LXXI.
Matrimonio per ripiego.
Da quel dì fatale Geltrude subì una trasformazione. Alla giocondità consueta, successe in lei una malinconia dolce e soave. Amava il consorzio de’ suoi genitori come per l’addietro, ma passava delle intere giornate sola nella sua camera. Le sue assenze si facevano più frequenti e più lunghe.
Ella s’era data pienamente in balìa della passione che l’aveva travolta, e i suoi amori con Enrico continuavano più ardenti che mai. Ma l’inverno si avvicinava. I convegni nella macchia diventavano impossibili, e per lo meno ingiustificabili. E già più d’una volta i due amanti favellando avevano dovuto trattare lo spinoso argomento della separazione, senza nulla concludere.
Enrico, disse finalmente la fanciulla, al cacciatore, tu mi hai detto che non potevi pensare al matrimonio, vorresti confessarmene il perché, francamente, schiettamente? Io non ho alcun rimprovero a farti. Mi sono data a te senza patti, senza condizioni, perché così la sorte ha voluto. Parla, sono pronta a tutto.
Perché rammaricarci?
Parla Enrico. Ho abbastanza forza per udire la verità e coraggio per sopportarla. Forse sei...
Lo vuoi assolutamente sapere?
Lo voglio.
Ebbene, sì, sono...
Dillo.
Sono ammogliato.
Geltrude chinò il capo sul seno e stette per alcuni istanti assorta in meditazione. Enrico non osava distoglierla. Quando ebbe a lungo riflesso e parve aver presa una determinazione; si alzò e tendendo la mano all’amante, gli disse con ferma voce:
Tutto è finito. Enrico addio. Dimenticami, se puoi; io non ti dimenticherò mai.
Il cacciatore le strinse la mano portagli, la baciò e ribaciò, la rigò di lagrime, ma non disse verbo.
E così si lasciarono.
Tre mesi dopo gli abitanti di Monteguidone erano sorpresi da una grande notizia. Geltrude Pellegrini si faceva sposa di un ricco bottegaio romano sulla quarantina.
Le nozze si celebrarono con grande pompa e solennità. Dodici ragazze del paese, in bianchi vestiti, l’accompagnarono all’ara. Dalla casa alla chiesa fu una processione. Le finestre delle case per le quali passava il corteo erano addobbate e piovevano sovr’esso freschi fiori; le campane suonavano a festa. La gente si affollava sul passaggio. Vi fu distribuzione larga di denari e di derrate ai poveri. Nella casa del vecchio massaio ebbe luogo un sontuoso banchetto e levate le mense si ballò.
La sposa appariva palliduccia, ma pur sempre bella. Lo sposo era raggiante di felicità. E di quegli sponsali rimase la tradizione nel paese.
Compiuto il viaggio di nozze Geltrude Pellegrini e suo marito si stabilirono in Roma e la loro vita consuetudinaria incominciò e continuò tranquilla e serena. Toto era innamorato di sua moglie, e le riservatezze di questa non facevano che alimentare la sua passione, la quale si traduceva in gentilezze, cure e prodigalità infinite.
Non tardarono i vagheggini a farsi intorno all’avvenentissima donna, come già si erano fatti intorno alla leggiadra fanciulla, ma inutilmente, Geltrude si mostrò insensibile a qualsiasi seduzione e seppe frenare le audacie dei più intraprendenti, senza suscitar scandali e senza compromettere il marito o le faccende del negozio, nelle quali in breve diede mostra di accorgimento e di un tatto non comune.
Così si acquistò le simpatie universali e colle simpatie il rispetto e l’ammirazione. Avevano creduto di aver a che fare con una mezza contadina e si trovavano invece innanzi una persona non solo civile, ma dal portamento e dall’educazione quasi signorile.
Guarda un po’ com’è fortunato quel Toto dicevano i suoi compagni è già sulla quarantina e si è pescato un boccone da principe, onesta e virtuosa, quanto bella, ed esperta negli affari del negozio, come se ci fosse nata.
