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Mastro Titta, il boia di Roma

Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

Parte 14 di 21
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LX.

L’ingrata sorpresa — Il delitto.

Un capriccio troppo naturale in una donna, e pure in una fanciulla che stava per distaccarsi da’ suoi e per andare a buttarsi fra le braccia dell’amante, la fece ritornare sui suoi passi.

Presa in una mano la lucerna la collocò innanzi allo specchio, per ammirarvi riflessa la propria immagine.

Era veramente leggiadra e affascinante colla elegante persona coperta dalla sottilissima batista della camicia, che l’avvolgeva, come candida spuma, delineandone le forme superbe; ignude le bellissime braccia, ignudo il seno torreggiante, dalle punte coralline rivolte all’insù, l’ampie curve delle anche poderose, le gambe snelle, nervose, come quelle di un cavallo di corsa, e la testa cinta dal nimbo d’oro de’ capelli, che le scendevano in ricche anella sugli omeri.

Un sorriso di compiacenza le infiorò la bocca soave... dalla quale le sfuggì a quel momento un piccolo grido, vedendo disegnarsi sul fondo del quadro la figura di un uomo, pure riflessa dallo specchio. Grido di sorpresa e di angoscia insieme, a stento represso dalla paura di svegliare i parenti.

Elsa si volse rapidamente incrociando le braccia sul petto, per nascondere i tesori, e vide innanzi a sé il domestico Giovanni Binzaglia.

— Voi, Giovanni? — domandò sorpresa.

— Io, signorina.

— Che volete a quest’ora, in questo luogo? Chi vi ha permesso d’entrare?

— Pazienti un momento, signorina, e risponderò a tutte le sue questioni.

— Pazientare? Siete ubriaco forse? Chiamerò gente e sarete licenziato su due piedi.

Così dicendo Elsa stendeva la mano al cordone del campanello, facendo atto di prenderlo.

Giovanni non si mosse.

— Le osservo signorina, che chiamando gente, ella provocherà un inutile scandalo, certamente più nocevole a lei che a me.

— Impudente

— E ciò che è peggio, continuò imperterrito il domestico, manderà a monte una fuga tanto bene architettata e preparata.

— Una fuga? — disse Elsa esterrefatta.

— Quel povero maestro, che l’attenderà sul far del giorno colla carrozza di posta per trasportarla a Firenze, ne sarebbe desolatissimo.

— Si potrebbe sapere, chi vi ha così bene informato — chiese la fanciulla fremendo d’ira e di sdegno.

— Mi sono informato da me. È da parecchio tempo, anzi da molto tempo che vigilavo la signorina.

— Fate un bel mestiere! E per conto di chi?

— Per conto mio.

Elsa si lasciò sfuggire un sospiro di soddisfazione; non trattandosi che di un servo, le cose sarebbero presto accomodate.

— Non credo che possiate avere l’intenzione di opporvi ai miei divisamenti.

— Tutt’altro! Anzi li favoreggerò, per quanto è da me, come li ho favoreggiati sin qui, risparmiando alla vecchia l’incomodo grave di portare le lettere della signorina e di riportarle quelle del signor Corrado.

— Voi dunque...

— Io mi sono assunto per amor vostro l’arduo compito.

— Avete diritto ad un compenso e l’avrete. Ma potevate ben scegliere un momento ed un modo diverso per reclamarlo.

— Riservandomi all’ultimo istante, ho stimato di mostrarmi più delicato e di non abusare della sua condiscendenza.

— Forse è vero! — disse Elsa, quasi rispondesse ad un suo intimo pensiero, e tosto aggiunse: Gli è che non essendo prevenuta mi sono privata del denaro di cui avrei potuto disporre.

Un sorriso satanico spuntò sulle labbra di Giovanni Binzaglia, il quale mosse un passo verso la fanciulla.

— Ma ora che ci penso, possiamo aggiustar benissimo le cose — riprese Elsa.

— Non desidero di meglio.

