LXXVIII.
Le prime armi in galanteria.
Pietro Tagliacozzo di Olevano, figlio unico di un agiato proprietario, avendo perduto il padre in giovanissima età, era stato allevato dalla madre, la quale ebbe il torto di volerne fare un pezzo grosso. Prima tentò di avviarlo alla carriera ecclesiastica. Le sorrideva l’idea di diventare un giorno la madre di un vescovo, di un prelato, di un cardinale, chissà? fors’anco d’un papa. Se Sisto V aveva potuto ascendere sulla cattedra di San Pietro, dopo aver custodito i porci, perché non avrebbe potuto fare altrettanto suo figlio, che in fin de’ conti discendeva da famiglia campagnola, ma ricca e universalmente stimata?
Pietro però la dissuase da questo proposito mostrandosi inclinato a tutto, fuorché a fare il pastore d’anime.
Pensò allora la buona donna di farne un grande scienziato, un medico famoso, un insigne avvocato, od un ingegnere architetto, da oscurare la fama del Bernini, che riedificò mezza l’urbs moderna e lo mandò all’università di Roma.
Pietro Tagliacozzo ne approfittò tosto per entrare in rapporti d’amicizia co’ più celebrati scavezzacolli della città eterna, coi più consumati crapuloni; e in breve tempo si acquistò fama di primo fra i primi. Conseguentemente alla Sapienza i professori lo conoscevano di nome, perché si era iscritto ai corsi, ne conoscevano anche le gesta, perché spesso se ne parlava, ma nessuno lo conosceva di persona.
Presto però i giocondi simposi, le partite di piacere ai castelli, le tropee e gli svaghi consueti gli vennero a noia. Desiderava qualche cosa di più piccante, e la trovò. Un amico, di quelli che si era fatto frequentando le sale dei bigliardi, i caffè e i ristoratori, gli propose di condurlo in una casa, ove c’erano delle leggiadre donnine allegre, dove si faceva all’amore, si cenava e si giocava; sopratutto si giocava. Pietro Tagliacozzo accettò di grand’animo e in breve diventò uno fra i più assidui frequentatori di quella casa.
Giocava e perdeva con molta distinzione, cioè senza disperarsi; giocava e vinceva con molto garbo, sciupando i quattrini delle vincite cogli amici e segnatamente colle signorine che rallegravano la casa della loro gradita presenza.
Di queste, una delle più avvenenti e distinte era Lalla, una francese stabilita a Roma da poco tempo, che aveva cambiato in questo nomignolo, dirò così, di guerra, il suo nome di Mélanie. Essa aveva delle parigine la grazietta gentile, le piccole furberie, ed anche le grosse, e un’avidità insaziabile, abilmente mascherata. Aveva della romana la magnificenza delle forme, il bagliore degli occhi neri fiammeggianti e lascivi ad un tempo, i bellissimi capelli neri e l’abbandono sapiente.
Accortasi delle simpatie di Pietro, Lalla, da quella calcolatrice che era, si mostrò con lui fredda e ritrosa oltre i confini del ragionevole. Cercava di evitare a bello studio i contatti da sola a sola con lui, mentre lo investiva e lo avvolgeva co’ suoi sguardi, quando si trovavano in compagnia, e non c’era pericolo, ch’egli potesse spingere i suoi attacchi oltre i limiti della convenienza.
Una bella sera Pietro riuscì a trarla in un canto del salone da giuoco, nella strombatura di una finestra, coperta dai cortinaggi, e l’afferrò per le mani.
Questa volta non mi fuggirete le disse.
Che volete da me?...
Desidero una spiegazione.
Ed è perciò che mi usate violenza?
Lungi da me quest’idea.
Parlate allora.
Voi mi detestate?
Bella pretesa.
Come bella pretesa?
Detestarvi sarebbe una distinzione dagli altri ed io non voglio.
Neppure detestarmi?
No. Si comincia col detestare e si finisce coll’amare.
Detestatemi allora, ve ne scongiuro.
Per far capo all’altro termine.
All’amore.
All’amore? È precisamente ciò che non voglio.
La vostra virtù è dunque incrollabile.
Credete voi a quella goffaggine che si chiama la virtù?
