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Mastro Titta, il boia di Roma

Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

Parte 13 di 21
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LIV.

L’avvelenamento.

Era appoggiato al tavolo dietro le spalle di Romilda; ma questa rivedeva le sue sembianze, riflesse dallo specchio appeso alla parete opposta della camera, nel quale si compiaceva di guardarlo, con intensità d’affetto indescrivibile.

D’un tratto le sue guancie si colorirono di viva fiamma e i suoi occhi lampeggiarono.

Aveva veduto il marito versare nel bicchiere il contenuto di una piccola cartolina, che aveva tratta dalla tasca della sottoveste, non senza turbamento e guardandosi attorno sospettoso.

Raffaele le si fece innanzi e le porse la limonea. Romilda lo guardò fissamente negli occhi. Egli non seppe dissimulare un fremito di terrore; ma vedendola tracannare tutta quanta la bibita si rinfrancò.

— Mi ami, Raffaele? gli chiese poi con voce affievolita, in fondo alla quale c’era una sottilissima punta d’ironia.

— Più della vita, angiolo mio — rispose con trasporto il giovane, afferrandole le mani e coprendole di baci.

— E mi hai sempre amata così?

— Così e così t’amerò.

— E quando non sarò più?

— Perché ti lasci cogliere da queste idee nere?

— Non sono idee nere, è l’intuito della verità! Un mese ancora e non più! — ripeté tristamente Romilda quasi favellasse a se stessa.

Raffaele si fece pallido come un cencio lavato. Aveva ella udito? O era realmente un presagio dell’animo suo?

— Che dici mai! — esclamò — e cintole la testolina colle braccia l’attirò a sé, le baciò le ciocche d’oro dei finissimi capelli, che uscivano dalla leggiadra cuffietta e davano alla sua testa un non so che di soave e d’infantile.

— Tu potresti abbreviare le mie sofferenze — gli mormorò Romilda all’orecchio. Raffaele sentì un brivido corrergli per le vene e per l’ossa. Ma pur pensò che era un effetto della paura, quello del senso arcano che egli attribuiva alle parole della malata.

— Lo farei mille volte se mi fosse dato. Sacrificherei dieci anni della mia vita, per alleviare, fosse per un giorno solo, i tuoi dolori.

— Lo credo! Lo credo — rispose la morente con voce secca, facendosi forza per allontanarlo da sé...

Il giorno susseguente la scena si ripeté in termini quasi identici. Se non che nella furia di versare la venefica cartolina nella limonata, Raffaele inavvertitamente ne lasciò cader un’altra per terra. Romilda se ne avvide e non appena l’ebbe mandato fuori di camera, col pretesto che voleva riposarsi, con uno sforzo supremo di volontà riuscì ad alzarsi e barcollando attaccandosi ai mobili, raccolse la cartolina misteriosa e la nascose in seno.

Il medico che aveva accordato all’inferma un altro mese di vita, non aveva calcolato sull’efficace sussidio che il suo male riceveva dalla polvere amministratale dall’amoroso marito.

Dopo due settimane, una mattina triste e piovosa, cupa, Romilda, dopo aver ricevuto gli estremi conforti religiosi, circondata dal marito, dai parenti, dal medico, si spense, ma mentre esalava l’ultimo spiro, fece atto di frugarsi in seno e ne uscì un piccolo piego sul quale era scritto a matita: «Al mio notaio: da leggersi subito dopo la mia morte.» Si credette fosse un codicillo alle sue disposizioni testamentarie e il notaro venne subito chiamato, inviandogli il piego.

Raffaele era ancora al letto della morta, immerso nella più tragica disperazione e dichiarava agli astanti di volerla seguire nella tomba, quando comparve il notaio, accompagnato da un incognito personaggio.

Egli entrò serio ed accigliato e additando il vedovo all’incognito, disse con voce solenne:

— Ecco l’avvelenatore. Impossessatevene. La giustizia avrà il pieno suo corso.

L’incognito s’avanzò, fra la sorpresa e l’esterefazione universale e afferrò per un braccio Raffaele, più pallido della sua vittima che giaceva sul letto, dicendogli:

— Siete in arresto.