Toto gioiva de’ trionfi di sua moglie e sentiva farsi sempre maggiore l’adorazione per lei. Un solo dispiacere provava, ed era quella di non aver figli. Attribuiva ciò alla ritrosia di Geltrude, ma si confortava dicendo: «Quel che non è venuto verrà.» E agli amici che per beffarlo gli domandavano se aveva bisogno d’aiuto, per assicurarsi un successore, rispondeva:
Provatevi pure, se ci riuscite.
Tanta e tale era la fiducia che riponeva nella incontestata virtù di sua moglie.
Aveva veramente dimenticato Geltrude il suo primo ed unico amore? Si era completamente atrofizzato il suo cuore? Si era spento quell’ardore del suo sangue, che l’aveva tratta a darsi così completamente ad Enrico?
Lo vedremo.
LXXII.
Incontro inaspettato.
Benché stabilito anche lui in Roma, la romantica innamorata del biondo cacciatore di Monteguidone, non l’aveva mai riveduto. E questo contribuiva alla sua tranquillità.
Una mattina Geltrude se ne stava seduta nel fondo del negozio, quando la sua attenzione fu richiamata da un lontano salmodiare di voci, che si andava avvicinando e nel contempo vide la gente di fuori accalcarsi sui marciapiedi. Doveva essere un trasporto funebre di qualche importanza. Spinta dalla curiosità si affacciò anch’essa, per assistere dalla soglia della bottega allo sfilare del funebre corteggio.
È una zitella, poveretta diceva una donnicciuola. Vedete che ha il panno bianco, sul feretro.
No, rispondeva un’altra.
E chi è, dunque?
Una signora morta di parto.
Poverina, lascia dei figliuoli?
No. Era il primo, dopo parecchi anni di matrimonio.
Guarda un po’ che disgrazia.
Il convoglio intanto si avvicinava preceduto e seguito da una quantità di frati dei vari ordini e da una folla di persone per bene, munite di grossi ceri, che alternavano le preci e i canti funebri. E il chiacchierio degli spettatori e delle spettatrici continuava.
Chi ne sapeva qualche cosa, lo diceva, per mostrarsi ben informato. Chi non sapeva nulla, o inventava delle fole, o chiedeva notizie ai vicini.
Vedete disse d’un tratto quella che pareva meglio al giorno delle cose il marito, segue la cassa, col padre e coi fratelli.
Qual è il marito? si richiese d’ogni parte.
Quello là biondo, nel mezzo, tutto vestito di nero.
È un bel giovanotto, troverà presto da consolarsi.
Povero sor Enrico!
All’udire questo nome Geltrude, colta da uno strano presentimento, uscì dal negozio e mischiandosi alla folla, volse lo sguardo dalla parte indicata dalla donnicciuola.
Impallidì subitamente, si appoggiò alla parete, ma sarebbe indubbiamente caduta al suolo, se gli astanti non se ne fossero accorti e non l’avessero sorretta.
Sora Geltrude vien meno, bisogna portarla nel negozio disse una bottegaia sua vicina.
Poveretta! È tanto buona. Non ha potuto resistere all’emozione.
Quando non si ha più coraggio di una gallina, si dovrebbe starsene a casa.
Così si diceva intorno, mentre un forte giovinotto levandosela sulle braccia la trasportava in negozio.
Lo svenimento di Geltrude portò un po’ di scompiglio nel corteggio e fu avvertito da coloro che lo formavano e segnatamente dal giovinotto biondo, che era stato designato per il vedovo marito, il quale parve assai commosso da quell’incidente e pur continuando a seguire il feretro dell’estinta, volgeva frequentemente il capo verso la bottega di Geltrude, finché gli fu dato di vederla.
È un conforto per chi soffre, veder diviso il proprio dolore sentenziò un rigido signore, rispondendo all’osservazione di taluno, cui sembrava strano quel contegno.
