LXV.
Auri sacra fames.
La relazione col curato, così felicemente continuò, con molta soddisfazione dei tre contraenti. Da quel momento la casa di Domenico Valeri era sempre fornita d’ogni ben di Dio e il bravo marito si dimenticava sempre più frequentemente di dare a Michelina il denaro per le spese di casa. Questa d’altra parte aumentava il lusso de’ suoi vestiti e la ricchezza de’ suoi ornamenti. Il prete era ricco e generoso, la donna ambiziosa, il marito avido.
Non poteva quindi accadere diversamente.
Ma la cupidigia del merciaio aumentava continuamente e godeva nell’ammirare i gioielli, gli oggetti d’oro di cui sua moglie faceva pompa ma avrebbe però voluto pigliarsene una larga parte.
Una sera rientrando, dopo l’assenza di parecchi giorni, in casa, trovò Michelina a mensa, assisa davanti un desco, sul quale erano i resti della succolenta cena che ella aveva, come di consueto, fatto col curato. Ma il bravo prete se ne era andato perché alla mattina seguente doveva officiare prestissimo.
Il merciaiolo sedè allegramente a fianco di Michelina, e dopo averle dato un abbraccio, con tutto quel tanto di galanteria che teneva a sua disposizione, disse:
Vediamo un po’ che cos’è rimasto di buono. Del pollo, del prosciutto, dei tartufi di Norcia, pizza di Civitavecchia ecc. bene, benone, benissimo.
E incominciò a mangiare a quattro ganasce, suscitando l’ilarità della sua sposa, che avendo alzato un po’ il gomito col curato, si sentiva in vena di tenerezze.
Bevi, allocco esclamava versandogli del vino; questo è di Grottaferrata asciutto, che aiuta la digestione. Poi c’è lì del moscato di Gradoli, che par...
Piscio d’angioli?
L’hai detto tu, sozzone.
Quando Domenico si fu ben bene rimpinzato di cibo e di vino, stimò giunto il momento di tenere alla sua pudica metà un certo discorso, che andava mulinando in testa da parecchi giorni.
Dimmi un po’ Michelina, incominciò il curato è generoso non è vero?
Generosissimo.
Non ti rifiuta mai nulla?
Non ho bisogno neanche di chiedere, suppone che abbia un desiderio, non me lo lascia manifestare, lo previene.
Brava persona! Prete modello! Curato eccellente! Dunque se gli domandassi qualche cosa, non te lo negherebbe?
Che dovrei domandargli?
Che so io? De’ quattrini.
Me ne ha già dati di molti.
Ah si? Quanti press’a poco?
Guarda!
In così dire Michelina si alzò, andò al canterano, ne trasse fuori una cassetta fatta a mò di stipo antico, coperta di velluto, con ornamenti e borchie di metallo, si frugò nel colmo seno, e tirata fuori una piccola chiave, aprì il cassetto.
Il merciaiolo sbarrò gli occhi stupefatti e gridò:
Ma qui ci saranno almeno tremila scudi.
Lo credo bene.
E frattanto Michelina si divertiva a tuffare le mani bianche e grassottelle nelle monete d’oro: provava una specie di voluttà al contatto di quel prezioso metallo.
Domenico era diventato più pallido del consueto. La vista dell’oro gli cagionava delle vertigini, e più volte in pochi secondi aveva portato gli sguardi dalla cassetta alla punta di un coltello, che aveva servito per tagliar la pizza e giaceva ancora sulla tavola.
È pericoloso tenersi in casa tutto questo denaro disse d’un tratto.
Perché?
Perché si potrebbe sapere, sospettare e un bel giorno od una bella notte venirci a sgozzare in letto per derubarci.
Sei impazzito?
D’altronde il denaro ne’ cassoni non frutta niente, invece impiegandolo saviamente, si può ricavarne interessi.
No, no! Esclamò Michelina, la quale non voleva saperne di distaccarsi dal suo tesoro.
C’è un bel podere da vendere presso Macerata.
Che ne sappiamo noi di coltivazioni?
Si potrebbe comperarlo e subaffittarlo.
No, preferisco tenermi il mio denaro.
Ebbene, se ti piace aver del denaro da maneggiare, mettiamo un bel negozio da mercante: io smetterò di andar per le fiere e potremo fare una vita comodissima e da buoni borghesi.
