tutt’altro che supposti, devono essersi trovati a poca distanza di qui, non prima di questa mattina, poiché queste ossa sono fresche, odorano ancora, e devono essere state spolpate oggi stesso.

Il brigadiere che aveva ascoltato con grande attenzione il ragionamento del segugio ed aveva avuto da questo rischiarata la mente, proruppe in un grido:

— Bravo! E aggiunse: — Se troviamo i malandrini, giuro di regalarti a mie spese una dozzina di polli, per stuzzicarti i denti, e due pinte di quello buono per lavarti bene lo stomaco.

— Grazie, brigadiere. Ora che ci resta a fare?

— Darne avviso ai comandanti delle altre pattuglie, e stabilire con essi una nuova perlustrazione concentrica della selva.

— Brigadiere, perdonatemi, ma tale non è il mio avviso, permettetemi che vi manifesti una mia idea.

— Parla.

— Ecco qui: non è supponibile che i briganti siano venuti a mangiare nel bosco, all’aria aperta, né che abbiano seminate le ossa passando: esse devono essere state gettate fuori da qualche nascondiglio, una grotta, una caverna, uno speco, un luogo qualunque insomma, nel quale sogliono ricoverarsi. Bisogna cercarlo: esso deve essere non molto discosto di qui... Zitti!

— Che c’è?

— Mi pareva di aver udito come un vagito.

— Sarà uno strido di qualche uccello di rapina.

— Forse è così. Dicevamo dunque che bisogna cercare il covo.

— Cerchiamolo.

Gli uomini della pattuglia assecondati dall’accorta guida, si diedero a frugare la macchia nei pressi, esaminando ogni crepaccio, rimuovendo fronde morte, pruni e liane, tastando ad ogni tratto il suolo col calcio del fucile, per sentire se c’era del vuoto sotto.


XL.

Cuor d’amante e cuor di madre.

Intanto in una grotta sotterranea accadeva una scena terribile.

Vincenzo Bellini, vi si trovava dentro solo colla sua ganza, una formosissima velletrana, dagli occhi incandescenti, dalle forme piene e tondeggianti, la quale porgeva il seno ad un poppante.

I compagni erano usciti fin dal giorno innanzi e non dovevano essere di ritorno che a notte inoltrata.

La bocca della grotta era chiusa e dissimulata da un’enorme pietra coperta di vellutello, sulla quale i malandrini ammucchiavano sterpi e foglie morte. Ma per un fenomeno acustico del quale non sarebbe agevole dare la spiegazione, all’interno del cavo si udiva perfettamente ciò che si diceva e faceva al di fuori e perfino il rumore dei passi.

Il capobrigante s’era subito accorto del passaggio dei soldati e non se ne era dato il menomo pensiero dapprima; ma udendoli fermarsi, incominciò a preoccuparsene, e la preoccupazione diventò spavento quando udì le parole della guida, che aveva scoperto le ossa.

— Maledetta! bestemmiò con voce soffocata, perché hai buttato là quelle ossa? Si direbbe che hai voluto perderci.

Intanto si sentiva rovistare intorno all’apertura della grotta e un colpo di calcio di fucile, fu pure battuto sulla pietra, ma il rumore fu attutito dal vellutello (musco). Ma le ansie del Bellini diventarono anco più atroci, quando il bimbo della sua druda, incominciò a piangere ed a vagire.

— Azzitta quel pupo! disse con urlo feroce.

Ma per quanto facesse la povera madre non c’era modo di farlo tacere. Piangeva, piangeva, e strillava sempre più acutamente.

— Azzitta quel pupo, ripetè il Bellini, se no lo ammazzo.

La povera donna si provò a coprirlo col proprio petto, immettendogli il capezzolo nella boccuccia..

E fu peggio.

Mezzo soffocato il bambino rovesciò indietro la testa e proruppe in un vagito straziante.

Fu allora che la guida della pattuglia lo avvertì. Udendo le sue parole il malandrino si lanciò come una belva sull’infelice creatura, ed afferratolo pei piedi, gli fracassò il cranio battendolo sul suolo. Orribile a dirsi! un pezzo di cervello spruzzò il volto della madre.