Quando Toto tornò a casa, trovò la sua cara sposa adagiata sul letto, e circondata dai garzoni e dalle donne del vicinato, perché lo svenimento di Geltrude aveva quasi avuto le proporzioni di un deliquio. E le sue smanie non cessarono se non quando la vide pienamente ristabilita.
Ma convien dire che l’impressione della donna fosse stata ben terribile, perché le lasciò in fondo una tristezza, che indarno cercava di vincere.
LXXIII.
L’appuntamento Da capo.
Passò così una settimana.
Sull’imbrunire di un sabato Geltrude se ne stava sulla soglia della bottega, guardando la folla della gente che andava e veniva per un verso e per l’altro, quando i suoi occhi si fissarono sopra un uomo che fermo sull’angolo della via dirimpetto guardava intensamente il suo negozio.
Non tardò a riconoscere in lui, Enrico, il biondo cacciatore di Monteguidone, lo sconsolato vedovo che aveva veduto sette giorni innanzi seguire il feretro della moglie. Una subita emozione si impossessò di lei; con un breve chinar del capo, accennò affermativamente alla muta interrogazione che sembrava farle.
Enrico mosse alcuni passi giù per la via, quindi tornò indietro e passando rasente il negozio di Toto, porse a Geltrude un pezzo di carta arrotolata, che teneva fra le dita, senza soffermarsi, e senza salutarla.
Geltrude, si cacciò in tasca il biglietto e rientrò prontamente in bottega: i garzoni avevano accesi i lumi ed ella potè leggerlo Diceva semplicemente: «Domenica alla 10 a San Pietro». Si alzò, fece il biglietto in piccolissimi pezzi e recatasi sul limitare del negozio, li sparse nella strada.
Aveva deciso di vincere quella tentazione, di resistere all’inclinazione che la trasportava, di rifiutare l’appuntamento e di conservarsi fedele ed intemerata moglie.
Ma le memorie del passato ripresero il sopravvento durante la notte, che scorse per lei agitatissima. Verso il mattino credette d’aver vinta la battaglia e che la palma fosse rimasta al dovere, e si addormentò, proponendosi irremissibilmente di non recarsi al convegno, di tagliare alle radici, quella passione che accennava a risorgere. Dormì fino alle otto del mattino cullata da rosei sogni di larve gentili e carezzevoli. Quando si svegliò la vittoria era rimasta in pugno ad Amore.
Toto era uscito, senza destarla, e aveva lasciato detto che sarebbe tornato soltanto a sera, perché doveva andare a Frascati per un certo suo affare.
Geltrude si vestì colla consueta eleganza, ma senza sfarzo di ninnoli e di gioie, uscì e si trovò, quasi senza saperlo, forse senza volerlo, sulla gradinata di San Pietro. Sulla porta del tempio Enrico l’attendeva. Che si dissero?
Una sola cosa. Enrico era libero di sposarla. Geltrude non era più tale. Apparteneva ad un altro uomo. Enrico l’amava sempre disperatamente, come il primo giorno che l’aveva veduta. Geltrude non lo amava meno, ma non aveva avuto il coraggio d’attendere. L’ostacolo insormontabile alla loro felicità l’aveva creato lei. Avrebbero continuato una relazione clandestina? Perché allora l’avevano interrotta, spezzata anzi violentemente a Monteguidone?
Usciti dal tempio erano saliti a Monte Mario e Roma cominciava già ad avvolgersi nei vapori del tramonto quando si decisero di scendere. Enrico accompagnò la bella, ormai decisa al peccato, fino a Ponte Sant’Angelo, e Geltrude rientrò in casa pochi minuti prima di suo marito.
Sei uscita oggi? le domandò.
Ho passata la giornata a Monte Mario: avevo bisogno di prendere un po’ d’aria.
Hai fatto bene. Ora ti senti meglio?
Sto benissimo.
Cenarono allegramente e coricatisi presto, fu Gertrude prodiga di sé al marito più assai, e più intensamente del consueto. Ma a chi volava il suo pensiero?
Toto ne fu felice e beato. Tanto è vero che la felicità è relativa.