Era il bargello.

All’indomani d’ordine dell’autorità giudiziaria si operò la sezione cadaverica di Romilda e nelle sue viscere si trovarono le traccie del sottile veleno, somministratole dal marito, pienamente corrispondente a quello di cui c’era un saggio nella cartolina da lui perduta e raccolta dalla malata e chiusa nel piego del notaio, alla quale andava unito un biglietto scritto da lei, a lapis, del seguente tenore:

«Muoio avvelenata da mio marito Raffaele Vattani, con una polvere eguale a quella dell’unita cartolina, cadutagli inavvertitamente di mano, mentre me ne versava un’altra in un bicchiere di limonata. Lo vidi co’ miei occhi mentre lo faceva, riflesso nello specchio. E così continuò ogni giorno. Ormai perduta, ho lasciato che il misfatto si compiesse. Lo denunzio alla giustizia degli uomini, perché, adeguatamente punendolo, lo sottraggano alla vendetta divina.»

Schiacciato da siffatta rivelazione, Raffaele Vattani non tentò neppur di negare il delitto, con tanta freddezza perpetrato, per potersi liberare della moglie e sposare una ganza che s’era fatta, della quale era pazzamente innamorato, perché, come lui, fervida ed ardente.

Una folla enorme assisteva alla sua decapitazione in piazza del Popolo la mattina del 15 settembre, perché il misfatto aveva sollevato un grido d’orrore per tutta Roma, e accesi gli animi, segnatamente delle donne, di fierissimo sdegno.

Ce n’era più di un migliaio ne’ dintorni del carcere, quando uscimmo colla carretta: birri e soldati ebbero a faticar di molto per difenderlo. Le imprecazioni salivano al cielo. La decapitazione pareva pena troppo esigua: avrebbero voluto vederlo mazzolato e squartato.

Nondimeno egli si conservò freddo ed imperterrito. Giunto al palco, scese dalla carretta, e circuito dai soldati, vi salì con franco passo.

Al rumore del colpo della mannaia, fece eco un urlo del popolo.

La vendetta umana era così soddisfatta.


LV.

Un domestico e un maestro di musica.

Eccomi al fatto che condusse il 23 agosto 1823 Giovanni Binzaglia alla ghigliottina, in Perugia.

Era costui un giovane aitante della persona, ma di volto punto simpatico. In mezzo alla faccia l’enorme naso sorgeva a foggia di promontorio e sotto esso si apriva una bocca ampia, carnosa, dalle labbra bestialmente sensuali e senz’ombra di pelo.

I suoi naturali istinti lo portavano alle lotte amorose, nelle quali era validissimo campione e a queste tutto sacrificava. Nella casa dei Facenni, ricchi borghesi, ritirati dal commercio, presso i quali si trovava, non aveva campo di abbandonarsi a’ suoi consueti trasporti. Ma trovava egualmente di fuori gustosi compensi ed anco produttivi, perché molte donne erano attratte verso di lui da quell’insegna permanentemente esposta ch’era il suo naso.

La signora Facenni, vecchia bigotta, non si sarebbe certo sognata di avere alle sue dipendenze un don Giovanni d’anticamera.

Ma ad ogni modo non aveva a lagnarsi di lui, che mostravasi attivo e zelante nel servizio, e tollerava le sue frequenti assenze, specie notturne. Se glie ne moveva qualche volta rimprovero, Giovanni le rispondeva invariabilmente:

— Signora mia, voglia compatirmi, ho ventisette anni.

— Compatisco: ma mi pare che abbiate una età da potervi ammogliare. Perché non lo fate?

— Chi vuole che mi prenda, signora? Sono povero come Giobbe.

— Pure cogli assegni che avete da mio marito avreste potuto mettervi da parte qualche cosa.

— Lo vorrei ben fare, ma...

— Ma?...

— Mi si squagliano appunto nelle serate che passo fuori di casa.

— Così vi aggirate sempre in un circolo vizioso: non potete prender moglie, perché non risparmiate; non potete risparmiare perché non avete moglie.

— Proprio così, signora.