Neppur questo mi va. Finché c’è il curato di quattrini non me ne mancheranno: dopo ci penseremo.
Il Valeri tentò con altre proposte di rimuoverla dal proposito di tenere i suoi cespiti morti, chiusi nel canterano. Ad ogni nuova insistenza Michelina diventava più inflessibile e mostravasi per giunta seccata dei discorsi del marito. Questi dovette quindi persuadersi che per il momento non c’era a far nulla, propose di coricarsi e Michelina consentì.
Il letto era come di consueto, quando il curato cenava in casa dell’amante, preparato con grande cura, colla biancheria pulita e più fina, e ben sprimacciato. La donna satura di voluttà vi entrò e Domenico dietro di lei, ma troppo turbato per pensare a sovvenire ai bisogni fisici della moglie, la quale dopo aver atteso invano qualche carezza almeno, profondamente si addormentò.
Il merciaiolo invece non poteva chiuder occhio: aveva sempre dinanzi a sé la cassetta e la mano di Michelina, che rimuginava le monete d’oro.
Passarono così lunghe ore. La testa di Domenico s’era mutata in un vulcano, gli martellavano le tempie, aveva la bocca e la gola arse dalla sete; pareva in preda ad un violento attacco di febbre. Ma a forza di volontà riuscì a dominare sé stesso, a riacquistare una tranquillità relativa ed a riordinare le sue idee.
Colle buone, pensava, io non riuscirò mai ad ottenere nulla da questa baldracca. Essa continuerà a spillar quattrini al prete e ad accumularli. Ma chi mi assicura che non verrà il giorno in cui, presa da una passione imperiosa per qualche giovane mascalzone, non si faccia mangiar tutto da lui? Chi mi assicura che quando si sarà fatta un capitale sufficiente a vivere in una comoda agiatezza, non mi mandi all’inferno, e se ne vada a vivere da sé? Così dovrei sopportare il danno e le beffe. No, bisogna sopprimerla. Tremila scudi di patrimonio li ha, un altro migliaio di scudi almeno valgono i suoi gioielli. Con questa somma un uomo solo può vivere senza affaticarsi, e godere. Aspettare più oltre sarebbe una pazzia.
Entrato in tal ordine di considerazioni, il merciaiolo non si fermò. Formò un piano di guerra, confuso sulle prime, ma che andò man mano precisando ne’ più minuti particolari, colla riflessione.
LXVI.
L’assassinio e l’espiazione.
Sull’albeggiare la moglie si svegliò: si sentiva la testa pesante e indolenzita, pei fumi alcoolici. Lo disse al marito e questi le propose d’alzarsi e di andare a fare una passeggiata in montagna. L’aria fresca del mattino le avrebbe giovato. Conosceva un bugigattolo dove si vendeva dell’ottimo vino e avrebbero potuto fare un piccolo spuntino. Michelina aderì di grand’animo; balzò fuori dalle coltri e si vestì in fretta e furia. Domenico fece altrettanto e mezz’ora dopo, mentre Tolentino era ancora immersa nel sonno e non si vedeva per le strade anima viva, i due coniugi uscivano dalla città e si avviavano per la campagna ad un sentiero montano.
Man mano che salivano il sentiero si faceva sempre più ripido ed aspro, il paese fitto d’alberi, d’arbusti e di inestricabili liane. Usciti finalmente dalla macchia si videro aprirsi, innanzi uno stupendo panorama. Il sole ormai alto indorava una successione di colli digradanti verso la pianura per un lato. Sotto i piedi avevano un burrone profondo e nero; alle spalle l’erta scoscesa.
Guarda disse Domenico alla moglie che bella vista.
Stupenda! esclamò Michelina, realmente ammirata.
In quell’istante si sentì afferrata per la vita. Credette ad un trasporto di voluttà del marito e gli si abbandonò volenterosa, benché sorpresa dal fatto inusitato.
Il merciaiolo, con uno sforzo prodigioso, la sollevò sulle braccia e la lanciò giù per il burrone.
S’udirono due gridi contemporanei e nulla più. Il corpo bellissimo della donna appariva denudato, essendosele rimboccate le vesti nella caduta e precipitando sobbalzato di picco in picco, di sterpo in sterpo si tingeva di sangue, finché giacque esamine e disfatto sul fondo del burrone.