— Prendete questo anello: è un dono che mi ha fatto la mamma per la mia festa. Vale almeno cento scudi. Al mio ritorno me lo ridarete e io vi sborserò questa somma. Se non tornassi potrete sempre averla da mia madre.

Elsa s’era tolto l’anello dal dito e lo porgeva a Giovanni, senza più pensare a farsi schermo delle braccia alle nudità del seno. La sua mano sfiorò quella del domestico, che bruciava come un tizzo ardente. La fanciulla la ritrasse più che mai sorpresa e alzando gli occhi sopra di lui, fu presa da un brivido di terrore.

Il Binzaglia non era più un uomo, ma una belva umana nel parossismo della passione erotica.

— Non è l’anello, non è il denaro che io voglio, signorina.

— Che mai? — mormorò Elsa sbigottita, sentendosi divorata dagli sguardi del giovane.

— È un’ora del tuo amore, è un’ora di quelle ebbrezze che hai prodigate al maestro, che egli ancora attende e che fra breve riavrà. E così dicendo il mostro l’afferrava colle braccia poderose e se la stringeva al seno, coprendola di baci.

— Lasciami, scellerato! — singhiozzava la fanciulla — lasciami infame!

Ma la voce le restava nella strozza e sentiva venirle meno ogni forza di resistenza.

Con un conato supremo tentò svincolarsi e non essendo riuscita cadde in deliquio, offrendosi così facile preda alla foia di quel mandrillo, che trasportatala sul letto ne fece orrido strazio.

I rosei vapori dell’aurora incominciavano a diffondersi sull’orizzonte e penetrando la mitissima luce per la finestra della camera d’Elsa, disegnava le forme degli oggetti, quando questa ricuperò i sensi. L’accaduto di quella terribile notte le si affacciò alla mente, come un sogno. Ma la triste realtà le stava accanto nella persona del suo seduttore, il quale, supponendo svanite le sue collere, tentò di baciarla nuovamente e le disse:

— È ora d’andarsene, non è vero piccina?

Quella voce, che il Binzaglia si sforzava indarno di rendere tenera ed insinuante finì di scuotere i nervi della fanciulla disgraziata, la quale ricuperata tutta la sua energia, lo respinse, con voce soffocata dallo sdegno:

— Mostro! pagherai il fio del tuo delitto.

E stese la mano per afferrare il cordone del campanello. Giovanni ve la trattenne appena in tempo. Elsa volle allora chiamare aiuto e il domestico dovette chiuderle la bocca colla mano, per impedirle di gridare. Ma s’ebbe in breve a persuadere che non sarebbe riuscito a dominarla, perché si dibatteva disperatamente sotto le sue strette.

Un solo modo di salvarsi, restava ormai al Binzaglia: ucciderla. E a questo egli volse tosto la mente.

— O taci, o muori.

— Uccidimi, assassino, vigliacco! — volle più che non poté dire, Elsa, colla voce soffocata dalla mano del Binzaglia.

Questi afferrò i guanciali, le coprì il volto e montatole con un ginocchio sul petto, barbaramente la strozzò.

Accertatosi della sua morte, ascoltandole il cuore muto di battiti, la sollevò, le passò al collo il roseo cordone di seta del panneggiamento della finestra e così ne appiccò la salma; quindi le pose sotto i piedi una sedia rovesciata per far credere che si fosse suicidata e se ne andò pian piano dalla camera, accuratamente chiudendone la porta dietro di sé.

A giorno fatto la vecchia cameriera, entrò, come di consueto per smuovere ogni sospetto di complicità per parte sua nella fuga della padroncina.

Ma all’orribile spettacolo che si offerse alla sua vista, arretrò spaventata e proruppe in acutissime strida.

Accorsero i famigliari, il padre, la madre. Si mandò pel medico e per l’autorità. Il cadavere venne staccato e deposto sul letto; ma il sanitario non poté che constatare il decesso d’Elsa seguito già da parecchie ore.

Intanto si fecero delle indagini e si scoperse la lettera che la fanciulla aveva scritta ai suoi genitori. Interrogata la vecchia tremante, narrò tutti i particolari, non tacendo che la bisogna era stata condotta da Giovanni Binzaglia, del quale venne operato l’arresto immediatamente.