— Basta, pensate a metter giudizio, perché il tempo vola e quando vorreste farlo non sarete forse più a tempo.

Quest’era la solita conclusione dei loro dialoghi.

Giovanni se ne andava ridendo nel suo cuore. Effettivamente non prendeva moglie perché stava troppo bene senza.

I Facenni avevano una unica figliuoletta, bella come un amore e già magnificamente sviluppata, benché sedicenne appena, molto svegliata e un bel po’ capricciosa, perché guastata dalla indulgenza soverchia dei suoi genitori.

Si chiamava Elsa ed aveva dell’eroina della leggenda tedesca, le chiome bionde prolisse, che le coprivano tutta quanta la persona, come un manto, quando le scioglieva e se le lasciava cader sulle spalle. Aveva pure l’alta e slanciata figura, i grandi occhi azzurri, il profilo del viso soavemente delicato e puro; la pelle candida e fine; le rose delle guancie incarnate; la bocca perfettamente disegnata, nella quale, fra il rosso quasi incandescente delle labbra, si celavano due filari di perle, piccole e quasi diafane.

Essa aveva ricevuto un’educazione un po’ eccentrica, ma completa. Pingeva con gusto e maestria, cavalcava come un’amazzone e coltivava la musica con grande successo.

Il suo maestro di piano era un giovane di cinque lustri al più, dal volto bruno, pallido, dagli occhi a volta languidi a volta corruscanti, sempre sottocerchiati e natanti in un’onda di voluttà perenne.

Era stato presentato in casa Facenni da un vecchio professore, il quale aveva impartito ad Elsa la prima istruzione musicale, e da lui raccomandato, come colto, intelligentissimo e pieno d’avvenire. I suoi vestiti lasciavano molto a desiderare dal punto di vista della solidità e della qualità, ma rivelavano nel loro proprietario una certa inclinazione all’eleganza e molta cura nel tenerli puliti e nel prolungarne la durata.

Il suo redingote nero e chiuso fino al mento, i suoi pantaloni oscuri, collanti al piede, e il suo cravattone non meno bruno avevano sulle prime provocato le ilarità della capricciosa fanciulla. Ma quando lo ebbe udito toccare il piano con un magistero d’arte ed un sentimento più presto unico che raro, le apparve agli occhi come trasfigurato.

E dal primo giorno le lezioni andavano prolungandosi e moltiplicandosi sempre più, talché il signor Facenni, aveva giudicato dovere d’equità raddoppiargli gli emolumenti.

Corrado, «il maestro» aveva allora incominciato a migliorare la sua toletta, che si fece in breve accuratissima, di buon gusto, elegante e quasi ricercata, concorrendo così ad accrescergli le simpatie dell’allieva, la quale dallo studio del piano, volle passare a quello del canto.

Si alternavano così i pezzi a quattro mani e i pezzi di concerto a due voci, le ballate senza parole e le romanze, le arie e i duettini, nei quali maestro e scolara potevano scambiarsi una quantità di frasi amorose e di parole inebbrianti, senza venir meno ai più scrupolosi riguardi, alle convenienze sociali più strette.


LVI.

Le lezioni di piano e canto.

La signora Facenni non era molto portata per la musica. Assistendo alle lezioni di sua figlia incominciava ad annoiarsi presto e finiva coll’addormentarsi profondamente.

Ora le mamme che dormono sembrano fatte apposta per le figlie che studiano la musica, specie sotto la guida di un maestro giovane.

Elsa e Corrado si toccavano spesso colla mano, scorrendo sugli avori e gli ebani della tastiera, involontariamente s’intende.

Ma ogni qualvolta si toccavano, pareva che una scintilla elettrica si sprigionasse dalle loro mani e ne investisse tutte le persone.

Ma presto le toccatine di mano non bastarono più e neppure le pressioni dei piedi sul pedale. Una sera, mentre Elsa inchinava leggermente la testa a destra, accompagnando con quel vezzoso moto il suono, Corrado le appioppò un bacio sul collo a sinistra.

La fanciulla arrossì fin nel bianco degli occhi, ma non disse verbo e continuò ad accompagnarsi coll’ondulazione del capo.