La domanda è imbarazzante. Lasciate che io ci pensi. Vi risponderò questa sera, dopo cena se vi degnate di cenare con me.
Dove? qui?
No: da Lepri.
E sia.
Due ore dopo Lalla e Pietro Tagliacozzo cenavano in un elegante salottino del celebre ristorante romano e i suoi intingoli facevano prodigi.
Smessa la selvatichezza fino allora con arte soprana adoperata per meglio invischiare il merlotto, Lalla era diventata dolce, chiacchierina, espansiva. Pietro era raggiante di felicità, ma di una felicità relativa. Improvvisamente l’affascinante fanciulla passò un braccio intorno alla vita del poco studioso studente e accostando il proprio viso al viso di lui, quasi esortando a baciarla, gli domandò:
Mi sei debitore di una risposta: credi dunque alla virtù?
Pietro le cinse il collo col braccio sinistro e attraendola dolcemente a sé incollò le labbra ardenti sulle labbra di lei, non meno frementi di voluttà. E fu un bacio lungo, intenso, ineffabile, nel quale pareva che le anime di quelle due giovani persone volessero fondersi in una.
LXXIX.
Un colpo a fondo.
All’indomani mattina quando Pietro ebbe lasciata quell’alcova deliziosa, ove aveva spremuta tanta felicità, in una piena notte d’amore, con Lalla, questa si stese mollemente sul letto, ributtandone le coltri e pensando alla promessa del suo novello amante si addormentò, mormorando:
Verrà quel citrullo? Se non venisse proverebbe di non esserlo. Ma verrà, oh sì verrà. E un sorriso cinicamente beffardo le si disegnò sulle labbruzze coralline e roride, mai sazie di baci.
Che cosa aspettava Lalla?...
Una cosa semplicissima. Duemila scudi che le occorrevano per pagare la sua sarta, la quale le aveva fatto l’ingiuria di pignorarle il mobilio. Senza quei duemila scudi la povera Mélanie, avrebbe dovuto abbandonare il suo quartierino di via del Babuino, quel dolcissimo nido, dove Pietro aveva gustate gioie del cielo; avrebbe dovuto andare in camere ammobiliate, o all’albergo, dove non sarebbe stata concessa loro alcuna libertà; avrebbe dovuto fors’anco tornarsene a Parigi e dire per sempre addio alla bella Italia, alla superba Roma ed al suo amante novellino. Che erano alla fine dei conti duemila scudi? Una vera miseria. Più volte le avevano offerto dei monili che valevano molto di più, per avere un suo bacio, ed ella s’era rifiutata.
Naturalmente queste cose le aveva dette a Pietro, fra un’amplesso e l’altro, fra un sorriso e una lagrimuccia, fra un piccolo bacio e un piccolo morso.
E Pietro si affrettò a prometterle i duemila scudi; ma non li possedeva; per iscrivere a sua madre e farseli mandare, occorreva troppo tempo e per di più un pretesto molto ben colorito. Conosceva però un Giudìo, che prestava all’onesta tassa del 200 per cento, al quale non aveva mai ricorso prima di allora, ma di cui conosceva appuntino le abitudini. Uscendo da Lalla si recò diffilato da lui. Il Giudìo lo accolse, come se lo aspettasse da lungo, cordialmente, affabilmente, rispettosamente. Ma quando Pietro incominciò a toccare il tasto de’ quattrini, insorsero le mille difficoltà. Prima di tutto già non li aveva. Avrebbe dovuto ricorrere ad altri per trovarli e forse li avrebbe trovati; ma si sarebbe accontentato della semplice firma del Tagliacozzo? Lui avrebbe risposto per lui; ma quello là non prestava senza garanzia scritta. Egli il suo nome sulla carta non l’avrebbe posto per tutto l’oro del mondo.
Pietro si impazientiva; ma il Giudìo implacabile continuava nella esposizione delle difficoltà.
Intanto Lalla s’era svegliata dal lungo sonno, che aveva riparato le sue forze fisiche, estenuate dall’orgia della notte e si stirava le bellissime membra, come una giovane pantera che sente i primi impulsi dell’amore. Col capo circondato dalle candide braccia che gli facevano cornice, mentre lo sorreggevano, il turgido seno scoperto ed eretto, fra le finissime guarnizioni della camicia, le linee dense e morbide della persona guizzanti, pei suoi moti ferini, aspettava Pietro, sorpresa del suo ritardo.