L’autopsia constatò le violenze subite dalla fanciulla, violenze che dovevano aver avuto luogo la notte stessa. Una cinghia trovata appiedi del letto e che si conobbe aver appartenuto al Binzaglia, aggravò singolarmente la posizione di costui. L’istruzione del processo, ricostituì il terribile dramma e a nulla valsero le ostinate negazioni dell’imputato, il quale dovette alla perfine arrendersi e confessare i particolari del delitto.

Giovanni Binzaglia cercò di attenuare la propria responsabilità, descrivendo l’amore ispiratogli dalla padroncina, la gelosia suscitatagli dalla progettata fuga col maestro. Disse che era entrato nella camera d’Elsa per dimandarla, che la vista della fanciulla semisvestita gli aveva tolta la ragione e che era stato costretto ad ucciderla per occultare il misfatto commesso in un momento di delirio erotico.

La sua difesa fu molto eloquente; si vedeva che gli premeva di salvare la testa. Ma non riuscì menomamente a commuovere i giudici, i quali lo condannarono alla decapitazione.

All’annunzio della sentenza diede in ismania feroce, disse di essere vittima della influenza esercitata dai genitori della vittima, respinse ogni conforto e il giorno dell’esecuzione bisognò portarlo a viva forza sul palco.

Per buona sorte la ghigliottina funzionò colla massima regolarità e la sua testa cadde con rapidità fulminea nel paniere, destinato a raccoglierla.


LXI.

Un gruppo di esecuzioni.

Il 19 luglio 1825, decapitai in Ancona Casimiro Rainoni, il quale in un impeto di bestiale furore aveva ucciso con una pedata, nelle parti vitali, un suo garzone. E dopo quattro mesi di riposo decapitai al Popolo Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità.

Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle saggie ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti.

Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano, fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro.

Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue.

Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto.

Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo, si mette a specillare la ferita e non la trova mortale. Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri; Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita. Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione.

Si temeva che per l’esecuzione, gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza.

Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhino prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. — Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza — rispondevano invariabilmente.

Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore.

Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente.


LXII.

La bella loretana.

Quattro mesi e dieci giorni dopo, cioè il 16 settembre, eseguii un’altra decapitazione a Piazza del Popolo in persona di Giuseppe, quondam Biagio Macchia, un macellaro che aveva mazzolato la moglie. Dico mazzolato, perché veramente il mezzo adoperato da lui per ucciderla, somigliava precisamente alla mazzolatura. Su questo proposito posso dare il mio parere con una certa competenza.

Aveva il Macchia sposata una loretana formosissima che attraeva a sé, per la rotondità pastosa delle sue forme, l’attenzione di tutti i giovani de’ Monti, ove egli teneva bottega. Ma nessuno aveva potuto ottener nulla da lei e la sua riputazione d’onesta donna s’era solidamente stabilita. Ingravidata quasi subito dopo le nozze, partorì in capo a dieci mesi una femminuccia, la quale morì quasi subito. La mammana le propose allora di entrare a far da balia in una casa principesca, profferendole emolumenti lautissimi. Rosa, la macellara, ne parlò al marito. Questi sulle prime esitò, ma poi si lasciò vincere dalla seduzione del denaro. Gli affari di bottega non gli andavano troppo bene: aveva dei debiti, i cui interessi gli assorbivano la maggior parte de’ guadagni. La prospettiva di poterli pagare e d’essere così liberato da quell’onere lo indusse al sacrificio e lasciò che la moglie entrasse nella casa del principe, per dare il latte al piccolo principino.

Rosa fu tosto vestita sfarzosamente nel costume del paese. Le fecero un magnifico guarnello di casimiro celeste, con una larga banda di raso giallo oro al basso, breve per modo da lasciar scoperto, fin oltre la caviglia, il piede calzato con scarpine scollate, di copale, guarnite con un fiocco di seta dello stesso colore della banda; un busto di seta celeste, come la veste, colla fettuccia e gli ornamenti di seta gialla; la camiciuola a larghe maniche sbuffate di casimiro bianco e uno scialletto di crespo indiano pur giallo, che gettava degli sprazzi di luce aurata sul collo bianchissimo e molto scoperto di dietro e davanti; le adornarono la testa leggiadra di una larga fettuccia intrecciata di seta celeste, con frangie d’oro, trattenuta da un grosso spillone di filigrana pur d’oro.

