XLVIII.
Carità pelosa.
Dopo due o tre giorni, terminata la cena del prete, il cameriere gli chiedeva:
Don Asdrubale, non vorrebbe risciacquarsi la bocca con un bicchiere di Est-Est.
Perché no? Agostino tu sei un portento. Indovini i miei gusti. Stasera è proprio il nettare di Montefiascone che ci vuole. Portane un fiaschetto. Ne berrai anche tu.
Così mi scioglierà la lingua.
Hai qualche novità a comunicarmi?
Importantissima novità.
Affrettati. Non farmi morir d’impazienza.
Agostino aveva già preparato sulla dispensa il vino proposto e lo serviva tosto.
Dicevi dunque?
Ho parlato all’orzarola.
Ebbene?
È in cattivi rapporti col marito.
Già? Come mai?
È una storia lunga.
Raccontala più brevemente che sai.
I suoi genitori le avevano promesso due mila scudi di dote, dopo il matrimonio. L’orzarolo si è fidato della parola. Ma quando il matrimonio fu celebrato i due mila scudi non vennero.
È una bricconata, non ti pare?
Sì, e no.
Come sì e no?
Dal punto di vista dell’onestà, certamente è una bricconata, ma dal punto di vista dei nostri affari potrebbe essere molto utile.
Non ti capisco, spiegati meglio.
Ecco qui. Sbolliti i primi entusiasmi, l’orzarolo ha incominciato a molestar la sposa per la dote. La poveretta non ha più un momento di pace. Non so che farei mi diceva, per poterglieli buttare in faccia. Eh a voi non sarebbe difficile trovarli le risposi purché voleste. Chi volete che me li dia? domandò lei, ed io: Ci sono al mondo delle persone caritatevoli. Gli uomini non danno mai nulla per nulla mormorò l’orzarola, ed io di rimando Si capisce! Ma in fin dei conti, quando si tratta di levarsi da un impiccio e di farsi ben volere dal marito...
Don Asdrubale seguiva attentamente il discorso d’Agostino ed avendo questi a tal punto fatta una pausa, domandò anelante:
Ed ella?
Ella sorrise.
Buon segno! Ma due mila scudi, capperi, non sono un baiocco.
Li vale.
Pare anche a me.
Una sposina fresca, fresca...
È tutto quel che si può desiderare di meglio. Ma non li ho qui disponibili. Bisognerebbe che me li facessi mandare. Ne avrò in cassa un millecinquecento e mi servono per altre spese.
Parlando così, pareva che il prete ragionasse con se stesso: di quando in quando si interrompeva, come se il suo pensiero volasse altrove. Il cameriere seguiva cogli occhi ogni suo moto, ma non fiatava.
Non avete aggiunto altro? chiese improvvisamente il prete.
Abbiamo continuato il discorso. L’orzarola mi disse: sono pazzie! Io non conosco persone in Roma Per questo vi potrei aiutare, le risposi, c’è il mio padrone, sapete, don Asdrubale Sì, lo conosco; dicono che è un santo uomo E dicono il vero. Mi ha giusto parlato ieri di voi. Di me? Sì, di voi. Gli avete suscitato un desiderio vivissimo di parlarvi. Vorrebbe essere il vostro direttore spirituale Giusto non mi sono ancora confessata dacché venni a Roma. E credete?... Credo che se gli chiedeste i duemila scudi non ve li rifiuterebbe Magari! È un uomo tanto simpatico.
Simpatico m’ha chiamato?
Signorsì, simpatico.
E tu?
Io gli ho dato parola di parlarvene.
Dunque è disposta a venir da me?
A confessarsi sì. Giovedì suo marito deve recarsi a Genzano donde non tornerà che sabato, ella ne approfitterebbe, chiuso il negozio, per venire senza impicci.
Due mila scudi è un sacrificio un po’ grosso: ma lo posso sopportare senza disagio. Me li faccio anticipare domani dal mio notaio, e dopodomani sera, se viene, se sarà buona e compiacente...
Per questo, non può dubitare.
Se sarà buona e compiacente glieli darò.
Posso dunque parteciparle la lieta nuova.
Partecipagliela pure. Sai che quando ho deciso, ho deciso.
Don Asdrubale se ne andò a letto e sognò la bella orzarola. Agostino fece altrettanto e sognò i duemila scudi.