— Perdonatemi, signorina, mormorò il maestro all’orecchio della fanciulla, benché non ce ne fosse il più piccolo bisogno — perdonatemi.

Elsa lo guardò di sottocchio e sorrise — quasi a dirgli:

— Grullo! Se mi hai fatto piacere.

Corrado ne fu inebbriato; ma non ebbe il coraggio di procedere oltre.

Intanto l’esecuzione del «pezzo» continuava, accompagnata dal russare intenso della signora Facenni, la quale andava digerendo un certo fagiano con ripieno di tartufi bianchi, che, per far onore al suo cuoco, aveva quasi divorato completamente a pranzo.

Continuando il moto ondulatorio della testa, la fronte d’Elsa venne a trovarsi sotto le labbra del maestro; e questi, ormai sicuro del fatto suo, la sfiorò colle labbra.

Era il secondo bacio e fu l’ultimo per quella sera.

All’indomani si trattò di provare un duetto d’amore di un valente autore, che Elsa contava di eseguire, sempre col maestro, nel prossimo ricevimento serale della sua famiglia. La signora Facenni, sicura della virtù di sua figlia e della discrezione del musicista, credette di potersi assentare senza pericolo, dicendo che le prove l’annoiavano e le avrebbero messo in uggia il duetto, il quale le sarebbe tornato più gustoso ed aggradito udendolo per la prima volta, la sera del ricevimento.

Corrado stava al piano; Elsa in piedi alla sua manca: il maestro cantava e accompagnava; la fanciulla cantava e divorava cogli occhi il giovanotto. Il fascino di quella musica sensuale, afrodisiaca la vinceva, e quando Corrado dominato pur lui dalla passione le cinse con un braccio la vita, si chinò sopra di lui e rovesciatogli il capo indietro cacciandogli la bianca mano nei capelli, la baciò sulla bocca.

— Mi amate, signorina? — domandò il maestro balbettando per l’emozione.

— E me lo chiedete?

— Lo so. Ma è sì dolce sentirselo ripetere da una bocca come la vostra.

— Ebbene, sì t’amo; t’amo pazzamente, non vedo che pei tuoi occhi, non ho alito di vita che per te.

— Sei un angelo. Eppure questa confessione che dovrebbe farmi il più felice degli uomini, mi agghiaccia di spavento.

— Perché?

— Perché non potrà che esserci cagione di affanni, di dolori infiniti.

— Pazzo! Ci sarà cagione di ebbrezze ineffabili, se davvero tu pure m’ami, come io ti amo.

— Non riflettete, signorina, alla disparità delle nostre condizioni? — le domandò Corrado assumendo un fare riguardoso e con piglio quasi severo. La fanciulla ne fu scossa vivamente e sentì più ardente il desiderio dei baci. Pure sforzandosi di riporsi in tranquillità rispose con voce appena intelligibile:

— È da molto tempo che ci rifletto.

— E non avete riconosciuta l’impossibilità d’esser mia?

— No.

— Io non ho beni di fortuna.

— Che importa?

— Sono indispensabili per vivere.

— Ne ho io.

— I vostri genitori non consentiranno mai ad un’unione così disparata. Forse, se la fortuna mi sorregge, quando avrò dato alle scene la mia grande opera, e mi sarò fatto un nome e sarò sulla via di arricchirmi...

— E quanto tempo occorrerà per questo?

— Che ne so io? Forse due, tre, forse dieci anni.

Elsa alzò bruscamente le spalle, segno evidente di corruccio. Ma in quel momento s’udì uno stropicciare alla porta, e maestro e allieva ripresero le prove.

Era tempo.

La signora Facenni ritornava in compagnia del suo signor consorte.


LVII.

Trattative di matrimonio.

La relazione amorosa dei due giovani incominciata sotto così felici auspici progredì rapidamente; ma non varcò troppo i limiti del lecito e dell’onesto. Corrado avrebbe potuto avere la fanciulla in sua piena balìa, solo che lo avesse voluto. Ma la sua passione non andava disgiunta da calcoli profondi ed eminentemente pratici.