Vedendola in quella toletta per la prima volta il povero Macchia fu preso da un capogiro: mai gli era apparsa tanto bella la sua sposa e mai aveva desiderato più ardentemente di possederla. Ma questo gli era impossibile, perché era stabilito per patti, che Rosa non avrebbe mai lasciato il palazzo principesco, durante l’allattamento. Giuseppe non poteva parlare con sua moglie che in presenza della cameriera e della governante.

Il macellaro se ne struggeva. E quasi non gli bastasse l’interno cruccio si aggiungevano i motteggi degli amici e dei conoscenti, i quali si vendicavano dell’austerità di Rosa, verso di loro, suscitando le gelosie del marito.

— Eh! Beppe da quanto tempo non abbracci tua moglie? gli diceva uno.

Un altro: — Te la lasciano almeno vedere?

Un terzo: — Forse prende il latte anche il principe? Dicono che le è sempre attorno. Dopo tutto non ha torto. Era il più bel pezzo di carne che avevi in negozio.

Macchia si schermiva alla meglio, ma nel suo interno fremeva e malediva l’ora e il momento in cui si era lasciato vincere dalla gola del denaro.

Finalmente prese il suo partito. Andò da Rosa e le spiattellò chiaro e tondo che intendeva tornasse a casa ed a bottega.

— Sei matto? — fu la risposta di Rosa.

— Matto, o non matto, voglio così. Svestiti ed andiamo.

Ne nacque una disputa gravissima. Ma il Macchia aveva dato il suo consenso per il baliatico, Rosa si diceva contentissima di rimanere in casa del principe e il macellaro fu cacciato dal palazzo, dai servitori.

Macchia ricorse a monsignor Fiscale, e monsignor Fiscale lo minacciò di metterlo in carcere, se si fosse recato ancora a disturbar sua moglie.

Per forza o per amore a Beppe convenne di starsene zitto, mordendo la catena ch’egli stesso si era fabbricata, accordando il consenso. Ma continuava a mulinare progetti di vendetta. L’aveva con tutto il mondo, colla moglie, col principe, coi domestici, col Fiscale, e credo pure col Papa.

Un giorno stava chiudendo la bottega, quando gli si presentò un giovane imberbe, che aveva tutta l’aria di un famiglio di casa signorile.

— Sor Beppe? — chiese costui timidamente.

— Sono io. Che volete?

— Sono un uomo di scuderia del principe, in casa del quale vostra moglie fa da balia.

— Ah! sì. Aspetta che t’acconcio io — urlò il macellaro — e corse in un canto per prendere il palo, con cui soleva sbarrare la porta posteriore del negozio.

— Che fate? — domandò sbigottito il famiglio.

— Niente, ti voglio soltanto accarezzare le spalle. E così potessi fare altrettanto col tuo padrone.

— Fareste meglio ad accarezzare quelle di chi vi fa cornuto, strillò il giovane, balzando fuori dal negozio con un salto e soffermandosi in mezzo alla via.

Il Macchia era diventato livido: il suo fegato secerneva tanta bile, che pareva volesse soffocarlo. Tuttavia riuscì a dominarsi: depose il palo e chiamò il famiglio così:

— Eh! giovinotto scusatemi un po’. Mi fanno e mi son lasciato trasportare. Ora chiudo, se volete andremo a farcene una foglietta, qui da Zi’ Pippo.

— Meno male! Siete diventato ragionevole. Vengo per rendervi un servigio, e un poco ancora mi accoppate.

— Non lo sai che un uomo in furia diventa una bestia?

— Me ne sono accorto.