Erano già le due pomeridiane, quando il giovane Tagliacozzo comparve. Aveva dato una grande battaglia e l’aveva vinta. Il Giudìo si era arreso alle sue istanze e gli aveva procurati duemila scudi. Ma a quale prezzo?
Lalla lo accolse col più carezzevole de’ suoi sorrisi. Gli disse che non aveva voluto accettar prima la sua corte, perché sentiva che lo avrebbe amato troppo, ed ella non voleva amare, perché amando soffriva. Ma ormai era fatto. Ed aveva già provato il primo dolore, per il suo ritardo. Temeva di non rivederlo più; temeva di aver distrutta ogni poesia, con quella prosaica domanda che gli aveva fatta. Era stata una stupidità. Avrebbe potuto farne a meno. Quand’anco le avessero venduto il mobilio, non sarebbe mancato loro un rifugio. Il sole del loro amore, avrebbe allietata anche una spelonca.
Ascoltandola Pietro era inebriato. Avrebbe firmato non una cambiale, ma una risma intera di cambiali, per far piacere a quella celeste creatura, così leggiadra, così amorosa e così disinteressata.
LXXX.
Si continua a tutto vapore.
La tresca dell’olevanese colla capricciosa parigina continuò; le cambiali si moltiplicarono e le richieste di denaro alla mamma del pari. Vennero la scadenze e Pietro non potendole pagare fu costretto a rinnovarle, accumulando interessi sopra interessi. Quando la somma toccò una cifra enorme, il Giudìo pensò bene di fare gli atti al suo giovane cliente e ottenne un sequestro sui beni di sua proprietà, dei quali era usufruttuaria la madre. L’indignazione della povera donna per tale disastro fu terribile. Energica com’era, ricorse al sussidio di un esperto avvocato e colla minaccia di un processo penale per usura, riuscì a pagare i debiti di suo figlio, spogliati dagli enormi interessi che li avevano fatti crescere a dismisura. Quindi gli assegnò una pensione mensile, avvertendolo che all’infuori di quello non gli avrebbe dato un soldo di più. E quasi non bastasse chiese ed ottenne di farlo riporre sotto tutela, per modo che qualunque debito contraesse, fosse nullo. Così intendeva di assicurargli il patrimonio.
Pietro non si accasciò di soverchio per tutte queste cose. Egli si sapeva amato da Lalla, o almeno ci credeva, e questo bastava a confortarlo delle privazioni alle quali avrebbe dovuto per qualche tempo assoggettarsi. Ma dubitava che Lalla si sarebbe del pari sottoposta ad una falcidazione delle spese che gli aveva accollate.
Lieto quindi di essersi tolto dagli impicci, che lo avevano per parecchio tempo assediato, tornò a Roma, munito di un discreto gruzzolo di quattrini, strappati a sua madre col pretesto di metter casa del proprio per economizzare.
Grandi accoglienze ebbe dalla sua tenera amica, la quale coi suoi bianchi dentini da sorcetto lo aiutò a sgretolare il peculio portato da Olevano. In breve si ritrovò colle mani vuote e dopo aver esaurita la condiscendenza di qualche amico, dovette rifare la strada che menava dal vecchio giudìo.
Questi non appena lo vide montò su tutte le furie possibili,
Lo trattò da straccione, da ladro, da assassino. Gli disse che gli aveva usurpato il frutto de’ suoi sudori e delle sue fatiche. Inviò sopra di lui i fulmini del Dio d’Israele e lo invitò ad andarsene per la porta, prima che gli venisse meno il lume della ragione e fosse tratto a buttarlo dalla finestra.
Pietro, che ormai vi aveva fatto il callo alle scenate del giudìo, ascoltò pazientemente fino alla fine le sue contumelie e non si risolse a rispondergli che dietro l’intimazione di andarsene.
Proprio vero che a voler trattare da galantuomo coi furfanti è tempo sprecato esclamò movendo un passo verso l’uscio.