Un lampo d’odio terribile, brillò negli occhi della velletrana, ma non disse verbo.

In quel mentre la pattuglia, delusa nelle sue ricerche si allontanava.

Il giorno appresso, la ganza di Vincenzo Bellini usciva dalla grotta per recarsi a Velletri a far delle provviste. Non appena giunta in città, si diresse all’ufficio del bargello, denunziò la banda e porse tutte le indicazioni necessarie per prenderla.

La sera stessa Vincenzo Bellini e i suoi quattro compagni venivano catturati, dopo aver tentato invano di resistere, ferendo due dei più arditi birri che avevano voluto penetrare nella grotta, dopo aver rimosso l’enorme pietra che ne otturava l’apertura.

Non parve sazia ancora di vendetta e d’odio la velletrana. Volle assistere al supplizio del suo amante; ma dopo aver veduto quello de’ suoi compagni, quando venne la volta del Bellini, fu presa da tale impeto di dolore che il cuore le si spaccò.


XLI.

Un orrendo rogo.

Nove giorni dopo l’esecuzione dei cinque briganti della Faiola, dovetti trovarmi a Collevecchio per mazzolarvi e squartarvi Gioacchino De Simoni, l’uxoricida più singolare che sia passato per le mie mani.

Era un giovane contadino di non più di venticinque anni innamorato pazzamente di sua moglie Cencia, una donna della stessa sua età, di forme opulenti, leggiadra di volto, procace negli sguardi e negli atteggiamenti e spirante da tutti i pori una cert’aria di sensualità, non certamente fatta per tranquillare le angustie di un marito geloso.

Gioacchino lavorava assiduamente, giorno e notte per procurare alla sua Cencia tutti gli agi, tutti i conforti della vita, ch’erano compatibili con la loro posizione economica e col loro stato.

Egli non voleva che sua moglie accudisse ad altro che alla casa; le inibiva assolutamente le fatiche campestri, perché temeva che il sole avesse a sciupare la freschezza della sua pelle bianca e vellutata, a rendere dura la dolce linea delle sue spalle rotonde e delle sue braccia flessuose, di quelle braccia, i cui amplessi lo facevano delirare.

I migliori bocconi del pranzo e della cena erano per lei; pur vestendo il costume del paese i suoi abiti erano i più fini ed eleganti; la sua casa, per quanto villereccia, era pulita e fornita di tutto l’occorrente. Aveva un magnifico letto a spalliere di legno castano coi sacconi di foglie di panocchie di mais, materassi di buona lana e di finissima piuma, coltri morbide, lenzuoli di tela candida e una ricca coperta di broccato.

Era l’ara dove celebrava i suoi riti coniugali e aveva voluto che fosse degna della sua dea e delle ebbrezze che gli procurava.

Gioacchino De Simoni era aitante di persona e di simpatico aspetto. Prima di sposare la Cencia una diecina di fanciulle avevano sospirato per lui, e ammogliato invidiavano la fortuna toccata alla donna che l’aveva sposato.

Ma è raro il caso che marito innamorato non sia marito ingannato. I sacrifici che fate per una donna essa non li considera che come un tributo dovutole; essa aumenta il concetto di sé medesima e cresce per conseguenza le sue pretese in ragione dell’affetto che le portate.

Gioacchino non aveva minuto libero che non fosse a lei consacrato. Ma questi minuti erano scarsi, perché l’innamorato giovane lavorava sempre per far lieta e gioconda la vita della sua donna.

La Cencia dopo pochi mesi di matrimonio era stanca ed annoiata della solitudine in cui scorrevano le sue giornate e parte delle sue notti. Non essendo del paese, non aveva amiche, ma semplici conoscenze; non aveva parenti; spesso non sapeva come ammazzare il tempo, perché poco esperta nei lavori muliebri.

E intanto incominciavano a farsele intorno i giovani più scapati di Collevecchio. Quando la vedevano sul portoncino di casa le ronzavano attorno e cercavano di appiccar discorso con lei. Cencia rispondeva brevemente, perché temeva d’essere sorpresa da Gioacchino, ma incominciava a pregustare le delizie del frutto proibito..