XLIX.
Concupiscenza punita.
Sull’imbrunire del giorno stabilito Agostino dopo aver preparato tutto l’occorrente per una gustosa cenetta fredda nel salotto ed aver preso gli ordini di don Asdrubale per l’indomani, lasciava il prete solo in casa ad aspettare la bella orzarola, la quale aveva posto a condizione, che nessuno l’avesse a vedere né nell’entrata; né all’uscita, né durante la sua fermata.
La giornata era stata calda ed afosa, ma al dopo pranzo s’era levata una fresca brezza che ingalluzziva il bravo ecclesiastico, e gli metteva la foia nelle vene.
Egli passeggiava impazientemente per l’appartamento: or fermandosi a guardare il buffet preparato dal solerte cameriere, con eleganza e profusione di ghiottonerie, poi entrando nella camera da letto, che doveva essere il teatro delle mutue confidenze.
E ogni tratto tirava fuori la ripetizione d’oro per consultarla; gli pareva che le sfere fossero troppo pigre a compiere i loro giri. La sua ansia si faceva di minuto in minuto maggiore.
Dopo aver guardato un’altra volta l’oriuolo, vedendo che mancava ancora un’ora a quella fissata pel convegno, pensò di schiacciare un sonnellino se gli veniva fatto, e abbassato il lucignolo della lampada a sospensione del salotto, sormontato da un globo di cristallo opaco e da un moderalume di carta di seta della China color di rosa, traforato, si sdraiò in un ampia poltrona e volgendo la mente alle imminenti delizie che gli erano promesse si addormentò.
Il tintinnio argentino del campanello dolcemente suonato lo svegliò di soprassalto.
Balzò in piedi, accorse alla porta e l’aprì. Una superba figura di donna, avvolta in un ampio scialle, e col grande cappello coperto da un fitto velo, che le nascondeva pure il volto e si annodava intorno al collo, guizzò per entro l’anticamera, porgendogli la mano guantata. Don Asdrubale vi posò un bacio, col piglio disinvolto di un abatino della reggenza e le disse:
Attendi un momento: chiudo la porta perché nessuno venga a disturbarci: anche le imposte delle finestre sono ermeticamente serrate al di fuori e nessuno potrà supporre che qui ci sia gente.
L’orzarola si inchinò lievemente in segno d’assenso, come avrebbe potuto farlo una gran dama.
Capperi! pensò il prete, mentre eseguiva ciò che aveva detto sembra una signora di qualità. Fortunatamente Agostino ha fatto le cose per bene... e il sacchetto dei due mila scudi è pronto.
Quindi afferratale colla destra una mano e passatole il braccio manco intorno alla vita la condusse nel salotto, attraversando prima una camera buia.
Ma tu vorrai sbarazzarti di questi impicci le disse poi tentando di toglierle lo scialle e di sollevarle il velo andiamo nella mia stanza da letto.
La donna accennò del capo assentendo.
E così, dal salotto, scarsamente illuminato, passarono nella camera, anche più buia, perché il lucignolo della veilleuse pareva vicino a spegnersi.
Dopo aver dato alla sua formosa visitatrice un forte abbraccio, don Asdrubale si volse per ravvivare la fiamma della veilleuse deposta sul tavolino da notte. Ma mentre si chinava sovr’esso un terribile colpo di pugnale menatogli dall’incognita, gli trapassava il collo.
Il povero prete cadde bocconi, immerso nel sangue, senza poter proferire una parola.
L’incognita si piegò sopra di lui, lo rivoltò e con un secondo colpo, gli spaccò il cuore. Accertatosi che non dava più segno di vita l’omicida si diede a frugargli nei taschini del panciotto e gli tolse una chiavetta, colla quale aprì un mobile che si trovava a piedi del letto, chiamato dai francesi secrétaire. I suoi occhi fiammeggiarono nel buio, sotto il velo, trovando il sacchetto dal quale aperse la borsa, sciogliendo la funicella, e vedendoci i due mila scudi in tanti napoleoni d’oro, nuovi di zecca.
Prese il sacchetto, frugò negli altri cassetti del mobile e ne trasse altri rotoli di monete d’oro e d’argento e ne fece un involto in una pezzuola, annodandone solidamente i capi.