Come sarebbe a dire? Chi è il furfante e chi il galantuomo? Spiegatevi urlò il giudìo.
Il galantuomo, a rigor di termine, sono io, il furfante lascio alla vostra persona d’indovinare chi sia.
Bel galantuomo! Dopo essersi mangiati i frutti sacrosanti del mio denaro.
Vi faccio osservare che io non ho mangiato niente più di quanto mi avete sborsato.
Egli interessi? gli interessi?
Non sono stato io che ve li ho tolti.
E chi dunque.
L’avvocato di mia madre.
Un altro galantuomo come...
Come chi?
Come voi?
Non siete in vena di complimenti stamattina. Eppure per mostrarvi che sono qual mi vanto, era venuto per proporvi di cautelare questi frutti, che vi furono arbitrariamente tagliati dall’avvocato.
Portate quattrini? tirateli fuori e proclamerò che siete la perla, la fenice dei galantuomini.
Ecco veramente i quattrini non li ho; ma...
Se non ne avete è colpa vostra, dovevate pagare a tempo.
Vostra. Dovevate aspettare un po’ ancora.
Sapete che i sovventori non volevano più oltre indugiare.
E così hanno danneggiato i loro affari e i miei. Ma siamo in tempo di riparare.
Come.
Vi rilascerò una cambiale per i frutti.
Una cambiale senza la vostra firma, vale il prezzo del bollo, sottoscritta da voi non vale più neanche quello.
Non siete molto gentile.
Siete interdetto.
No, interdetto, riposto sotto la tutela di mia madre.
Se non è zuppa è pan bagnato.
Questa tutela cesserà.
Finché vive vostra madre ci ho dei dubbi forti.
La mia non è una madre eterna.
Iehowa non aveva moglie, infatti.
Una cambiale senza scadenza fissa.
Per potersene valere, dato che non voleste farla impugnare, bisognerebbe che fosse in bianco anche per la data d’emissione.
La farò come vorrete.
Meglio poco che niente.
Mi restituite la vostra fiducia?
Riconosco in voi delle buone disposizioni, ma quanto alla fiducia aspetteremo alla scadenza.
Il giudìo tirò fuori una cambiale e la porse a Pietro dicendogli:
Ecco qui, mettete la somma e firmate.
Per la somma non ci siamo ancora intesi.
Ah! Ho capito, mi chiedete quanto dovete aggiungere per gli interessi del tempo che dovrò aspettare. Voglio mostrarmi generoso, e non vi farò pagar nulla per questo.
Grazie. Ma non siamo ancora arrivati al busillis.
E sarebbe?
Mi occorre un migliaretto di scudi. Datemeli e faremo la somma rotonda.
Siete impazzito? Mille scudi a voi? Sarebbe come buttarli dalla finestra.
Sia per non detto. Me ne vado.
E la cambiale?
Se la mia firma neppure in bianco non vale mille scudi è meglio che risparmi di insozzare la cambiale.
Eh! È questo il vostro galantomismo?
Mi occorrono mille scudi.
Il dibattito continuò a lungo. La conclusione fu che il giudìo, tirò fuori quattrocento scudi e Pietro gli rilasciò la cambiale per mille, oltre l’importo degli antichi interessi.
Disgraziatamente pareva che l’appetito di Lalla crescesse in ragione inversa dei fondi del suo amante.
Ogni giorno erano nuovi capricci de’ più costosi. In capo ad otto giorni i quattrocento scudi del giudìo erano sfumati.
LXXXI.
A qual punto porta la dissolutezza.
Tagliacozzo tornò dallo strozzino, ma per quanto battesse e ribattesse il chiodo non gli venne fatto di cavargli un soldo.
Non c’è proprio nessun modo di trovar quattrini colla mia firma? chiese alla perfine il giovane dissoluto.
Colla vostra firma no.
Se trovassi quella di qualche amico?
Peggio che andar di notte. I vostri amici sono più indebitati di voi e non hanno neppure la speranza di uscir un giorno o l’altro dagli impicci.
Che firma vorreste dunque.
Quella di vostra madre.
La firma di mia madre? Impossibile; quando mai mi darebbe i denari.
Andate dunque a chiederglieli.