Tra i molti che la corteggiavano si trovò uno, Menico Baldassini, che più degli altri le andava a versi. I colloqui sul portoncino diventarono più frequenti e più lunghi, finché un bel mattino, data un’occhiata intorno alla strada deserta ed assicuratisi che nessuno li vedeva, i due entrarono in casa.

Da quel dì, Menico tornava tutti i giorni dalla Cencia e vi rimaneva lunghe ore. La sua relazione si faceva sempre più intima; esordita come svago, era diventata una passione che assorbiva tutte le loro facoltà. Non vivevano che per amarsi e per godere.

E intanto Gioacchino lavorava, inaffiando di sudore le glebe ed irrorandone i teneri germogli.

Menico non entrava più dalla porta di strada, bensì da quella dell’orto, che immetteva nella stanza da letto nella quale entrava scavalcando una siepe. Ed erano abbracci, e carezze senza numero e senza fine.

Cencia divideva con lui il suo asciolvere, stendendo la bianca tovaglia sopra un tavolino della camera nuziale, proprio accanto al talamo contaminato. Mangiavano nello stesso piatto, bevevano nello stesso bicchiere, mischiando bocconi, sorsi e baci, tuffandosi in una ridda di voluttà perenne.

Gioacchino naturalmente nulla sapeva e nulla sospettava. La Cencia preferiva l’amante, ma non cessava di prodigarsi al marito come la consigliava la prudenza e forse la spingeva la sensualità.

Verso il meriggio di una tepida ed aulente giornata de’ primi di maggio, Gioacchino inebbriato dagli olezzi agresti, dall’acuto profumo dei fieni mietuti, provando una immensa sete d’amore si diresse a casa, per abbracciare la sua Cencia. Giunto presso la porta della stanza da letto, verso l’orto, sentì un sommesso cicalio di voci umane e si fermò:

— M’ami? chiedeva Cencia a Menico.

— Più della vita. E tu?

— T’adoro, angiolo mio. Se tu non fossi, che vita orrenda sarebbe la mia!

— Gioacchino?

— Non me ne parlare, vorrei essere sempre tua, tutta tua, solamente tua.

E le parole dei due amanti morirono nello scambio di un bacio.

Il povero tradito fece un passo, si accostò alla porta e vide la sua donna seduta sulle ginocchia di Menico, in completo abbandono, col guarnello rimboccato sulle ginocchia, il seno prorompente dal busto, cinta la vita da un suo braccio, e con una mano ne’ di lui capelli.

Una nube di sangue gli velò gli occhi, ma ebbe la forza di fuggire.

Errò pei campi tutto il giorno come un pazzo; soltanto la frescura della sera parve ridargli un po’ di calma.

Un furor freddo sottentrò alle sue furie: rincasò tardi e trovò la moglie già coricata.

Aveva concepito l’idea di una terribile vendetta e s’accinse a compierla.

Riempì un immane braciere di carbone e l’attizzò, finché lo vide in perfetta combustione. Poi prese due cavalletti e li pose a distanza di cinque palmi all’incirca e li assicurò al suolo, perché potessero resistere a qualunque scossa.

— Che fai? — gridò la Cencia dalla stanza da letto, svegliata da quel martellare.

— Preparo la mia cena.

— Ti prepari una scorpacciata di chiodi arrugginiti — disse la donna ridendo, e voltatasi dall’altra parte si riaddormentò.

Gioacchino preparò quindi un piccolo bavaglio e delle funicelle sottili ma resistenti, e terminati i preparativi, passò nell’altra stanza e si accostò al letto.

Cencia, mezza insonnolita, gli porse la bocca aperta per un bacio: Gioacchino le ficcò il bavaglio fra le labbra e i denti, e, in un baleno le cinse i polsi e le caviglie colle funicelle, senza ch’ella potesse dare un grido.

Sollevatala di peso la portò in cucina; adagiatala sui cavalletti, l’assicurò ai medesimi per le braccia e per le gambe, strettamente legandola, le pose sotto le reni il braciere ardente e stette a vedere l’effetto della combustione, assaporando a goccia a goccia l’atroce vendetta.