Con questo bel furto, serrò di nuovo il secrétaire e ripose nel taschino del prete ucciso, la chiave, avendo cura di non macchiarsi di sangue.
Ritornato nel salotto, alzò il lucignolo della lampada poi si tolse il cappello e lo scialle e lo posò sulla poltrona, dove don Asdrubale aveva schiacciato l’ultimo sonnellino: allora sotto le muliebri mentite spoglie, apparve Agostino Del Vescovo, il fido cameriere del povero prete, che aveva finto di ottenergli il favore dell’orzarola, per meglio depredarlo.
Agostino si assise tranquillamente a tavola e mangiò d’ottimo appetito le ghiottonerie preparate, avendo cura di sporcare i piatti e le posate dei due posti, per far credere che alla cena avessero partecipato in due, il prete e la supposta amante.
Dopo aver ben mangiato e bevuto l’assassino tornò nella camera da letto e la scompigliò in modo da far credere che avesse servito per una lotta genetica, vi sparse delle forcinelle, una giarrettiera, ed altri piccoli ninnoli donneschi; quindi, se ne andò pian piano chiudendo la porta dietro di sé e asportando l’involto del denaro rubato, senza che anima viva lo vedesse.
Di lento passo scese da San Pietro in Vincoli alla Suburra, e aperta la porticina d’una di quelle case equivoche v’entrò e scomparve.
L.
La scoperta del delitto.
Il mattino seguente Agostino Del Vescovo si recò come nulla fosse accaduto nella notte, alla casa del prete.
Incontrato un inquilino della medesima, questi gli disse:
Siete ben mattiniero quest’oggi: già uscito e già tornato?
Sono uscito ieri dopo pranzo; il padrone mi ha dato licenza, volendo restar solo.
Non troppo solo, forse, ma ben accompagnato.
Che dite mai? Don Asdrubale è un sant’uomo: è un prete modello.
Sarà come dite voi, rispose sogghignando l’inquilino e se ne andò.
Agostino salì, aprì la porta di casa, poi le imposte del salotto quindi si affacciò col volto spaventato e gridò:
Aiuto! Aiuto! Hanno assassinato il mio povero padrone! Aiuto! Hanno ucciso don Asdrubale.
La gente accorse tosto a quella chiamata: in un momento la casa fu piena di persone e fra esse parecchi birri e agenti di polizia.
Agostino s’era buttato su di una poltrona, piangeva dirottamente e mandava gemiti strazianti.
Cionullameno venne arrestato e condotto innanzi a monsignor Fiscale il quale volle prendersi sopra di sé la cura di fare la luce su quell’assassinio.
La salma di don Asdrubale venne intanto trasportata al cimitero e l’appartamento sugellato.
Ma per quante indagini si facessero, per quanti interrogatori Agostino Del Vescovo subisse, la verità non poté venir in luce. Si stabilì che il prete aveva riscosso la mattina dell’assassinio duemila scudi in oro, e che questi erano scomparsi, insieme all’altro denaro che doveva avere in casa; si ammise la supposizione che don Asdrubale avesse passata la notte con una donna di malaffare, la quale doveva essere o autrice o complice del misfatto. Ma nulla più. E alla fin fine Agostino Del Vescovo dovette essere dimesso dal carcere.
Per rifarsi delle noie e delle pene subite; non riflettendo che la polizia avrebbe continuato a vigilarlo, si diede a menar vita allegra con una donna perduta della Suburra.
Una improvvisa perquisizione a costei condusse alla scoperta di una giarrettiera simile a quella abbandonata sul letto di don Asdrubale.
La meretrice venne arrestata e incolpata dell’assassinio del prete.
Sulle prime negò assolutamente, ma poi vedendo che le cose si mettevano male, temendo di dover essere tenuta responsabile del delitto, confessò tutto quello che sapeva; cioè che la notte dell’assassinio aveva prestato i suoi abiti al proprio amante Agostino Del Vescovo, e lo aveva vestito di propria mano da donna, avendole egli detto, che si trattava di una burla; che era ritornato da lei dopo la mezzanotte; e che da quel giorno lo vide sempre largamente fornito di monete d’oro.