Mi farebbe chiudere in un manicomio.
Inutile perdere il tempo in altri discorsi.
Portandovi la firma di mia madre.
Aspetterò fino alla scadenza della cambiale, per verificarla.
Ah! Ma è orribile ciò che mi proponete.
Io non vi propongo nulla.
Pietro, aveva compreso ciò che voleva il giudìo, avere in mano un documento che costringesse la vecchia a pagare per salvare il suo onore. Ma per quanto corrotto l’idea di commettere un falso gli ripugnava.
Tornò da Lalla a mani vuote. S’era messo a stare con lei e in tutti i modi bisognava provvederle. Tirò innanzi per alcuni giorni a furia di spedienti. Ma la sua dolce amica, ne fu presto stufa e gli disse chiaro e tondo che le si levasse dai piedi. Di un amante pitocco non sapeva che farsene.
All’indomani mattina Pietro Tagliacozzo portava al giudìo una cambiale di diecimila lire colla firma della madre, naturalmente fatta da lui. Il giudìo sogghignò e gli sborsò settemila lire. Lalla gli ridonò subito il suo affetto. Un mese dopo la scena si ripeté, e così il successivo. Così giunse la scadenza della prima cambiale falsa. Prima che fosse presentata Pietro si recò ad Olevano.
La madre che nulla ancor sapeva fu lieta di rivedere il suo figliuolo e gli prodigò tutte le più festose accoglienze. Cenarono insieme, e quando ebbero finito la madre disse di esporle la ragione che l’aveva condotto al paese.
Pietro esitava. Avrebbe voluto chiederle i denari per pagar lui la cambiale e lasciar ignorare la perfidia commessa, ma non se ne sentiva il coraggio. Finalmente buttò fuori l’audace parola:
Mamma, mi servono duemila scudi.
La vecchia balzò sulla sedia, come se fosse colta da un moto sussultorio, e diede in escandescenza.
Mamma, mi sono indispensabili. Ci va del mio onore.
Ma che onore, che onore! Scavezzacollo impenitente, urlò la vecchia.
Pietro era diventato pallido come un morto, pregò, supplicò la madre, in ginocchio colle lagrime agli occhi, singhiozzando.
Non riuscì a niente, e il disgraziato si trovò costretto a rivelarle il fatale segreto delle firme falsificate. L’indignazione della vecchia a tale notizia non ebbe più limiti. Vomitò contro il figlio ogni sorta di vituperi e concluse che l’avrebbe denunziato ella stessa alla giustizia. Preferiva saperlo chiuso in galera, che libero a commettere nuovi delitti.
Salvami, mamma! scongiurava l’infelice, madido di freddo sudore.
No, no, no. Mille volte no. Quando bene mi fossi ridotta sulla paglia per salvarti, torneresti da capo, e falsificheresti altre firme, o commetteresti qualche altro delitto. In galera, infame, in galera! Ci sei predestinato.
Pietro pazzo di furore a questa terribile invocazione, balzò addosso alla inesorabile vecchia e stringendole con ambo le mani il collo, la rovesciò al suolo.
Assassino! mormorò la madre colla voce soffocata Matricida!
E più non disse, perché le mani di Pietro Tagliacozzo s’erano mutate in una morsa, e stringevano, stringevano sempre, stringevano convulsamente.
Quando il giovane ricuperò un barlume di ragione e lasciò il collo della sua vittima, la povera vecchia era morta e irrigidita.
Accortosene, Pietro Tagliacozzo fuggì inorridito dal teatro del suo delitto ed errò tutta la notte, come un pazzo per la campagna dei dintorni di Olevano. Fu raccolto sul far dell’alba, da una pattuglia in perlustrazione, in preda al delirio e confessò subito l’orribile misfatto. Furono costretti a mettergli la camicia di forza, perché tentò reiteratamente di suicidarsi.
Il pentimento di Pietro Tagliacozzo, fu pari all’enormità del crimine. Condannato all’estremo supplizio, dichiarò solennemente d’averlo meritato, ringraziò i giudici e li pregò di sollecitare l’esecuzione.