I convegni fra i due amanti si moltiplicarono; ma furono condotti colla massima cautela. Geltrude chiedeva spesso ad Enrico:
Se fossi libera?
Ti sposerei.
Lasceresti Roma?
Con te verrei anche in capo al mondo.
LXXIV.
L’ultima notte del marito.
Toto, sollecitato da Geltrude, aveva ceduto il proprio negozio, perché intendeva ritirarsi dagli affari. Era abbastanza ricco per poterlo fare e non gli pareva vero di poter dedicare tutta la sua vita alla moglie, i cui trasporti erotici erano da parecchio tempo diventati inebbrianti. Egli non sapeva spiegarsi quella metamorfosi strana, ma ne accettava i benefici, senza indagarne la causa. Forse nella vanità che è innata nell’animo umano, la attribuiva all’ardenza del suo amore, alla gagliardia dei suoi amplessi.
Geltrude era in preda ad una straordinaria sovreccitazione erotica. I suoi ritrovi coll’amante non bastavano a saziarla: se ne ripagava col marito. Poi quando l’effervescenza della passione era calmata, questi le destava una ripugnanza invincibile. Ma era abbastanza destra, e già abbastanza corrotta per dissimularla. Il pensiero però che rinunziando al negozio ed agli affari si sarebbe trovata in piena balìa di quell’uomo, che se lo avrebbe avuto sempre al fianco, che non le verrebbe più fatto di incontrarsi col suo idolo, l’atterriva e la raffermava nel feroce proposito già formato di sbarazzarsi di lui. Quella notte doveva essere l’ultima del suo supplizio. Bisognava uscire ad ogni costo da una situazione insostenibile.
Aveva in casa un lungo ed affilato coltello, che pareva fatto con un pezzo di lama di spada, foggiato a pugnale. Mentre, estenuato dalla lotta amorosa s’era assopito, Geltrude scese pian piano dal letto e andò a munirsi di quel micidiale strumento. Ritornando si accorse che il marito aveva aperti gli occhi e si affrettò a nascondere l’arma sotto il guanciale. L’uomo si svegliò di fatto e le domandò:
Che hai, Geltrude?
Nulla, amor mio, rispose la perfida.
Perché non dormi?
Sono tutt’ora in preda all’ineffabile piacere che mi hai arrecato.
Sei un angelo!
Per tutta replica Geltrude gli cinse un’altra volta il collo colle bianche braccia, squisitamente modellate e cacciandogli la mano dalle dita rosee e affusolate nei capelli, l’attirò a sé e lo baciò sulla bocca.
Fu una nuova giostra, lunga, terribile, snervante, in capo alla quale il povero marito giacque completamente spossato, rifinito di forze, impossibilitato a muovere un braccio a sua difesa. Geltrude stette per lunga pezza sorridente a vederlo ed egli, l’incauto, si addormentò tranquillamente, accarezzato da quello sguardo, che credeva pieno d’amore e di riconoscenza.
Quando si fu assicurata che il marito era immerso in un sonno duro e profondo, Geltrude balzò dal letto seminuda come era e afferrato il pugnale, con un terribile colpo glielo immerse nel petto spaccandogli il cuore.
Il disgraziato non mandò un lamento, spalancò gli occhi e tosto li richiuse, quasi non volesse conoscere la persona che lo aveva colpito. Dopo brevi momenti era morto e irrigidito nel letto. Geltrude gli coprì il capo colle coltri, lasciandogli infisso il pugnale nella ferita; quindi si accinse a vestirsi tranquillamente, senza un’ombra di terrore o di rimorso. Il primo ostacolo alla sua felicità lo aveva rimosso la sorte, facendo morir di parto la moglie del suo amante. Giudicava pertanto naturale ch’essa avesse a toglier di mezzo l’altro. Quell’uomo, anziano, brutto, avea goduto anche troppo di lei. Non poteva dire di averla pagata troppo cara.
Tali i pensieri dell’assassina, mentre compiva i preparativi della partenza.