Giuseppe Macchia chiavò per bene la porta del negozio e infilato il suo sotto il braccio del famiglio, lo trascinò da Zi’ Pippo.


LXIII.

Una vendetta.

Il famiglio e il macellaro s’erano accantucciati innanzi ad un tavolino e andavano vuotando un boccale di frascatano, che avrebbe dovuto scioglier loro la lingua. Ma né l’uno né l’altro osavano entrare nell’argomento: questi desiderava e nel tempo stesso temeva di conoscerne la verità: quegli aveva paura che Beppe montasse un’altra volta in furia.

— Siamo qui da un quarto d’ora, disse finalmente il Macchia con voce sommessa e appena intelligibile, e ancora non abbiamo abbordato l’affare. Vi piacerebbe spiegarmi...

— Di gran cuore, se promettete d’essere uomo e di non abbandonarvi agli impeti del vostro carattere.

— Sta tranquillo, amico. Ormai sono preparato a tutto. Mi rendi un servizio e non sono uomo di mancar di riconoscenza. Mia moglie dunque...

— Vi tradisce.

— Ne sei certo, perché bada, non vorrei...

— Ne sono certo, come d’aver ricevuto il santo battesimo. L’ho veduta coi miei occhi.

— Svergognata! Dove!

— In scuderia. Nel camerino del cocchiere.

— Non è dunque il principe?

— Ma che principe! È innamorata morta del cocchiere.

— Baldracca!

— Ogni sera all’ora della tavola della servitù, abbandona il bambino nella sua culla, certa che nessuno l’andrà a cercare, scende al buio, giunge nella scuderia, dove l’amante l’aspetta.

— E vi si trattiene?

— Mezz’ora o tre quarti al più.

— Come lo sapesti?

— Il cocchiere mi licenziò per quell’ora: io risposi che ci avevo qualche affare a spicciare ed egli mi disse: «Se ti vedo in scuderia a quell’ora ti mando all’inferno.» Io non me lo feci ripetere. Ma volendo sapere che cosa succedeva, mi nascosi una sera nella mangiatoia di due cavalli che ora sono stati mandati in campagna e vidi tutto. Allora ho pensato di avvertirvi.

— Ed hai fatto bene perdio! Beviamone un altro boccale.

Il boccale fu ordinato e mentre passava dal recipiente negli esofaghi dei due nuovi amici, Beppe prese a dire:

— I servizi non si vendono a metà.

— Son qui tutto per voi, purché non mi compromettiate.

— Non aver paura.

— Che volete da me?

— Voglio che tu mi introduca nella scuderia, senza che altri mi veda; occuperò il posto d’osservazione che ha servito a te. Voglio vedere co’ miei occhi.

— Non le farete mica del male a Rosa?

— Manco per sogno. Voglio soltanto confonderla. Poi la manderò al diavolo.

— Così sia. Venite sull’imbrunire. Il portone è aperto, a quell’ora il guardiaporta se ne sta a far quattro chiacchiere cogli amici. Entrate franco e venite alla scuderia, ch’è nella seconda corte a destra. Io ci sarò.

Poco dopo famiglio e macellaro si lasciarono. Il primo rientrò a palazzo, ben felice di aver trovato modo di vendicarsi del cocchiere, col quale l’aveva a morte; il secondo tornò a bottega e prese tutte le disposizioni per ciò che intendeva fare.

All’ora convenuta il Macchia si presentava alla scuderia, dove il garzone l’attendeva: questi fu un po’ sorpreso di vederlo munito di quel palo, col quale lo aveva minacciato il mattino, ma Beppe lo rassicurò dicendogli, che soleva sempre portarlo con sé la notte, essendo minacciato da molti nemici. Il famiglio gli additò la greppia in cui doveva nascondersi, gli raccomandò la massima prudenza, e se ne andò per tema di venir sorpreso. Si diedero convegno per la sera stessa all’osteria di Zi’ Pippo.

Non appena uscito il garzone, Macchia si accovacciò nella mangiatoia e attese.