Questa seguì, per mia mano, il 19 gennaio 1842, a Roma, ove era stato trasferito, in via de’ Cerchi. La sua compunzione, lo strazio dell’animo del quale evidentemente soffriva e il coraggio con cui mosse nondimeno al patibolo, accompagnato dal confessore e dai frati confortatori, destarono un senso di commiserazione profonda.
Lalla ebbe l’impudenza di assistervi da una finestra, ma riconosciuta da taluno e additata dalla folla, ne suscitò l’indignazione, che si tradusse in imprecazioni e minaccie; per le quali dovette ritirarsi e nascondersi. All’indomani un decreto del fiscale la espelleva da Roma.
LXXXII.
Un triste Don Giovanni.
Cesare Abbo aveva portato dalla natura un temperamento estremamente lussurioso. Appartenente a famiglia ricca e di ottime origini, che godeva di gran credito nella migliore società, egli si era abbandonato giovanissimo a tutti gli eccessi, ed aveva sciupato il proprio patrimonio nel giuoco, nella crapula, negli stravizi di ogni genere, seminando il sentiero della sua vita di vittime infelici della sua foia.
Non una donna poteva passargli vicino senza ch’egli tentasse di farla sua colla violenza o colla seduzione, sorprendendola e assoggettandola per forza alle sue voglie, se gli veniva fatto, ingannandola con mentite proteste d’amore, o guadagnandola coll’oro, che spargeva a piene mani, se non gli era stato concesso di possederla altrimenti. Egli non conosceva ostacoli, in una parola. Quando incontrava delle difficoltà i suoi desideri si acuivano e diventavano irresistibili, e per appagarli non rifuggiva da qualsiasi mezzo.
Alto e ben proporzionato della persona, dotato di un vigore erculeo, coll’ampio torace eretto, lo sguardo ardito e provocante, la bocca estremamente sensuale, Cesare Abbo spirava ed aspirava voluttà per tutti i pori e incontrava spesso le simpatie muliebri. Ma nessuna passione durava a lungo in lui. Spossato dai godimenti di una notte, era capace di abbandonare e di respingere il giorno dopo l’incauta donna, per la quale aveva commesse le più grandi pazzie alla vigilia.
Le sue avventure correvano su tutte le bocche, ne’ crocchi della gente poco scrupolosa, ed erano argomento di perenni facezie di incitamenti erotici. Si parlava di lui come di un Don Giovanni della peggiore specie.
Si narrava che una notte in un albergo aveva sorpreso una signora sola, penetrando dalla propria nella camera di lei dopo averne forzata la porta. La signora aveva tentato di chiamare aiuto, ma egli le aveva posto un bavaglio alla bocca e non potendo trarla per amore a soddisfare il suo capriccio, l’ebbe colla violenza e dopo averne oscenamente abusato fino al mattino, non sapendo come sottrarsi alle conseguenze del suo misfatto, la legò sul letto per le gambe e per le braccia con delle salviette, quindi, indossati gli abiti della signora, se ne fuggì, dopo essersi calato sul volto il fitto velo del cappellino che ella portava, lasciandola in quella terribile posizione.
Quando i camerieri entrarono nella camera della disgraziata e la liberarono, Cesare Abbo aveva già lasciato la città e non ci fu verso di rintracciarlo.
In un’altra occasione, incaricato da un amico di portare sue notizie alla propria moglie, si reca da lei per eseguire la commissione avuta e viene dalla signora accolto colle migliori cortesie.
Ma le grazie soavissime di quella donna giovane e bella lo incantano, lo abbagliano, gli danno le vertigini. D’un tratto interrompe bruscamente il discorso e, afferrandole la candida mano, le dice con accento inesprimibile:
Sofia!
La signora stupefatta, cerca di ritirare la mano, ma Cesare la trattiene e continua ad investirla.
Sofia, io ti amo.
Signore risponde indignata la signora, voi dimenticate dove vi trovate e con chi parlate.
Mi trovo accanto ad un angelo e parlo colla più cara, la più avvenente, la più vezzosa delle donne.
Queste parole che io dovrei respingere in qualunque momento le pronunziaste, sono ora un insulto per me. Ricordate che siete qui presentato da una carta di mio marito, di un vostro amico, che si è affidato alla vostra lealtà.