Elsa era leggiadra, passionata, cara, ma la sua dote e le speranze dell’avvenire non mancavano di grandi attrattive. Possederla gli avrebbe procurato una soddisfazione deliziosa, ma passeggera. Condurla in isposa avrebbe invece assicurata, colla sua fortuna, una perenne felicità. Un’ereditiera milionaria, anche essendosi permessa di sfogare qualche capriccio, non avrebbe mancato di aspiranti alla sua mano. Bisognava diffidare dei suoi slanci, bisognava contenersi, bisognava trarla al punto di volerlo ad ogni costo per marito. I genitori l’amavano ed erano ricchi abbastanza per assicurare ad entrambi un’esistenza beata, una vita largamente signorile.

La riservatezza di Corrado irritava sempre più la fanciulla. Mille volte gli si era gettata nelle braccia e mille volte egli l’aveva dolcemente, ma coraggiosamente respinta.

— Io ti adoro come una santa — le diceva spesso — e per nulla al mondo verrei meno al rispetto che ti devo.

Che orribile seccatura è mai il rispetto degli uomini per una fanciulla — diceva a se stessa Elsa, e aggiungeva forte: — Io vorrei essere amata da te, un po’ meno come santa, e un po’ più come donna.

Corrado non rispondeva.

Un giorno finalmente l’allieva disse al maestro: — Perché non mi chiedi in isposa a mio padre?

— Perché non mi garberebbe di essere costretto a fare un salto dalla finestra.

— Forse non hai torto... Mio padre accorda un gran valore al danaro, perché dice di averlo guadagnato con sudore. Ma, se realmente mi ami, è un’alea che è necessario correre.

— Perché non gliene discorri tu?

— Per la ragione identica.

— Rivolgiti a tua madre.

— Conta assai la mamma!

— Pare ti porta molto affetto.

— Non lo nego, ma...

— Almeno ella potrà esplorare l’animo di tuo padre e predisporlo alla richiesta.

— Forse non hai torto... Gliene parlerò questa sera stessa.

E come disse fece.

La sera medesima, non appena levata la mensa della cena, essendosi il signor Facenni ritirato, Elsa abbordò la sua genitrice con una domanda a bruciapelo:

— Che te ne pare, mamma del maestro?

— Mi pare bravino assai.

— Non è questo che ti chiedo.

— Spiegati meglio allora.

— Che te ne sembra? Come uomo.

— È un bel giovane.

— Non è vero? Sarebbe fortuna per una donna pigliarlo per marito.

— Se avesse a darle da mangiare.

— Una posizione non gli può mancare: ha tanto ingegno. La sua opera deve essere un portento. Quando l’avranno messa in scena gli procurerà di punto in bianco la celebrità.

— Se non gli procurerà una raccolta di torsi di broccoli.

— Mamma, ti beffi di me?

— Di te? Perché mai, figlia mia?

— Perché l’amo, l’adoro, voglio sposarlo, sarò sua moglie, o andrò a chiudermi in un chiostro.

— Lo prevedevo! — esclamò la signora Facenni, tirando un profondo sospiro dal petto. Domani ti porterò a confessarti da padre Agostino. Penserà lui a levarti le ubbie dal capo.

— Lo voglio! Lo voglio! Non c’è padre Agostino che tenga! Lo voglio — gridò la fanciulla pestando i piedi. E se non me lo date mi ammazzerò.

Questa crudele minaccia atterrì la povera signora.

— Giusto Cielo! — esclamò. — Mi punisci di qualche colpa? L’affare è più grave di quanto pensavo.

— Dunque?

— Che vuoi che ti dica, Elsuccia mia, parlane tu stessa a tuo padre.

— Devi farlo tu.

— To!... Non mi lascierà finire. Lo conosco bene. Ti adora. Ma ha le sue idee di grandezza: vuol fare di te una principessa, una duchessa, una marchesa almeno. Su questo punto non transigerà mai.

— Non è la ricchezza che forma la felicità di due sposi.

— L’ho udito dire anche questo; ma ci credo poco. D’altra parte non è questione di ricchezza. Se ti fossi innamorata di un nobile, disperato come Giobbe, ma di grande casato, saresti certa di ottenere il suo consenso. Ha delle ambizioni tuo padre.