Raccolti tutti i suoi effetti preziosi, i denari che il marito aveva ritratti dalla vendita del negozio già effettuata, e i valori che possedeva, e messili in una valigia, che richiuse co’ suoi indumenti necessari e colla biancheria, mise il resto dei suoi effetti in un’altra valigia, e pian piano uscì, serrando la porta accuratamente.
LXXV.
Gli ultimi amplessi coll’amante dopo l’assassinio.
Cominciava appena a far giorno, quando giunse a casa dell’amante, affaticata, stanca, anelante, ma sempre ebbra d’amore e smaniosa di gettarsi nelle braccia di lui.
Sentendo bussare leggermente alla porta, Enrico si tolse dal letto e andò ad aprire, non sapendo ideare chi potesse a quell’ora cercarlo. Ma appena la vide, esclamò sorpreso e trasognato:
Geltrude!
Io.
Tu qui? A quest’ora? Come mai?
Lasciami portar dentro le valigie e lo saprai.
Le valigie?
Sì, ti sorprende?
Il giovinotto aderì alla richiesta di Geltrude, perché non poteva crudelmente lasciarla sulla porta di casa. Ma quel carico che gli cascava improvvisamente sulle spalle non gli garbava di soverchio: lo preoccupava assai. Come tutti gli amanti, nel trasporto della passione aveva risposto affermativamente a tutte le domande della sua innamorata, benché gli sembrassero molto strane ed arrischiate; ma era ben lontano dal credere che quei propositi, scaturiti dall’ebbrezza, fra un bacio e l’altro, avessero a tradursi in fatto, e sopratutto a tradursi in fatto così sollecitamente.
Come ebbero trasportate in casa le due valigie, Enrico infreddolito si ricacciò tra le coltri.
Che fai? gli disse Geltrude stupita.
Non vedi? Mi corico. Fa un freddo birbone. Non vorrei prendere una costipazione. Si fa presto ad andarsene all’altro mondo e sarebbe troppo comodo a tuo marito.
Geltrude a quell’uscita sorrise sinistramente; i suoi occhi mandarono un bagliore di fiamma. Benché sorpresa da quella accoglienza non proferì verbo; e attribuendo all’amante il desiderio di gioire di lei, incominciò a spogliarsi.
Vieni a letto anche tu? le chiese Enrico.
Poiché ci sei tu...
È il meglio che ci resta a fare.
Bisogna però pensare a partire.
A partire?
Certamente. Non vorrai credo, che io resti qui. Lo scandalo sarebbe troppo grosso e collo scandalo il pericolo.
Le preoccupazioni d’Enrico crescevano di momento in momento. Egli non era per nulla disposto a mettersi nella briga di un’unione clandestina, con una donna fuggita dalla casa maritale. Le sue supposizioni non andavano oltre. Al primo risveglio della passione, incontrando Geltrude, gli era parso possibile tutto. Ma sbolliti i primi entusiasmi, gli era rinata la riflessione. Ed era giunto già a tale da reputare come un grave impiccio per lui quell’amore troppo fervente e troppo esclusivo.
Geltrude dal canto suo s’era accorta che Enrico non aveva capito quello che era accaduto fra lei e suo marito e non si sentiva il coraggio di confessarlo.
Quando si fu completamente spogliata ed ebbe preso posto nel letto, pensò che la confessione gli verrebbe più spontanea, fra i deliri degli amplessi. Ma anche questi deliri non vennero punto. Tutto assorto nel pensiero delle conseguenze della fuga di Geltrude, Enrico fu quella mattina un pessimo amatore; gli mancava, se non la lena e la vigoria, l’entusiasmo. Geltrude ne provò una delusione crudele; ma sperò ancora.
Ora è mestieri che ci alziamo disse.
Alzati pure.
E tu?
Io resto.
Ma disgraziato! noi non possiamo rimaner qui, esclamò, esterefatta da quel contegno del suo amante, Geltrude. Bisogna andarsene, se no saremo sorpresi.