Non appena avuta notizia dell’arresto della sua donna, Agostino aveva preso il largo, s’era recato ad Ancona, dove contava di prendere imbarco per il levante. Ma mentre stava per mandare ad effetto il suo proposito venne arrestato e condotto a Roma, dove l’abilità dell’inquirente lo condusse ad una completa confessione del misfatto.
Condannato alla decapitazione, non volle saperne di conforti religiosi e la subì cinicamente, gettando così quella maschera di devozione che aveva portato per tanto tempo.
LI.
L’assassinio di tre fanciulli Viltà del delinquente.
A pochi passi da Gubbio v’era un’amena villetta, abitata da agiati possidenti, che vi conducevano vita tranquilla e beata. Il padre attendeva anche a qualche piccolo traffico e sovente si assentava per due o tre giorni da Gubbio. La famigliuola restava allora affidata alle cure della madre, la quale, casta ed esemplare signora, educava ed istruiva da sé i suoi figli, Evelina, una giovinetta di dodici in tredici anni, Paolo, un ragazzo decenne e Luigi un bambino di quattro anni.
Una mattina de’ primi di agosto la signora Faustina, mentre suo marito era fuori, dovendo recarsi a Gubbio per qualche spesuccia, lasciò la casa affidata alla vecchia domestica Margherita e all’uomo di fatica Gaetano, raccomandando poi ad Evelina di vigilare i suoi fratellini.
Verso mezzodì mentre la Margherita erasi recata nell’orto per portare il desinare a Gaetano che vi lavorava con otto contadini, si presentò al cancello della villa un povero malconcio, il quale pareva volesse la carità.
Entrate, entrate, buon uomo gli disse Evelina a momenti tornerà la fantesca e vi darà qualche cosa da mangiare.
Il supposto mendicante, entrò, e traversato il cortiletto, penetrò nella sala da pranzo a terreno della villa, seguito da Evelina, che si stupiva della sua audacia.
Siete soli? domandò imperiosamente ai fanciulli l’incognito.
Soli, perché? rispose Paolo insospettito di quel contegno, e si diresse verso la porta intenzionato di chiamare aiuto. Ma il mendicante gli attraversò la strada e tratto un coltello, di sotto la giacca glielo immerse nel collo.
Luigi a quella vista, si diede a gridare come un’aquila, e Evelina corse a lui per fargli scudo del proprio corpo. Ma il masnadiero non indugiò e col coltello medesimo, ancor fumante del sangue di Paolo, colpì la giovinetta e il bambino rovesciandoli al suolo uno sopra l’altro.
Lo spavento e il dolore ammutolirono i due ragazzi.
L’assassino passò risoluto nella camera vicina, salì al piano superiore, conoscendo evidentemente le disposizioni della casa e giunto alla camera da letto, facendo saltare col coltello insanguinato le serrature dei mobili, fece ricco bottino di roba e di danaro, quindi ridiscese e giunse a guadagnare il cancello della villa.
Mentre usciva s’imbatté con Margherita che ritornava. Questa insospettita affrettò il passo e giunta nella sala da pranzo vide l’orrendo macello.
Il mendicante! Il mendicante, mormorò Evelina ferita.
Margherita pazza per il terrore si diede ad inseguire l’assassino che si era gettato attraverso i campi urlando:
All’assassino! al ladro!
Richiamati da quelle grida accorsero Gaetano e gli altri contadini e datisi ad inseguire il fuggitivo, giunsero a colpirlo con una terribile bastonata al capo, sul limite della macchia, alla quale si avviava.
Caduto, tentò di rialzarsi, ma i contadini gli furono sopra e l’avrebbero fatto a pezzi, se non era Gaetano a trattenerli.
Lo trascinarono sino alla villa, dove appresero tutti i particolari dell’orribile suo misfatto, da Margherita, che andava fasciando le ferite di Luigi ed Evelina. Il povero Paolo era già morto. Il fratello e la sorella furono salvati dalle pronte cure del medico chiamato da uno de’ villici.
Strettamente legato l’assassino fu condotto a Gubbio dal bargello e il 28 agosto, fui chiamato a Gubbio per eseguire sopra di lui la sentenza di decapitazione e squartamento, pronunziato dai giudici.