Ecco fatto mormorò tranquillamente il merciaiolo che aveva voluto veder gli effetti del suo colpo; quindi rifacendo la via percorsa s’avviò a casa, pensando con gioia al piacere che avrebbe fra pochi momenti provato, ficcando pur lui le mani nell’oro del bauletto, del quale aveva avuto cura di strappare la chiave alla vittima, mentre la scaraventava nel vuoto.
Egli aveva fatto i suoi calcoli con matematica precisione. La Michelina era ben nota per la sua vita avventurosa. Nessuno l’aveva veduto tornare la sera, e nessuno uscire la mattina. Egli avrebbe potuto mostrarsi ignaro di ciò che era avvenuto e mettere intanto in salvo i suoi valori. Forse lo avrebbero arrestato: ma non si sarebbe trovata né una prova, né una testimonianza ed avrebbero dovuto rilasciarlo, dichiarandolo innocente e attribuendo il delitto a qualche amante geloso e vendicativo.
In base a questi calcoli, rientrato nel proprio domicilio, si impossessò della preziosa cassetta, vi chiuse i gioielli che la moglie aveva lasciati nel canterano e avvoltala, a mo’ de’ soliti involti di merce che soleva portare da un paese all’altro, chiuse la porta di casa ed uscì.
Giunto sulla via si vide venire incontro un personaggio che lo fece rabbrividire. Era il bargello, al quale s’unirono tosto due gendarmi, che lo ammanettarono e lo trassero in carcere coll’involto.
Aveva creduto d’aver compiuto il misfatto senza testimoni ed era stato invece veduto da un giovane contadino, il quale s’era affrettato a portar l’avviso alla polizia.
Domenico Valeri tentò di adottare il sistema di difesa preventivamente architettato. Ma contro di lui stava la testimonianza del contadino e il corpo del delitto. Abilmente interrogato dal giudice finì per confessare, attribuendo alla infedeltà di sua moglie il movente del delitto, e così credette di poter salvare la testa. Ma il piano non gli riuscì.
Condannato nel capo dopo sei mesi di prigionia, il 15 febbraio 1830 io fui chiamato ad eseguire la sentenza. Benché munito dei conforti religiosi, morì vilmente, portato di viva forza sul palco fatale da me e dal mio aiutante.
LXVII.
L’attentato al cardinale Rivarola Quattro impiccati.
I movimenti rivoluzionari di Napoli e del Piemonte avevano esagitati anche gli Stati di Sua Santità e segnatamente le Legazioni. I carbonari, fierissima setta politica che si era proposta di rovesciare tutti i troni, compreso quello del Sommo Pontefice, ordivano continue congiure, aiutandosi vicendevolmente, da una provincia all’altra, da un capo all’altro d’Italia.
Per meglio riuscire all’intento, combinarono di sollevare le Romagne, custodite da scarso numero di truppe e di far di quelle il punto d’appoggio delle ulteriori insurrezioni, che andavano preparando e che dietro un primo successo dei ribelli, non avrebbero mancato di scoppiare.
Il governo pontificio era informato in parte delle loro mene e stava sull’avviso; ma gli tornava impossibile di raccogliere notizie precise, per poter colpire i capi ed i promotori, stante il terribile ordinamento della setta, la quale colpiva di morte inesorabilmente traditori veri o supposti, come s’era già veduto in Roma, nel processo di Leonida Montanari ed Angiolo Targhini, da me giustiziati al Popolo il 23 novembre 1825.
Erano trascorsi d’allora tre anni, e la carboneria, disfatta dai rovesci di Lombardia, del Piemonte e di Napoli, s’andava ogni giorno più estendendo e rinvigorendo. Anche coloro che non v’erano propriamente ascritti l’aiutavano, per paura di peggio, o almeno non ne denunziavano le opere, delle quali fossero venuti in cognizione. Ravenna doveva essere il punto di partenza del progettato movimento.
Stava allora in quella città l’eminentissimo cardinal Rivarola, uno dei membri più austeri e più acuti del sacro collegio. I cospiratori formarono l’audace progetto di impossessarsi della sua persona, per averlo come ostaggio e di ricorrere quindi alle armi per abbattere il governo del papa e sostituirvi un governo rivoluzionario, al quale avrebbero fatto capo gli altri dei paesi insorti costituendosi in lega.