— Se non diventerò contessa, diventerò moglie di un maestro celebre, come Rossini, come Morzat.

— Non è pane pe’ suoi denti.

— Insomma, mamma mia, se mi vuoi bene se desideri che io viva, fatti in pezzi per persuaderlo.

— Mi proverò; ma senza speranza.

LVIII.

Gli effetti del rifiuto — Fuga progettata.

L’effetto della missione assuntasi dalla signora Facenni fu che il suo consorte uscì dai gangheri, la trattò da mezzana e peggio, licenziò il maestro e ordinò a Giovanni di buttarlo dalle scale, se avesse osato di ripresentarsi.

Quell’ordine fu per Binzaglia come una rivelazione. Egli aveva già notate le assiduità di Corrado, e le deferenze di Elsa per lui; ma non ci aveva dato soverchio peso. In quel momento gli ritornarono alla mente tutte le piccole intimità che aveva sorprese fra i due, si convinse che la loro relazione non doveva essere stata troppo innocente; diede ad essa una portata molto superiore al vero.

E la sua fantasia erotica si accese per modo da concepire per il maestro un odio accanito. Gli pareva di essere stato truffato da lui. Se c’era un frutto proibito da godere in quella casa, doveva essergli riservato.

Risolse per tanto di esercitare la più attiva vigilanza e di cogliere l’occasione, non appena gli si presentasse, per prendere la rivincita.

— Un bocconcino di quella fatta cadere in bocca di quell’allampanato — mormorava, in preda ad un eccesso di cordoglio. Oh! me la pagherà!.

Elsa non appena fu informata dalla madre dell’infelicissimo esito della missione assuntasi e del licenziamento del maestro, anziché perdersi in querimonie o dare in inutili smanie, deliberò di giungere, per qualsiasi strada, al conseguimento dei suoi desideri.

La sua tranquillità ingannò i di lei genitori, che la supposero più ragionevole di quanto era a sperarsi.

Elsa trovò modo di mettersi in corrispondenza con Corrado, per mezzo di una vecchia cameriera, mutata in messaggera d’amore. Ma Giovanni vigilava e presto fu informato di tutto.

— Tu t’affatichi troppo — disse un giorno alla vecchia per portare al maestro le lettere della signorina.

— Che ne sapete voi?

— So quanto basta, e siccome mi fai pena, mi incaricherò io della bisogna, per puro amor del prossimo, lasciandone a te i proventi.

La vecchia non amava di meglio e di grand’animo consentì alla proposta del domestico. Per tal modo il Binzaglia conosceva per filo e per segno i progetti dei due amanti, perché prima di consegnar le lettere si faceva un dovere di leggerle.

Elsa aveva proposto a Corrado di rapirla; ella porterebbe con sé le sue gioie e un migliaretto di scudi che aveva risparmiato sul suo spillatico. Questo avrebbe bastato a farli vivere, senza stenti, finché placata l’ira paterna, le nozze, diventate indispensabili per riparare l’errore commesso, sarebbero state consentite.

Il maestro sulle prime mostravasi riluttante: ma alla perfine aderì al progetto.

Approfittando della illimitata libertà che godeva in casa, Elsa fece tutti i suoi preparativi. Mandò all’amante le gioie, il denaro e tutto il corredo della sua biancheria e de’ suoi vestiti.

E finalmente fu stabilito il giorno della fuga.

Doveva aver luogo sull’albeggiare. Elsa sarebbe uscita dal palazzo per una porticina di servizio, della quale si era procurata la chiave. Corrado doveva attenderla poco lontano, con una carrozza di posta, che li avrebbe condotti a Firenze.

La sera della vigilia affettuosamente più del consueto baciati ed abbracciati i suoi genitori si ritirò per attendere l’alba, con ansia indescrivibile.


LIX.

Il dolce nido — Dubbiezze.