Ascolta Geltrude le rispose Enrico, oramai deciso a disingannare quella donna ed a farla tornare da suo marito le pazzie, sono sempre pazzie: si fa presto a dirle, quando la testa riscaldata non sta a segno; ma prima di commetterle, bisogna pensarci e ripensarci bene.
Non è più tempo: ormai è fatto.
Si è sempre in tempo per rimediare ad un errore, a un fallo, o ad una colpa:
Geltrude volle sorridere ancora; ma il suo non fu neppure un sogghigno amaro, fu una contrazione spasmodica della bocca.
Fortunatamente l’amante non la vide; gli avrebbe destato orrore. Enrico continuò:
Ritorna da tuo marito, raccontagli una bubbola purchessia, e ti crederà. Che cosa non credono i mariti, quando si tratta di non perdere una bella moglietta come sei tu?
Queste blandizie, invece di lusingare Geltrude, la fecero impallidire, come una morta. La freddezza dell’amante, era una doccia su la passione che l’aveva condotta fino all’assassinio del marito. Lo spettro dell’ucciso, si levava in quell’istante innanzi ai suoi occhi, terribile e minaccioso. Ella incominciava a sentirsi perduta, irremissibilmente perduta, e ne era sgomenta.
Impossibile! mormorò rabbrividendo.
Perché impossibile?
Impossibile, ti dico.
Fole. Vattene in un albergo, colle tue valigie. Scrivigli una lettera, dicendogli che hai lasciato la sua casa, perché... perché...
Perché ho un amante? chiese Geltrude con accento tragicamente ironico.
Non è il caso. Ma non saresti la prima, come non saresti la prima perdonata da un marito tradito.
Enrico, tu mi hai perduta!
No, ti ho trovata.
Celii? E non ricordi che mi giurasti di non vivere che per me, che di me, quando fosse rimosso l’ostacolo che ci divideva?
Sta bene. Ma l’ostacolo esiste, e per ora almeno, non è possibile toglierlo di mezzo. Né urge. Noi siamo felici anche così? Non possiamo continuare ad esserlo egualmente?
Felici? Ho creduto di poterlo essere ancora, ad onta...
Ad onta di che?
Ad onta di tutto. Ma la glaciale freddezza con cui mi accogli, con cui rispondi a colei, che ha tutto sacrificato per te... mi ha completamente delusa.
Parole! Parole! Benedette donne, se non chiacchierate, se non declamate, se non piangete...
Piangere io? Ascolta. Non ho pianto il giorno in cui seppi d’essermi data ad un uomo che non poteva sposarmi, non ho pianto stanotte quando mi decisi...
A fuggire da tuo marito. Sarebbe stato meglio che avessi versato quattro lagrime e ti fossi rappattumata con lui.
Vile! Codardo! Infame! urlò Geltrude che era scesa dal letto e si andava rivestendo, movendo co’ pugni stretti verso Enrico, tuttora giacente. E forse se avesse avuto fra le mano il pugnale, con cui aveva nella notte trafitto il cuore del marito, avrebbe fatto altrettanto coll’amante.
Enrico tentò di rappacificarla.
Via, che parolaccie son queste Geltrude? Non le ho udite mai sulle tue labbra. Perché vuoi contaminarle ora?
Il giovane aveva messo tutta la tenerezza, tutta la dolcezza di cui era capace, in questo rimprovero: la sua voce suonò all’orecchio di Geltrude soavissima.
LXXVI.
Amore e ribrezzo.
Si dileguarono in un baleno le truci memorie e i truci propositi. Si chinò sopra l’amante lo baciò, ribaciata, con tutta l’effusione dell’anima e gli mormorò all’orecchio:
Se sapessi quanto t’amo.
Lo so, ti credo e non ti amo meno.
Eppure mi discacci.
Non ti discaccio punto. Ti impedisco di commettere una pazzia, che sarebbe la tua rovina.
Fuggiamo, Enrico. Qui non posso più stare, e andarmene non voglio senza di te.