L’eminentissimo Rivarola aveva l’abitudine di recarsi ogni giorno a diporto in carrozza fino alla spiaggia del mare, costeggiando la famosa Pineta, ed inoltrarsi in questa anche per breve tratto, onde godersi la soave frescura e l’aria saluberrima, pregna delle esalazioni delle piante resinose, tanto giovevoli ai polmoni.
Sull’imbrunire di una giornata dei primi di maggio 1828, il cardinale ritornava dalla consueta passeggiata, e stava per uscire dalla pineta, quando sei individui vestiti alla cacciatora e muniti di moschetti, balzarono fuori da una delle macchie più fitte: due si portarono ai lati dei cavalli gridando al cocchiere:
Ferma, o sei morto.
Il cocchiere intimidito fermò le bestie, benché il domestico che aveva a lato, lo esortasse a spronarli per giungere sulla strada maestra.
Contemporaneamente gli altri quattro si avvicinarono alle portiere, e quello fra essi che funzionava da capo, disse, levandosi con una mano il cappello, coll’altra brandendo il fucile:
Scenda, eminentissimo: non vogliamo farle alcun male.
È inutile rispose il cardinale prendetevi pure tutto ciò che abbiamo e non versate inutilmente sangue.
Non è la sua roba che ci preme replicò il capobanda non siamo ladri, siamo patrioti e vogliamo soltanto impossessarci della sua persona, che tratterremo in ostaggio.
E siccome il cardinale pareva esitante, aperta la portiera lo afferrarono per le braccia onde trarlo fuori.
Intanto il domestico era balzato in terra da cassetta ed aveva scaricato addosso ai banditi le pistole di cui era munito, disgraziatamente senza colpirli. Uno dei cospiratori che tenevano i cavalli, trasse pur lui una pistola che portava alla cintola e scaricandogliela nella testa, lo freddò.
Il rumore degli spari fece accorrere immantinente una pattuglia di gendarmi, che perlustrava la pineta.
Si impegnò tosto un conflitto a colpi di moschetto; due dei gendarmi caddero gravemente feriti. Una palla sfiorò la fronte del segretario che accompagnava il cardinale ed altre fischiarono alle orecchie di Sua Eminenza.
Ma la forza ebbe in breve ragione degli aggressori, dei quali due soli, il capo e un suo luogotenente riuscirono a fuggire; gli altri quattro vennero solidamente legati e portati a Ravenna, dietro la carrozza del cardinale, che un’ora dopo rientrava trionfante a palazzo.
La cittadinanza fu estremamente commossa dall’iniquo attentato: venne decretato lo stato d’assedio. Cionullameno gli altri cospiratori indiziati e conosciuti dalla polizia, riuscirono a sottrarsi nella notte alle sue indagini.
Si eresse il procedimento per omicidio ed attentato omicidio, contro i quattro arrestati: Luigi Zanoli, Angiolo Ortolani, Gaetano Montanari e Gaetano Rambelli. Ma per quanto si facesse per trar loro di bocca i nomi dei complici e i particolari del delitto, non venne fatto. Legati dal giuramento alla setta, rifiutarono ostinatamente di rispondere alle interrogazioni dei giudici, né valsero a rimoverli dal loro proposito, blandizie e minaccie; disprezzarono le une e le altre, e condannati tutti quanti alla forca, risposero unanimemente
Chi per la patria muore
Ha già vissuto assai.
L’esecuzione ebbe luogo il 13 maggio sulla gran piazza di Ravenna, occupata militarmente, per modo che non potessero accostarsi ai patiboli eretti, altro che i personaggi addetti alla curia, i soldati, e i penitenzieri.
Le finestre e le porte e le botteghe della città erano tutte chiuse e molte erano addobbate a lutto. Non una persona si vedeva per le strade. Ravenna pareva mutata in una necropoli.
Tutti i tentativi fatti per convertirli erano stati energicamente respinti dai condannati, i quali non ne vollero sapere né di confessarsi, né di confortatori religiosi e protestavano contro l’accompagno di due frati, ordinato dal cardinale.
La carretta traversò le vie deserte e silenziose, tutta circondata da soldati a piedi ed a cavallo al gran trotto.