Parole, parole, Sofia, inutili parole. L’amore è una fiamma che divampa improvvisa, o non è.
Io respingo questo amore, che voglio ritenere per un’aberrazione istantanea.
Aberrazione sarebbe per noi non aprofittare delle gioie che ci promette questo involontario incontro. Forse tuo marito in questo momento medesimo, fa con un’altra, ciò che io desidero fare con te. Amiamoci Sofia. Val più un’ora d’oblio e d’ebbrezza che vent’anni di felicità calcolata, autorizzata, legittimata da quella scempiaggine che è il matrimonio.
Atterrita da questo impudente linguaggio, la signora resta perplessa. Vorrebbe evitare lo scandalo e cerca di persuadere colle buone l’audace a desistere dai suoi insani progetti.
Io non giungo a spiegarmi gli dice questa follia, dalla quale siete assalito. È una sventura per me, l’avervi destato dei sentimenti che non posso dividere, non debbo assecondare.
Perché?
Dimenticate dunque la mia condizione? S’anco una lontana simpatia mi rendesse meno insensibile alle vostre dichiarazioni, io sarei costretta a combatterle dal vostro singolare ardimento.
Sciocchezze. Puerilità indegne di una bellezza divina qual sei.
Vi scongiuro, signore, di mutar tono. Un gentiluomo deroga mancando alle convenienze.
Ma io t’amo, Sofia. T’amo come non ho amato mai. Per un tuo solo bacio darei non una, dieci volte, la vita. Ingiuriami, calpestami, disprezzami poi, ma sii mia.
In così dire Cesare Abbo si lancia sulla signora le cinge con un braccio la vita e rovesciandole coll’altra la testa, la bacia furiosamente sulla bocca, sulla gola e tenta di usarle l’estrema violenza.
Di fronte ad un tale attacco la signora, che si vede ormai perduta, fingendo per un secondo di abbandonarsi all’assalitore, ottiene che rallenti la foga del suo amplesso, si svincola da lui e riesce ad attaccarsi al cordone di un campanello, cui dà una terribile strappata.
Due servi in livrea accorrono tosto dall’anticamera.
Allontanate questo signore e ricordatevi ch’egli non deve aver più accesso in questa casa.
I due domestici si fanno addosso a Cesare, ma questi tenta di ribellarsi loro. Ma ha da fare con due robustissimi giovanotti, i quali dopo breve colluttazione riescono a metterlo fuori.
LXXXIII.
Un dramma d’amore in carrozza.
L’oltraggio patito non fece che aumentare la passione suscitata da Sofia in Cesare Abbo. Egli giurò a se stesso di avere quella donna, dovesse costargli la vita e tenne il giuramento.
Una notte di aprile, ritornando da una serata, Sofia ordinò al cocchiere che aveva preso da pochi giorni al suo servizio di fare una corsa fuori di Porta San Giovanni. Era nervosa più del consueto e affaticata. Voleva godersi le fresche e profumate aure primaverili. Il ballo aveva alquanto eccitato i suoi sensi e sperava con quella gita di ricuperare la calma.
Abbandonata sui cuscini della vettura elegante, s’era tolta il piccolo mantello di casimiro bianco, a ricami d’oro, soppannati di seta celestina e colle opulenti spalle le pur bellissime braccia ignude, gustava i lievi brividi che l’aria notturna, penetrando da una delle portiere il cui cristallo era calato, le procurava. La sua fantasia immersa nei ricordi della serata, spaziava: sognava ad occhi aperti. Ma il freddo fattosi più pungente, la consigliò di far alzare il cristallo. Chiamò il cocchiere e gli disse:
Ho freddo, scendi, chiudi bene la portiera e ritorniamo.
Il cocchiere discese, aprì lo sportello, vide l’affascinante spettacolo, di quella donna così poco vestita di trine e di seta e acceso di subito fervore amoroso, stese le braccia, e l’attirò a sé.
Sofia cercò di svincolarsi e di respingerlo. Ma la stretta era troppo vigorosa.
Questa volta non mi farai cacciare dai tuoi servi, come sei mesi fa disse sghignazzando l’assalitore.
Che, voi? esclamò più sorpresa che sdegnata, la formosissima donna.