Elsa si era ritirata nella sua camera da letto, un piccolo nido di colomba, nella quale la semplicità e l’eleganza si fondevano con felicissima armonia. Nel fondo il letto piccolo, quale conveniva ad una fanciulla, con cortinaggi di merletto, sormontati da altre tende di seta rosa tenuissima, quasi bianca, perfettamente simili ai panneggiamenti della porta e della finestra. Una toletta del secolo XVII, pure a cortinaggi bianchi, con servizio d’argento cesellato e porcellana pompadour. Un piccolo scrittoio di legno di rosa intarsiato, con madreperla. Un grande armadio a specchi, riccamente scolpito. Sedie e poltroncine coperte di velluto e di broccato, completavano l’arredo della stanza.

Elsa aveva licenziata la vecchia cameriera, ed avvolta in un accappatoio di finissima battista trasparente, s’era seduta allo scrittoio e andava tracciando sulla carta delle piccole zampe di mosca, colle quali intendeva partecipare ai suoi genitori i motivi che l’inducevano a lasciare il tetto paterno e quali erano le sue intenzioni per l’avvenire.

Ma convien dire che le parole non corrispondessero perfettamente al suo pensiero, perché aveva già incominciato parecchie volte la lettera, e giunta a mezzo se l’era ripetutamente fatta a brani.

Pareva agitata da sinistri presentimenti. Se suo padre indignato da quella fuga che troncava tutti i suoi sogni di ambizione non avesse voluto assolutamente saperne più di lei? Poteva ella fare assegnamento sull’affetto della madre, ma questa non aveva tempra d’animo energico e non avrebbe mai trovato in se stessa il coraggio necessario per contrariare gli ordini del marito. E d’altra parte chi la assicurava della lealtà di Corrado? Chissà se egli, sbolliti i primi entusiasmi, non trovando più in lei la ricca ereditiera, non l’avrebbe abbandonata? Che ne sarebbe avvenuto di lei, sola al mondo in terra straniera, lungi dalla sua casa, da tutte le cose e le persone che aveva fin dall’infanzia imparato ad amare?

Vinta da queste paure, ella si attaccò al cordone del campanello, per chiamare la cameriera.

La vecchia comparve sulla soglia della porta, pochi momenti dopo, già mezzo assonnolita e in una toletta notturna, che moveva al riso.

— Che vuole la signorina?

— Non lo so — disse essa sbadatamente, seguendo il filo de’ suoi pensieri.

— Le occorre qualche cosa? Vuole che rimanga a tenerle compagnia, fino al momento della partenza?

Questa offerta, richiamò la fanciulla alla realtà della situazione.

— Credi tu che io faccia bene o male ad andarmene? — chiese francamente alla fantesca.

— Signorina, ella non mi ha mai rivolta prima d’ora una simile domanda.

— Ebbene?

— Io l’ho accontentata per quell’affetto che le ho posto fin da quando la ressi bambina sulle braccia. Se mi avesse domandato consiglio prima ne l’avrei forse dissuasa?

— Ed ora?

— Ed ora non saprei. Al punto cui sono giunte le cose sarebbe strano retrocedere. Ma dal momento che la signorina esita, vuol dire che non è più dominata da quella passione indomita, irremovibile, che la trasse all’audace proposito.

— È vero — mormorò essa. E quasi per riscaldarsi, per ravvivare la fiamma del suo amore, trasse da un tiretto dello scrittoio le ultime lettere inviatele dal maestro e si diede a rileggerle ansiosamente, dimenticando la cameriera, che stava ad aspettare e non osava né di interromperla, né di andarsene.

D’un tratto Elsa alzò gli occhi sopra di lei e vedendola in quell’atteggiamento, presa da’ brividi, si alzò, andò alla vecchia e abbracciatala, le disse:

— Quello che è deciso, è deciso. Tu perorerai la mia causa, non è vero?

— Certamente, se non mi metteranno sulla strada.

— Non temere: ti scagionerò completamente. Va pure a coricarti.

La cameriera non se lo fece ripetere.

Elsa, tornò allo scrittoio, vergò la lettera a’ suoi genitori, affettuosa, ma energica e perentoria nel frattempo. La piegò con mano sicura e la suggellò; quindi toltasi la vestaglia si avviò verso il letto per coricarvisi.