Sulle prime il corpo della Cencia dava in sussulti frequenti e, ad onta del bavaglio, le uscivano dal profondo del petto cupi gemiti. Ma non durò molto a sopraggiungere l’immobilità.

L’orrendo supplizio durò più di un’ora, in capo alla quale le belle forme della sposa infedele erano completamente carbonizzate.

La puzza di bruciaticcio e il fumo uscivano dalla porta spalancata verso l’orto, ma s’infiltravano pure per le fessure di quella verso la strada, diffondendosi per le vie, e Gioacchino sentì dire da una comitiva di giovanotti che passava:

— De Simoni va cuocendo un quarto di capretto per la cena della Cencia e non sa che gliele mette tanto lunghe.

Un riso sinistro, diabolico, gli sfiorò la bocca smorta e contratta.

Sorta l’alba, chiuse diligentemente le due porte, uscì e andò dal bargello.

— Chi siete? — gli chiese questi.

— Gioacchino De Simoni.

— Che volete?

— Vengo a consegnarmi alla giustizia.

— Perché?

— Perché ho ammazzato mia moglie.

— La cagione?

— Mi tradiva.

— Per così poco avete uccisa una donna? Non sapete che se tutti i mariti si comportassero così, presto il mondo si spopolerebbe.

Gioacchino ebbe il coraggio di sorridere delle facezie del bargello, ma un sorriso che metteva terrore.

— Come l’avete ammazzata? — riprese il degno funzionario.

— L’ho abbruciata viva.

— Seguite le buone tradizioni della Santa Inquisizione dunque? Bravo! Questo vi procaccerà forse le buone grazie dei giudici.

Gioacchino fu ammanettato e, preceduto dal bargello, circondato dai birri, fu condotto a casa sua. La gente si affollava dietro al corteggio e quando fu aperta la porta della sua casa, vi irruppe.

L’orrendo spettacolo strappò grida di indignazione, e i birri non ebbero a faticar poco per sottrarre l’uxoricida al furore della folla.

Le donne erano le più infuriate, le più inasprite. Lo coprirono d’ingiurie e di vituperi e lo accompagnarono fino al carcere lanciandogli immondizie e sputi.

Gioacchino De Simoni procedeva impassibile, non dando alcun segno né di rabbia, né di dispiacere, né di dolore.

La vendetta consumata lo aveva talmente soddisfatto, che qualsiasi pena gli sarebbe parsa leggiera.

Il processo fu subito istruito e prestamente sbrigato, perché il reo era confesso e diede tutti i particolari dei quali i giudici vollero essere informati.

Ascoltò la sentenza che lo condannava alla mazzolatura ed allo squartamento senza batter palpebra. Esortato a confessarsi, disse di non aver nulla sulla coscienza a rimproverarsi; che il suo delitto era un castigo ispiratogli da Dio e respinse qualsiasi conforto.

Mosse al patibolo con fermezza e subì il supplizio, al quale s’era da lungo preparato, colla massima indifferenza e lasciando un’impressione indelebile nella folla accorsa ad assistervi.


XLII.

La bella contessa — Tentazione.

L’anno 1817 lo inaugurai, il venti gennaio, decapitando per la prima volta in provincia colla ghigliottina, a Macerata, l’uxoricida Saverio Gattofoni. Da Pusolo, da Recanati, da Civitanova e da tutti i paesi circonvicini, era accorsa una folla immensa, per assistere al nuovo spettacolo, intorno al quale si erano diffuse le più strane dicerie. Si credeva che la ghigliottina agisse automaticamente per un interno congegno meccanico e non fu scarsa la sorpresa, quando mi videro giungere col condannato, salire con lui sul palco, legargli le mani dietro al dorso, spingerlo innanzi sulla piattaforma e premere il bottone per far cadere la mannaia. Quasi quasi pareva loro d’essere stati defraudati.

Saverio Gattofoni era un bel giovane di ventott’anni, cocchiere al servizio di una leggiadra e capricciosa signora, vedova da poco tempo d’un vecchio che l’aveva sposata per la sua straordinaria avvenenza, benché di umilissima condizione, appartenente cioè ad una famiglia del popolo minuto.