La scuderia era illuminata da una lampada appesa alla volta nel mezzo, munita di un grande cappello a riverbero, che spandeva la luce nella parte dove stavano i cavalli. Il posto dove stava appiattato il macellaro era immerso nell’oscurità più profonda.

Macchia non aspettò di molto. La porta si aperse pian piano e il cocchiere entrò munito di una di quelle piccole lanterne ad occhio di bue che spandono un fascio di raggio innanzi a sé, lasciando nell’ombra la porta. Diede un’occhiata ai cavalli, quindi salì i pochi gradini che menavano al camerino di guardia e vi penetrò lasciando la porta socchiusa.

Passarono cinque minuti, che al marito oltraggiato parvero cinque secoli, si udì un lieve scricchiolìo alla porta e comparve Rosa nel suo provocante costume, più scollato del consueto. Non appena ebbe posto piede sul primo gradino, l’uscio del camerino s’aprì e la formosissima donna fu investita tutta quanta dalla luce dell’occhio di bue.

Impossibilitato a frenarsi più oltre Giuseppe Macchia balzò fuori dal suo nascondiglio armato del suo palo e menò un colpo terribile al capo della balia. Rosa cadde mandando un acutissimo grido e più non si mosse. Intanto il tradito si lanciava nel camerino del cocchiere, ma questi si era buttato giù dalla finestra, verso la corte, alta pochi metri dal suolo.

Il grido richiamò alla scuderia i domestici, il portiere ed altre persone di servizio, che trovarono la balia col capo fracassato e morente. Altri frattanto arrestavano il macellaro, che seguendo l’esempio del cocchiere era saltato dalla finestra nella corte.

Inutile descrivere lo scompiglio che seguì nel palazzo. Giuseppe Macchia fu consegnato alle guardie accorse e portato in carcere, Rosa venne trasportata alla camera mortuaria della vicina chiesa dopo che il medico ebbe constatato il suo decesso.

Nel suo interrogatorio innanzi ai giudici il macellaro confessò il delitto, ne disse il movente, senza declinare il nome del famiglio che lo aveva edotto di tutto. Ma questo fu tosto indovinato, sapendosi da tutti l’inimicizia che esisteva fra lui e il cocchiere.

Condannato alla decapitazione, Giuseppe Macchia domandò egli stesso i conforti religiosi e subì la pena con coraggio, ma senza ostentazione di baldanza.


LXIV.

Una cena in tre.

L’uxoricidio del quale ho testé discorso me ne chiama alla mente un altro, accaduto a Tolentino, alcuni anni dopo, del quale la memoria mi soccorre gli interessantissimi particolari.

Giuseppe Valeri, merciaio ambulante, aveva condotto in moglie una appetitosa forosetta dalle forme scultorie e dal viso capriccioso e furbo, dallo sguardo incandescente, la quale prima di impalmarsi al merciaio aveva commesse parecchie scarpette che avevano aumentato il contingente dei ricoverati al brefotrofio del suo paese.

Brutto come il peccato, secco, allampanato, con delle braccia e delle gambe lunghe, che quando s’aprivano parevano ali d’un molino a vento, più vicino ai quaranta che ai trentacinque, spilorcio, avido di denaro, taccagno, mal vestito e peggio costrutto, Domenico non poteva certo aspirare a nozze cospicue. Ma anche la venustà della fanciulla sulla quale aveva posti gli sguardi era una pretesa al disopra dei suoi meriti. Doveva dunque essere, necessariamente, molto corrivo per quanto concerneva il di lei passato e proporsi di chiudere un occhio anco per l’avvenire.

Ed è precisamente quello che egli aveva fatto.

Le sue frequenti assenze dal paese erano una fortuna, sulla quale Michelina, sposandolo, aveva fatto assegnamento.

I primi tempi del matrimonio passarono per entrambi tranquilli. La moglie vinceva coraggiosamente la ripugnanza che la bruttezza del marito le ispirava, e questi, per ripagarla dei godimenti che ne traeva, oltre al mostrarsi molto indulgente con lei, largheggiava nelle spese. Michelina approfittava generosamente d’una cosa e dell’altra. Si trattava con lautezza, per quanto concerne il vitto, vestiva con relativo lusso, non faceva mai nulla di nulla, e si era procurata una folla di cugini, che le allietavano gli ozi.