L’efferatezza del delitto, aveva talmente esasperata la popolazione di Gubbio, che si voleva ad ogni costo sottrarlo alla esecuzione della sentenza legale, quantunque gravissima, per martirizzarlo; convenne all’autorità mandare forte nerbo di truppa per proteggere il delinquente, mentre lo si avrebbe condotto dalle carceri al patibolo. Ma non appena la carretta uscì, si sollevò tale chiasso, che si dovette retrocedere e chiamare nuove truppe, le quali occuparono militarmente la piazza e tutti gli sbocchi delle strade che vi menavano, disperdendo la folla.
Allora soltanto si poté condurre al palco il delinquente, nominato Antonio Casagrande.
Eseguita la giustizia dovetti porre la testa in un canestro per andarla a piantare sulla porta della città, fuori della quale si trovava la villa, ove era stato commesso l’orribile delitto. Ma anche questo mi fu impossibile. Si dovette attendere la notte e il mattino raddoppiare le sentinelle perché non la staccassero.
L’esecuzione di Antonio Casagrande fu la prima operata da me, alla quale non assistesse altro pubblico che i birri, i gendarmi e i soldati. Gli urli della folla che stazionava innanzi agli sbocchi mettevano spavento al giustiziando, per modo che si dovette portarlo sul palco a braccia. Prima di porre la testa sotto la mannaia era completamente incanutito, segno del terrore dal quale era stato invaso.
Parmi d’aver già avvertito che gli autori degli assassini più feroci, si mostrano più vili innanzi al patibolo.
LII.
Grassazioni Omicidi Parricidi.
Tre settimane dopo eseguii un’altra decapitazione, al Popolo, in persona di Alessandro Papini, volgarissimo masnadiero, colto colle armi in pugno all’Acqua Traversa, dopo aver compiuto una grassazione, e il primo dicembre decapitavo pure sull’istessa piazza Domenico Gigli di Giacomo, appartenente a benestante famiglia romana, il quale in un impeto di bestiale furore trovandosi a caccia del cinghiale, ne’ dintorni di Maccarese, aveva sparato il fucile contro un contadino, che gli aveva fatto mancare un buon colpo.
Preso in pieno petto il disgraziato era caduto estinto.
Il Gigli era andato tosto a consegnarsi, e confessò il suo delitto, cercando di scusarlo coll’acciecamento prodottogli dal vino. Ma questo non valse a salvarlo dalla severità dei giudici, i quali, inesorabili, pronunziarono contro di lui sentenza di morte da eseguirsi colla solita macchina francese.
L’anno successivo lo inaugurai il 13 gennaio ad Ancona impiccando un ebreo rinnegato, che il suo antico nome di Angelo Camerino aveva voltato in quello di Giuseppe Angiolo, il quale aveva ucciso in rissa un cristiano. Il giorno susseguente, 14 gennaio, mi recai alla vicina Loreto, per tagliar la testa a un grassatore, Ambrogio Piscini; un altro ne decapitai il 23 febbraio a Perugia, in persona del malandrino Antonio Galeotti. E finalmente il 13 aprile ripresi le mie esecuzioni in Roma, tagliando la testa ad Andrea Emili, parricida, sulla piazza del Popolo.
Era costui figlio di un agiato massaio di Rocca Priora, uomo robustissimo benché innanzi negli anni, di forme erculee e d’animo deliberato. Benché possessore di molte pertiche di terreno, lavorava pur egli col figliuolo alla campagna e faceva pure il boscaiolo. La moglie gli era morta da parecchio tempo, e padre e figlio vivevano soli, e senza donne la casa non poteva andar bene, perché le serve, prese lì per lì, nuocciono più che non giovino.
Antonio Emili, disse un giorno al figliuolo:
Andrea, così non si va più avanti.
Perché?
Non vedi che manchiamo di tutto? Si viene a casa alla sera e non c’è mai nulla di pronto per la cena, e bisogna andarsene all’osteria. A mezzogiorno lo stesso. La festa non si trova la biancheria allestita. Se per caso ci avessimo ad ammalare non avremmo un cane per curarci.
Che ci posso fare io?
Ci puoi far molto.
Niente niente mi ho da mettere a fare il bucato ed a cuocere fagiuoli?
Non dico questo...
E che dunque?
Prendi moglie. Ormai sei presso a venticinque anni; è tempo di decidersi.
Dove la piglio?