Saverio aveva per moglie una donna buona, lavoratrice, assidua ed economa, di non sgradevole aspetto e di discreto personale, di nome Giacinta Pozzuoli, la quale sentiva per lui, più che amore, una vera venerazione, e n’era da lui contracambiata, se non con pari intensità ed ardore, con sincero affetto. Ma il suo temperamento sensuale lo portava spesso in braccio d’altre donne, colle quali però non contraeva vincoli permanenti. Erano sfoghi, più che altro, della esuberante sua vitalità.

Del resto non aveva mai alzato gli occhi sulla contessa sua padrona, per la quale aveva la più grande soggezione benché sapesse che non era certo nata in un letto sormontato dalla corona comitale.

Una fredda sera di autunno Saverio, entrando a prendere gli ordini della sua signora, per l’indomani, prima di ritirarsi, la trovò sdraiata su una poltrona, innanzi al caminetto, coi piccoli piedi bianchi ed ignudi calzati da babuccie di velluto rosso ricamate in oro. Indossava una vestaglia di casimiro bianco soppannata di raso rosso, chiusa alla cintola da un cordone d’oro. Aveva la bruna capigliatura raccolta disordinatamente sulla sommità del capo tenuta ferma da uno spillone pure d’oro. Nessun’altro ornamento, né alle orecchie, né alle mani, né alle braccia che uscivano nude dalle ampie maniche della vestaglia, la quale aperta anche sul seno lasciava scorgere la candida gola, il principio di un seno torreggiante, coperto a mezzo dalla camicia di battista smerlettata, che colle sue trasparenze, rendeva più seducente.

Evidentemente la contessa aveva già fatta la sua toletta notturna e prima di coricarsi aveva voluto godersi le dolcezze di una fiammata crepitante nel caminetto, sormontato da un’alta specchiera lievemente inclinata, per modo da riflettere l’immagine della signora e la parte posteriore del salotto.

Non appena sollevata la portiera di stoffa, Saverio si fermò sull’ingresso, chiedendo indifferentemente:

— Ha ordini a darmi signora contessa?

Questa non rispose, ma si diede ad esaminare, guardando nello specchio, le sembianze del suo cocchiere. E pare che l’esame non gli riuscisse sfavorevole, perché le sue labbra voluttuose sbozzarono un sorriso.

— Signora contessa — ripetè Saverio, dopo aver atteso un poco, nella tema che la sua presenza non fosse stata avvertita dalla padrona.

La signora non rispose ancora. Si divertiva a vedere, sul riflesso della specchiera, il volto bello, ma corrucciato del cocchiere.

— Ha ordini a darmi? — ripetè un’altra volta Saverio.

— Hai fretta? — rispose finalmente con piglio canzonatorio la signora.

Saverio alzò il capo e i suoi occhi volgendosi a caso allo specchio incontrarono uno sguardo fiammeggiante della contessa riflesso dal medesimo.

Rimase attonito, comprendendo che i sensi di quella formosissima donna, dovevano trovarsi in quel momento di molto eccitati; ma neppure un pensiero gli traversò la mente, men che rispettoso per la sua padrona.

— Se ti lascio libero ora, dove te ne andrai? A gozzovigliare probabilmente.

— No, signora contessa, non ho questa abitudine. Me ne vado a casa da mia moglie.

— Ah! sì. Sei ammogliato. Me n’era scordata.

Così dicendo la signora fece un motto come di dispetto; poi soggiunse:

— Che mania è quella di ammogliarsi così giovani e di crearsi degli impicci.

— La famiglia — biascicò il cocchiere per dir qualche cosa e la contessa di rimando:

— La famiglia! La famiglia! se ne ha una quando si nasce, e si è sempre a tempo a formarsene un’altra prima di morire.

Scherzando coi fiocchi del cordone che le cingeva alla vita la vestaglia, ne aveva sciolto il nodo, e questa si apriva sempre più allo sparato, lasciando intravedere tesori, che incominciavano a ferire la fantasia facilmente accensibile del giovane cocchiere.