Giunta ai piedi del patibolo, i giustiziandi scesero con un fermo passo, intrepidamente salirono uno ad uno sulle scale delle forche, e prima che il capestro stringesse loro il collo gridarono, con voce robusta, e priva di qualsiasi emozione:
Viva l’Italia! Abbasso il papato!
L’esecuzione fu rapidamente compiuta. E io partii col mio aiutante la notte sotto buona scorta, perché era corsa voce che i carbonari volessero farci la pelle.
LXVIII.
Una forosetta eccentrica.
Geltrude Pellegrini era la perla di Monteguidone, la perla e la stella insieme, perché alla virtù più scrupolosa accoppiava una bellezza incomparabile. Persona superba dalle forme slanciate e dense ad un tempo, capelli neri, morbidi, lucidi e lunghi per modo che quando li scioglieva sulle spalle, pareva avvolta in un peplo greco; occhi morati, pieni di languori misteriosi e di iridescenze abbaglianti; un profilo meraviglioso di purezza e di attraenza insieme; bocca sanguigna, denti bianchissimi, con lievi interstizi fra l’uno e l’altro, labbra tumidette e sensuali, pelle fine e vellutata, di quel bruno dorato pallido, che forma la disperazione dei pittori, incapaci a ritrarlo.
Appartenente ad una agiata famiglia di massai, vestiva con semplice eleganza e gusto squisito. Quando la festa si recava in chiesa, gli angioli se ne innamoravano, diceva una leggenda; ma se non gli angioli, certamente tutti i giovanotti, i quali facevano ala al suo passaggio, all’entrata ed alla uscita, indirizzandole sguardi da incendiare i pagliai e sospiri da muovere le ali di un mulino a vento.
Geltrude passava e sorrideva, senza ostentazione di una esagerata modestia e senza alterigia. Tutti quanti le volevano bene; tutti, anche le ragazze sue coetanee, forse perché non temevano in lei una rivale, avendo ella mille volte dichiarato che non si sarebbe mai maritata, perché non voleva distaccarsi dai suoi genitori, che amava, teneramente riamata.
Geltrude le diceva spesso la vecchia madre, è tempo che tu pensi ad accasarti.
Non me ne parlate nemmeno, io voglio godere della mia libertà, rispondeva prontamente la fanciulla.
E il padre: Pazzarella, dici così, perché non sai ancora che cosa sia il matrimonio.
Nessun altro stato potrebbe essere per me più felice di quello che godo. Io voglio sempre stare colla mia famiglia.
Si potrebbero accomodar le cose. Cerchiamo un marito che venga a star con noi.
No, no, non voglio padroni, non voglio chi abbia diritto di comandarmi, di impormi la sua volontà, all’infuori di voi.
E l’avvenire? insisteva la vecchia Non siamo mica eterni, noi. Un giorno o l’altro il Signore ci chiamerà a sé e tu resterai sola al mondo, in mezzo a molti pericoli.
Non parliamo di malinconie, mamma; lasciatemi godere le gioie dell’oggi; quando arriverà domani ci penseremo.
E così si chiudevano sempre le discussioni sull’argomento fra Geltrude e i suoi genitori.
Bisogna però avvertire che la leggiadra fanciulla era un po’ romanzesca: le avevano dato una educazione cittadina, sapeva ricamare, scrivere, far di conti, leggere. E leggeva assai.
La sua occupazione più favorita, quando aveva sbrigate le sue faccenduole, era la lettura. L’inverno, di sera, mentre la famiglia era adunata nel tinello e gli altri chiacchieravano o si occupavano delle cose domestiche, leggeva. E spesso se ne andava a letto portandosi un libro e continuava a leggere per parecchie ore. Nella buona stagione se ne andava a diporto per la campagna, s’internava nella macchia e trovato qualche posto, ove poteva starsene a proprio agio, si adagiava sui tappeti erbosi, o su qualche masso coperto di muschio, e leggeva.
Alle amiche che la rimproveravano della sua selvatichezza, rispondeva invariabilmente, ch’ella amava più di vivere in compagnia de’ personaggi ideali de’ suoi libri, che in quelli della gente di questo mondo. Pure qualche volta si acconciava a raccontar loro le storie dei romanzi che aveva divorati, e allora favellava d’amore, come avrebbe potuto farlo una fanciulla innamorata, suscitando così il sospetto, che covasse qualche passioncella segreta. Ma poi dovevano persuadersi che non era vero, e il loro stupore cresceva.