E dàlli con questa ubbia.
Ubbia la chiami?
Sì, se ubbia significa ancora una cosa irrealizzabile.
Ma non capisci che non posso ritornare alla casa di mio marito, che ho abbandonata per sempre, portando via tutto, tutto; la roba mia e la sua?... Vedi in quelle valigie sono tutti gli averi di mio marito. Il ricavo della vendita del negozio, i denari, le gioie, i valori.
Enrico a, quella rivelazione si rizzò a sedere sul letto, in preda ad un orrore, che non tentava neppure di dissimulare.
Ma questa è un’infamia! Tu vuoi farmi passare per tuo complice, vuoi disonorarmi! Prima ti pregavo di ritornare da tuo marito, ora te lo impongo.
Me lo imponi?
Certamente. Come ti impongo di riportargli quella roba. Mi par di sentirmi bruciare le mani, soltanto per aver toccate quelle valigie. Se si potesse sapere, se si potesse credere...
Non si saprà nulla, non si crederà nulla, accertatene.
Io potrei bene sfidare il giusto sdegno e l’ira di tuo marito, per avergli portata via la moglie; ma morrei di vergogna se avesse ragione di sospettare che...
Non temere egli non sospetterà nulla.
Dovrà pur accorgersi...
Non si accorgerà di nulla.
Geltrude spiegati. Quali arcani mi nascondi?
Nessuno arcano. Mio marito era l’ostacolo che ci separava; tu mi hai detto che se fosse stato tolto, mi avresti sposata, e saremmo stati liberamente uniti per tutta la vita.
Ebbene?
Ebbene, questo ostacolo non esiste più.
Come?
È soppresso.
Finiscila colle ambiguità, in nome di Dio, non istraziarmi. Parla.
Vuoi saper tutto?
Tutto.
L’ho ucciso questa notte, sul far del giorno, un quarto d’ora prima di giunger qui, con questa mano stessa che lui ha tante e tante volte baciate, l’ho ucciso per te, per amor tuo, l’ho ucciso per diventar tua moglie.
Orribile! Orribile! esclamo Enrico comprimendosi con ambo le mani la testa, per contenere il tumulto de’ pensieri. E questo mostro, questa assassina, mi ha prodigate le sue carezze, colle mani ancor lorde di sangue!
Enrico accompagnò queste parole con un atto di disgusto, di nausea, di ribrezzo tale, che Geltrude ne fu colpita nell’imo del cuore. Comprese che tutto era finito per lei, e, senza più, raccolte un’altra volta le due valigie, si precipitò fuori della porta, senza profferire una parola, e senza che l’amante tentasse di trattenerla.
Non appena la vide uscita, Enrico balzò dal letto, corse a chiudere la porta, e la sbarrò guardandosi attorno, pauroso di rivederla ancora.
LXXVII.
La confessione e la punizione.
Uscendo dalla casa dell’amante, Geltrude incontrò una vettura, chiamato il cocchiere, si fece caricar su le due valigie e gli ordinò di condurla da Monsignor Fiscale. Era estremamente pallida, aveva i capelli irti sulla fronte, gli occhi infossati, le labbra tremanti: aveva la febbre. Ma la fresca aura del mattino la calmò e giunse innanzi a monsignore in condizioni di poter essere ricevuta senza allarmare gli usceri e le guardie. Il severo magistrato non appena la vide, sempre bella, anzi resa forse più attraente dal pallore del volto e dalla fisionomia accasciata, sorse, e le mosse cortesemente incontro, e la invitò a sedere nella miglior poltrona del suo gabinetto: quindi passatole a lato un’altra scranna, come avrebbe potuto fare con una signora di qualità, le domandò:
Che posso fare per voi? Assicuratevi anticipatamente di tutta la mia deferenza.
Geltrude mandò un profondo sospiro.
Qualche segreto affanno, certamente vi conduce Apritevi liberamente con me. Nell’esercizio delle mie funzioni io sono una tomba vivente e queste pareti non hanno né occhi, né orecchie continuò il fiscale.