Sciocco! Bisognerà dunque che ti provveda io anche la ragazza.
Non vi date questa pena.
Ne parlerò al curato.
Guardatevi bene dal farlo. Non voglio saperne di legarmi ad una donna.
È tale la tua decisione?
Tale.
Antonio Emili non era uomo di molte parole. Visto che il figliuolo non voleva prender moglie, sentendo il bisogno assoluto d’aver in casa una massaia e giudicandosi abbastanza forte in gambe per provvedervi da sé, si cercò una sposa e la rinvenne.
Una sera rientrando in casa disse al figliuolo:
Ti avverto Andrea che mi sono trovato una moglie.
Per me?
Non per te, per me.
Siete impazzito?
Antonio non era uomo di sopportare una ingiuria da chichessia, e tanto meno dal figliuolo. Batté i pugni sul tavolo e domandò all’Andrea:
Con chi parli?
Con voi, rispose l’altro audacemente.
Se mai ci avessi a ridire, puoi andartene anche subito tuonò il vecchio, frenandosi a stento.
Sono in casa mia.
Pidocchioso maledetto, sei in casa di tuo padre: ché tua madre buon’anima non ha avuto il becco d’un quattrino, e quanto posseggo è mio, assolutamente mio.
Non camperete mica sempre, né ve la porterete mica all’altro mondo la roba vostra.
Posso regalarla a chi mi pare.
Apposta non voglio che prendiate un’altra moglie.
Ah! tu non vuoi? esclamò sbuffando Antonio Emili. Aspetta.
Ed afferrato pel bavero della giacca il gracile Andrea, lo sollevò al di sopra della tavola, lo portò fino alla porta, apertala lo buttò fuori e richiusala tornò a sedere.
Di temperamento bilioso, sanguigno, l’Antonio Emili era di carattere estremamente impetuoso, ma buono di fondo.
Terminato di mangiare quel po’ di cena che si erano preparata, prese il lume ed uscì fuori per andare in cerca del figliuolo, ma per quanto frugasse e rifrugasse nei dintorni, non gli venne fatto di rintracciarlo.
Si sarà cacciato in qualche stalla, o in qualche bettola, concluse, e andò a dormire.
All’indomani mattina levatosi all’alba, andò nel bosco a lavorare. Ma dopo qualche ora sentendosi un po’ stanco ed insonnolito si stese sul ciglio di una stradicciuola e si addormentò profondamente.
Andrea aveva gironzolato tutta la notte inviperito contro il padre, concependo mille progetti di vendetta ed abbandonandoli tosto, stante la salutar paura che gli infondeva la forza fisica e il coraggio.
Pure trascinato dal destino, sul far del giorno entrò anche egli nel bosco e incominciò ad aggirarsi, come una belva famelica per la macchia più folta. Visto finalmente il padre lo seguì, senza osare di accostarglisi, ma sempre pieno d’odio e di livore. Fu solo quando lo vide addormentato sulla strada che gli balenò l’orribile idea di ucciderlo per vendicarsi.
E temendo che il pentimento gli invadesse l’animo, prima di compiere il misfatto, o di lasciarsi vincere da un assalto di terrore, senza por tempo di mezzo, in un balzo gli fu accanto, afferrò l’accetta, che il vecchio s’era deposto accanto, e gli menò tale un terribile colpo al collo, che Antonio Emili ebbe la testa spiccata nettamente dal busto, quindi si diede a fuggire disperatamente, come un pazzo senza meta. Ogni tanto si volgeva indietro, perché gli pareva di udire il suono dei passi del padre che lo inseguisse. Aveva i capelli irti sul capo, gli occhi sbarrati, quasi uscenti dall’orbita, il volto bianco come quello di un morto, le labbra livide e tremanti. La gente che lo incontrava, atterrita si buttava di fianco per evitarlo. La sua corsa continuò parecchie ore finché cadde esausto di forze e di spirito nelle mani di una pattuglia in perlustrazione. Riuscito impossibile trargli di bocca una parola sensata e vedendolo macchiato alle mani ed ai vestiti di sangue, i birri lo legarono e lo condussero a Roma sopra una carretta.