LXIX.
I misteri romantici della macchia.
Sullo scorcio di una giornata d’agosto Geltrude che aveva passato tutto il dopopranzo nella macchia, leggendo, s’avviava a casa, quando sentì uno scricchiolìo di fronde calpestate poco distante da lei. Si volse e si trovò faccia a faccia con un giovinotto alto e biondo vestito da cacciatore. Portava un abito di fustagno verde, alte uose di cuoio, un cappello a cencio, e il fucile attraverso le spalle.
Scusate, bella ragazza le disse, l’incognito mi sono sperduto nella macchia, vorreste essere tanto gentile da insegnarmi ad uscirne?
Geltrude arrossì fin nel bianco degli occhi, vinta da un’emozione nuova.
Il cacciatore aveva degli occhi cilestrini, una voce insinuante e dei portamenti non volgari.
Non siete né del paese, né dei dintorni? si arrischiò a domandargli la fanciulla.
No. Sono romano e poco pratico di questa plaga; mi hanno detto che abbonda la selvaggina in queste macchie e ci sono venuto. Disgraziatamente il mio cane si è azzoppato per un pruno che gli è entrato in una zampa e ho dovuto lasciarlo all’osteria.
Scendendo per la macchia tre tratti di fucile, troverete a manca un sentiero traversale che conduce alla strada maestra.
Grazie mille. Ma voi, perdonate, non seguite la stessa strada?
No, io sono di Monteguidone, che si trova a un quarto d’ora dalla macchia e devo risalirla per giungervi.
Peccato. Avrei fatto tanto volentieri la strada in vostra compagnia.
Vi allontanereste di troppo dalla vostra meta e non vi converrebbe perché si approssima la sera... Le strade sono malsicure, specie pei forastieri.
Val bene la pena di scomodarsi un poco per intrattenersi con una bella fanciulla, come voi, ed anco di correre qualche rischio.
Geltrude a tali parole si sentì ancora più calde le vampe al volto e volendo troncarla rispose:
Addio, signor cacciatore.
E affrettando il passo si allontanò. Ma non seppe resistere alla tentazione di volgersi indietro, per vedere se l’incognito seguiva le sue indicazioni. Egli era invece sempre là, fermo al posto dove l’aveva lasciato, colle braccia incrociate sul petto e l’occhio intento a lei.
I loro sguardi si rincontrarono.
Quella sera Geltrude, si mise innanzi il libro come di consueto ma poco o punto lesse e non appena coricata spense il lume.
La sua avventura del giorno le preoccupava la mente: ella si rivedeva innanzi il biondo giovinotto e parevale d’udirne la voce armoniosa. Che più? Non le sembrava ch’egli fosse nuovo per lei. Doveva averlo incontrato altrove, forse nelle pagine di qualche romanzo.
Geltrude si alzò all’indomani mattina, che non aveva chiuso occhio. La sua fisonomia aveva in sé qualche cosa di insolito, di affaticato, di languente.
Ti senti male. Geltrude? le domandò premurosamente la madre.
Punto.
Se sei giù di cera?
Ho dormito poco. Faceva tanto caldo.
Perché non torni a riposarti?
No, no. È meglio che mi goda un po’ d’aria fresca.
La madre non insistette più oltre e Geltrude attese come di consueto alle bisogna di casa, affrettando con voti il pomeriggio per recarsi a passeggiare e a leggere nel bosco. Sentiva come un vago presagio che l’attendeva qualche cosa di inusato. Forse sperava di incontrarvi di nuovo il cacciatore.
I presagi di una fanciulla si avverano sempre, segnatamente quando sono ispirati dal cuore.
Giunta poco lungi dal posto dove aveva passato il dopopranzo il giorno innanzi, vide un’ombra, la quale prese tosto consistenza e forme precise: quelle del cacciatore dagli occhi cerulei. Sostò un momento perplessa, ma si decise tosto e continuò la strada; quando fu innanzi all’incognito, gli volse per prima la parola.
Ancora qui, signore? Avete dunque fatto buona caccia, ieri?