Ho una terribile rivelazione a farle, monsignore, mormorò Geltrude fissandolo negli occhi.
V’ascolto e sarò felice di potervi giovare.
Per me non v’ha lenimento possibile, malgrado la vostra buona volontà.
Siete sotto un’impressione sinistra, tranquillizzatevi: c’è rimedio per tutto, fuorché per la morte.
Monsignore l’ha detto.
Una grande sventura vi ha colpita; dunque? Siete forse vittima.....
Sì, vittima di una passione terribile, funesta, che mi ha tratto al delitto.
Al delitto? domandò lentamente il fiscale, levandosi gli occhiali, ripulendone le lenti, e figgendo poi acutamente lo sguardo negli occhi di Geltrude.
Sì, monsignore, al delitto.
Una schietta confessione, diminuisce la gravità della pena e vi accaparra la grazia divina. Spiegatevi.
Ho ucciso mio marito.
Per gelosia forse?
No, per amore.
D’un altro?
Per l’appunto.
Complice quest’altro?
Ignaro di tutto.
Si può credere ad una donna, innamorata al punto di uccidere il marito...
Per toglierlo di mezzo e sposar l’amante? Parrebbe di no. Eppure è così.
Vedremo.
Lo vedete fin da questo momento.
Come?
Egli mi ha respinta, mi ha scacciata. Forse mi denunzierà.
Giunta a questo punto Geltrude Pellegrini narrò al fiscale tutti i particolari del delitto e della scena che era seguita fra lei ed Enrico, nella casa di costui; ma non volle saperne assolutamente di declinare il suo nome o di dare qualche indagine sul suo conto. La segretezza più scrupolosa aveva sempre regnato ne’ loro rapporti e nessuna indagine avrebbe potuto scoprirlo. Ad onta della tremenda delusione patita, ad onta dell’oltraggio da lui ricevuto tale ella riteneva il disprezzo, che le aveva dimostrato, voleva risparmargli il dolore di coinvolgerlo nel processo. E fu irremovibile ed accorta.
Il colloquio fra Geltrude e il fiscale, terminò coll’arresto della colpevole e col sequestro delle due valigie, che aveva portato seco.
L’istruzione della causa durò parecchio tempo, perché il giudice inquirente volle esaurire tutte le pratiche per rintracciare l’amante e per udirlo, quantunque apparisse evidente che non poteva aver avuto complicità alcuna colla Geltrude.
Pronunziata sentenza di morte, la Pellegrini domandò i conforti religiosi e si chiarì contrita e devota, si mostrò rassegnata, ma coraggiosa e convinta d’aver meritata la pena inflittale.
La mattina del 9 gennaio 1838, in cui ebbe luogo l’esecuzione, una emozione vivissima dominava in tutti gli animi di Roma. Il processo aveva destato un interesse grande, immenso; la fama della bellezza di Geltrude v’aggiungeva esca. La folla s’addensava compatta innanzi al carcere, e per tutte le vie, donde il sinistro corteo doveva passare, e sul teatro dell’esecuzione. Le finestre delle case erano gremite di curiosi, come le strade e d’ogni parte si appuntavano sulla carretta sguardi e cannocchiali.
Giunta innanzi al palco, scese dal veicolo con fermo passo, in modesto, ma non avvilito atteggiamento. La bruna veste che aveva indosso, scendendo a larghe pieghe lungo la persona, dava risalto maggiore alle sue forme scultorie e aggiungeva una cert’aria di sentimentalità alla sua bellissima fisionomia. Era pallida, non abbattuta. Salì sicuramente i gradini del patibolo e dopo aver baciato il crocifisso, che le porgeva il confessore, mentre gli altri confortatori si ritiravano, porse il capo alla mannaia. Non appena fu caduto sotto il colpo della ghigliottina, afferrai per i capelli il capo della bellissima donna e sollevandolo lo mostrai alla folla attonita e commossa come non mi era mai accaduto di vedere.
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