In breve Domenico si ebbe conquistata la fama d’essere il più grande, fortunato e contento marito cornuto dell’umanità.

Ma l’appetito vien mangiando, come si suol dire, e presto il trattamento del marito parve a Michelina troppo scarso. Pensò che gli amanti di cuore se le fruttavano molte gioie fisiche, non gliene procuravano punto di morali, e cominciò a trar profitto della sua libera vita.

Una sera, ritornando prematuramente a casa da uno de’ suoi consueti viaggi, trovò Domenico la sua diletta sposa a cena con un grasso e grosso curato. La tavola era fornita d’ogni ben di Dio. Bottiglie coperte dall’onoranda polvere del tempo, fiaschi dalla pancia tumefatta contenente topazi e rubini sciolti; un magnifico cappone fumante sulla scansia ed altri bipedi alati ed implumi, sulla credenza. I più deliziosi aromi impregnavano l’ambiente e vellicavano le nari del reduce merciaio, anco più deliziosamente di quelle dei due convivi.

All’improvvisa comparsa di Domenico Valeri, il curato fece atto di alzarsi e le sue gote già rubizze, diventarono color di fiamma, ma Michelina lo trattenne con un delizioso moto della bianca manina ed un quasi impercettibile alzar di spalle.

— Buon Menico, — disse poi — Sei tornato a tempo, il signor curato sarà ben felice di averti per commensale.

— Certamente! Certamente! — borbottò il prete, benché temesse di non trovarsi completamente a suo agio.

— Vieni qui — ripigliò Michelina — un’ala di questo cappone ti rifocillerà lo stomaco e ti preparerà a mangiare il resto di buon appetito.

— Permette proprio, signor Curato? — domandò Domenico, con emozione, e prendendo la mano del reverendo e baciandola con gran rispetto.

— Figuratevi.

Man mano che la cena procedeva il curato smetteva il broncio e vista la compiacenza del marito, lo affogava di bere e mangiare. E intanto andava mulinando come avrebbe potuto liberarsi da quell’impiccio, rompendo il programma della sua serata.

Michelina aveva messe lenzuola di bucato, acutamente profumate colla spazzetta, nel talamo nuziale, aveva mutate le fodere de’ guanciali e sarebbe stata una così bella occasione di passare una gioconda nottata.

Il prete interrogava la capricciosa moglie del merciaio sul delicato argomento, cogli occhi e coi piedi. Questa comprese a volo e rispose con un sorrisetto pieno di malizia.

Ma Domenico Valeri non era un grullo. Da quella cena comprese tutto ciò che poteva sperare per l’avvenire, mostrandosi condiscendente e indovinando i desideri e le intenzioni del curato, uscì fuori con una esclamazione che scese fin nei più nascosti recessi dell’anima del prete:

— Che peccato che io non possa trattenermi più a lungo in sì grata compagnia.

— Perché? — domandò prestamente il degno ecclesiastico.

— Bisogna che riparta subito. Ho un contratto da stipulare e non sono venuto che per prendere certi denari dei quali ho bisogno.

— Partirai domattina — disse la pudibonda sposa — se te ne vai così, il signor curato se n’avrà a male.

— Certamente! — biascicò il prete.

— Il signor curato è tanto buono che vorrà perdonarmi. Gli affari prima di tutto, non è vero?

— Sicuro — scappò detto all’anfitrione in sottana nera.

— Almeno trattienti un’altro pochetto, tanto da accompagnare a casa don Gaspare — miagolò Michelina, che si divertiva a tener sulle spine il prete.

— Oh! per questo non c’è bisogno, ribattè costui.

— Dunque me ne vado.

E vuotato un ultimo calice d’aleatico, Domenico si alzò, finse di andar a prender qualche cosa nel canterano e rimessosi sulle spalle il ferraiolo, se ne andò accompagnato dagli auguri e dalle raccomandazioni della moglie.