Non quale la desideravo rispose l’incognito. Vi aspettavo.
Aspettavate me? Eppure, a quest’ora, avreste dovuto conoscer bene la via.
Sedete, Geltrude disse l’incognito, facendole posto sul masso colla maggiore naturalezza del mondo e come si fosse trattato di una vecchia conoscenza.
Sedotta da quelle maniere disinvolte, senza soverchia affettazione, Geltrude accettò l’invito e sedette.
Come conoscete il mio nome?
Me lo hanno detto in paese.
Vi siete dunque occupato di me?
Sì, perché vi amo.
La fanciulla si levò di scatto: quella parola buttata là così, senza circonlocuzioni, l’aveva offesa. Con chi credeva d’avere a che fare quel cacciatore ardito?
Sedete, ripeté l’incognito e non vi offendete. So che siete una fanciulla virtuosa, che non avete mai avuto amanti, che non volete saperne di matrimonio. Se vi confesso candidamente il sentimento che mi avete ispirato, credo di mostrarmi onesto e leale. Temete forse di me?
No rispose francamente Geltrude.
Riprendete dunque il vostro posto. Non ho nulla a dirvi che possa appannare la vostra virtù. Vi amo. Ebbene che male c’è?
La fanciulla non rispose; ma si lasciò convincere dalla voce insinuante del cacciatore e gli sedette di nuovo a fianco.
Anch’io m’ero proposto di non ammogliarmi: e non ho amato mai. Voi siete la prima fanciulla che mi ha fatto deviare dal mio proposito. Forse non ci rivedremo più. Ma permettete che vi manifesti l’animo mio.
Ebbene? mormorò Geltrude chinando gli occhi.
Sarei tanto fortunato d’avervi ispirato un briciolo di simpatia? È una domanda indiscreta, lo so, e vi autorizzo a non rispondere né ad essa, né a quelle che per avventura mi sfuggissero. Io non ho dormito la scorsa notte, e voi?
Neppur io sussurrò la fanciulla.
La vostra immagine mi è sempre stata innanzi agli occhi. Per quanto mi vi sforzassi non sono riuscito a fugarla.
Mi è accaduto altrettanto.
Sarei infelice se non dovessi più rivedervi, se non dovessi più parlarvi, se non dovessi più ascoltarvi. E voi?
Forse anch’io.
Voi non volete maritarvi pei vostri genitori, io non posso...
Perché?
A che servirebbe il dirvelo? Forse per una causa simile. Ma non potrebbe continuare questo mutuo scambio di confidenze e di affetti?
Geltrude sollevò la testa che teneva china al suolo e guardò negli occhi del cacciatore. Era più che una risposta, era più che una confessione. Era un assenso.
LXX.
Un’orgia d’amore.
I convegni fra Geltrude ed Enrico tale il nome del cacciatore, continuarono ogni giorno e finirono a diventare sempre più intimi. Mutavano il luogo, ma di volta in volta si internavano sempre più nella macchia.
Noi intessiamo un romanzo diceva il giovanotto alla fanciulla.
E ciò val meglio di leggerlo rispondeva Geltrude sorridendo.
E non arriveremo mai all’epilogo?
Sarebbe finito e non si potrebbe ripigliar da capo.
Un dopo pranzo, un improvviso temporale li sorprese, mentre passeggiavano nella macchia. Grossi goccioloni incominciavano a cadere, forieri di un terribile acquazzone. Infervorati nel discorso non se n’erano avveduti in tempo e fu ventura per loro di trovarsi vicino ad una grotta naturale, da Geltrude ben conosciuta, dove poterono ripararsi.
In breve la pioggia diventò diluvio. Soffiava una raffica terribile che pareva volesse schiantare tutti gli alberi della selva. Le scariche elettriche si succedevano con rapidità spaventosa; talché v’erano dei momenti in cui il bosco pareva in fiamme.
Accoccolati uno vicino all’altro sopra un pezzo di roccia, staccata dalla volta della grotta, dalla quale pendevano le stallatiti, bizzarre nella forma elegante, guardavano fuori l’imperversare del tempo senza sgomento; si sarebbe detto che assistessero ad uno spettacolo. E di tratto in tratto, si comunicavano le loro impressioni. Geltrude si sentiva invasa da un senso arcano, che le faceva scorrer dei brividi acuti e deliziosi nelle vene. Talvolta il bruno dorato della sua pelle acquistava dei toni caldi e i suoi occhi sfolgoreggiavano, come i lampi. L’aria satura di elettricità influiva sui suoi nervi.