Il carcere gli ridiede animo, tra quelle tetre mura gli sembrava di trovarsi al sicuro dalla vendetta di suo padre, unica cosa di cui temesse. L’orrore ispiratogli dallo stesso suo misfatto lo aveva quasi incretinito.
Interrogato, raccontò al giudice per filo e per segno la storia del litigio avuto con suo padre, la sua cacciata di casa, l’errare che aveva fatto la notte pei campi, l’incontro nel bosco e l’assassinio.
Fu condannato alla decapitazione e subì la pena più morto che vivo, apparentemente, più che di fatto, confortato dai preti.
Eseguita la sentenza, dovetti prendere la sua testa dal paniere e portarla a Rocca Priora per infiggerla sulla porta. Questo feci di notte per evitare inutili pericoli.
LIII.
Due opposti temperamenti.
Decapitato Andrea Emili quondam Giuseppe Dolfi il 2 agosto, un forzato che aveva ucciso, al Colosseo, un suo compagno di pena, mi capitò in mano per lo stesso ufficio Raffaele Vattani romano, il quale aveva uccisa sua moglie in condizioni singolarissime e meritevoli d’essere ricordate.
Raffaele Vattani aveva sposato poco più che ventenne Romilda Sangeni, una bionda ragazza sui diciotto, tutta poesia, sentimento, idealità. Appartenenti entrambi a ricche famiglie borghesi, avevano di che condurre una vita allegra e brillante. Si amavano entrambi; ma in un modo troppo dissimile, come portavano i due diversi caratteri, i due opposti temperamenti.
Romilda gracile, delicata preferiva tutto ciò che è gentile e geniale; abborriva gli scatti impetuosi, le improvvise bufere, la parte dirò così tragica della passione. Il suo affetto per Raffaele giungeva alla adorazione, ma un’adorazione muta, religiosa, scaturente più dagli atti che dalle parole. Aveva per lui delle tenerezze quasi infantili, delle finezze che non avrebbero potuto esser comprese, se non da un’anima mite e soave, come la sua. I suoi abbracci le lasciavano nelle fibre delle vibrazioni lunghe, deliziose e snervanti insieme.
Raffaele, per converso, era di un temperamento che lo portava ai trasporti più violenti. Quando la foia lo investiva, non era più un uomo, ma una belva, che ruggiva d’amore e trovava sempre troppo freddi gli amplessi della sua donna. Ne seguivano scene terribili, dalle quali Romilda usciva disfatta.
La sua salute si alterò. Fu assalita da una malattia di languore, che faceva continui ed allarmanti progressi. I medici rimproveravano a Raffaele le sue esuberanze ed egli parve chetarsi e mutar carattere tutto d’un tratto. Diventò buono, docile, paziente, teneramente affettuoso. Non voleva che altri all’infuori di lui prestasse le cure a Romilda. Ebbe per lei le finezze previdenti di una madre, le solerzie di una suora infermiera. Le era sempre accanto, giorno e notte; le porgeva le medicine e gli alimenti, la adagiava sul letto, sollevandola come una bimba colle proprie braccia; ne la toglieva per metterla sulla poltrona a sdraio dove passava gran parte della giornata. La vestiva, la svestiva, le acconciava i capelli, l’adornava con eleganti cuffiette da mattina, che le provvedeva egli stesso.
La povera malata ne era rapita; dimenticava tutto quanto le aveva fatto soffrire e lo attribuiva all’eccesso del suo amore: si sentiva presa ogni giorno più di lui; solo per lui, si rammaricava che la vita le venisse meno; avrebbe voluto guarire per lui, per pascersi delle sue ebbrezze, per farlo felice com’egli desiderava.
Si avvicinava l’autunno e già sull’epidermide di Romilda, resa giallastra, squamosa, arsiccia dalla febbre, correvano i primi brividi del freddo invernale. Uscendo, d’averla visitata, il medico aveva detto piano a Raffaele:
Un mese ancora e non più.
Un mese e non più! ripeté colle labbra smunte e tremide l’ammalata, che aveva udito, poiché uno dei fenomeni della tisi è appunto lo straordinario acuimento dell’udito e dell’olfatto, e si contorceva le mani, in una muta disperazione.
Ho sete! mormorò poi, sentendo Raffaele che ritornava nella camera.
Ti servo subito rispose sollecito il pietoso infermiere e si diede a prepararle una limonata.
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