Enrico lo comprendeva, ma non tentava di approffittarne. Aveva preso sul serio quella relazione tutta spirituale e non voleva mutarle il carattere, o prolungandola acuiva maggiormente la passione fisica?
Quando Dio volle l’infuriare del temporale cessò; la pioggia rallentò, tacque il vento e un iride superba stese il suo arco settemplice sulla volta celeste.
È passato disse Geltrude sospirando e togliendosi a malincuore dal fianco del biondo cacciatore. Enrico non cercò di trattenerla, si alzò pur lui ed entrambi si affacciarono all’imboccatura della grotta. Allora uno spettacolo nuovo si offerse loro. Innanzi alla grotta scorreva impetuoso e rumoreggiante un torrente d’acqua giallastra e limacciosa, travolgendo con sé rami d’alberi, massi di pietre ed animali.
Si trattava di una inondazione in piena regola. Un corso d’acqua superiore gonfiato dalla pioggia aveva straripato e scendendo giù per la selva, aveva formato nella parte avallata quella specie di fiume improvvisato.
Per riguadagnare la parte alta del bosco e la strada, era mestieri attraversare quel torrente; e non c’era tempo da perdere, perché le acque ingrossavano sempre più e il tramonto si avvicinava.
Bisogna uscire ad ogni costo disse Enrico, non senza inquietudine.
Usciamo rispose sospirando Geltrude, tentando di mettere il piedino fuori della soglia della grotta.
Il cacciatore la trattenne appena in tempo.
Siete pazza esclamò l’acqua arriverà già a quest’ora sopra le mie ginocchia, e la furia con cui scende vi travolgerebbe.
Non possiamo passar qui la notte rispose gaiamente la fanciulla, inconscia del pericolo. Come fare?
Concedete che io vi trasporti sulle braccia attraverso il torrente.
Per tutta risposta Geltrude con ingenuo abbandono passò il manco braccio attraverso al collo del cacciatore e appoggiò all’omero di lui la bellissima testa. Enrico la sollevò come una bimba e mosse i primi passi nel torrente. Ma il fondo era sdrucciolevole; l’acqua rapida e saliva molto più che egli non credesse. In breve sentì che non avrebbe potuto resistere alla furia e dovette ritornare indietro e posare sulla soglia della grotta il prezioso fardello.
Impossibile! esclamò.
Ma oltre all’emozione prodottagli dalla situazione, Enrico si sentiva invaso da un’altro trasporto. Quelle morbide forme che egli aveva cullato nelle sue braccia poderose per alcuni istanti, l’alito soave di Geltrude che si era confuso col suo, il contatto dei loro capelli, lo avevano reso pazzo di amore, sentiva che lo trascinavano...
E Geltrude rideva, rideva sempre.
Ma non sai, disgraziata, gridò riaccostandosele e protendendole di nuovo le braccia, che siamo perduti?
Che importa se mi ami? rispose collo stesso tono eccitato la fanciulla, in preda pur essa al fascino della passione. Un istante di felicità, non vale una vita stupida e noiosa?
Enrico afferrò di nuovo Geltrude fra le braccia e stringendola disperatamente al seno le diede un bacio, sulle labbra, lungo, intenso, snervante. E fu quello il punto che li vinse.
Fu un’orgia di amplessi frenetici, quella a cui i due giovani inebbriati si abbandonarono; un’orgia, nella quale la passione toccò lo zenit. Si credevano votati a morte sicura e volevano giungervi per un’agonia deliziosa.
Un ultimo raggio di sole occiduo, traversando fra le fronde degli alberi penetrò nella grotta a svegliare i due innamorati dal loro delirio; si sciolsero simultaneamente dall’ultimo gagliardo amplesso e tornarono sul limitare del loro ricovero.
L’imperverso torrente aveva smessa la furia della sua corsa, le acque erano discese a un bassissimo livello e fu agevole al cacciatore di attraversarlo, e di riguadagnare la strada della macchia, portando in salvo la fanciulla che aveva ripresa sulle sue braccia tuttora fremebonde.
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