Io stesso, Cesare Abbo. Sfuggimi se puoi. Sarai ben mia.
Le resistenze di Sofia, furono deboli, per non dir nulle. Le condizioni patologiche della donna erano favorevoli a quell’avventura arrischiatissima. Se è vero che tutte le donne hanno dei momenti nei quali sono di chi le piglia, doveva essere quello uno dei suoi momenti. I baci di Sofia non furono meno numerosi, né meno ardenti di quelli dell’audace assalitore, trasformatosi in cocchiere, corrompendo il vero cocchiere della signora, per raggiungere il proprio intento. Gioiva Sofia d’esser vittima di un innamorato della propria classe e non nella brutalità di un servo. La passione che aveva ispirato, solleticava inoltre il suo amor proprio. La forza amatoria dell’Abbo, compì il miracolo. Rientrando al suo palazzo era pazzamente presa dell’intraprendente suo amante; si pentiva della sua fierezza che le aveva rapito sei mesi di godimenti e si prometteva di ripagarsene ad usura.
Giunto al convegno stabilito, Cesare Abbo rimise al vero cocchiere il cappello gallonato e il grande pastrano di livrea e si accomiatò da Sofia. All’indomani costei l’attendeva impazientemente nel suo gabinetto. Ma Cesare Abbo non vi si recò, né più mai si fece vedere. Il suo capriccio era esaurito.
Quando una passione non ha potuto avere il suo svolgimento nei sensi di una donna questa ne soffre orribilmente, il suo carattere si altera e di leggieri si dà in balìa agli eccessi più mostruosi.
Così accadde a Sofia, la quale perduto il cocchiere finto si abbandonò al vero, che gli richiamava quella notte di piacere acre, ma delizioso. Man mano discese per tutti i gradi della depravazione e giunse a recarsi incognita ne’ pubblici lupanari, come Messalina, per godere dell’improvviso e dell’ignoto.
Quivi si incontrò di nuovo con Cesare Abbo e dopo aver passato una notte con lui in quella casa infame, tornata a casa, si uccise con un colpo di pistola al cuore.
LXXXIV.
Il dissoluto si fa prete.
Compromesso da una serie di fatti turpi Cesare Abbo, per non incorrere in guai maggiori, dovette lasciar Roma e lo stato pontificio. Dopo aver passato qualche anno soggiornando in varie città d’Italia, passò all’estero e finì collo stabilirsi a Parigi, dove, dato fondo fino agli ultimi resti della sua fortuna, aveva dovuto, per vivere, ricorrere alla sua cultura e trar profitto dalle sue cognizioni. Ammesso in una casa signorile in qualità di precettore diventò l’amante della madre, una donna sulla quarantina, tuttor fresca e piacente ed ebbe da lei dovizia di mezzi. Avrebbe potuto vivere tranquillo e felice, ma la sua sete insaziabile di godimenti sempre nuovi lo trasse a rovina. Insegnava italiano e musica alla figlia quindicenne della sua amante, leggiadrissima creatura, rosea e bionda come un cherubino e se ne invaghì. Non potendo sperare di sedurla le propinò una bevanda inebbriante, mentre la conduceva in villa e la violò. La fanciulla ne uscì gravida e Cesare Abbo dovette lasciar la casa, non solo, ma ben anco Parigi.
Riparato a Liegi ebbe un posto di professore in un collegio cattolico e corruppe una quantità di fanciulli affidati alla sua cura, suscitando uno scandalo gravissimo e facendosi istruire un processo, dal quale non sarebbe uscito incolume, senza l’aiuto della famiglia la quale riuscì ad assopire la cosa.
Era stato in quel mezzo investito della sacra porpora un suo nepote in linea femminile e questi spiegò tutta la sua influenza a favor dello zio. Erano passati di molti anni e la memoria dei fatti di Cesare Abbo era impallidita a Roma. Il cardinale, fatte le debite diligenze pensò di richiamarlo a sé, e gliene fece la proposta per lettera.
L’offerta non poteva essere più lusinghiera e vantaggiosa per il lussurioso e randagio buontempone. Egli vide aprirsi innanzi un nuovo orizzonte e si promise di approfittare largamente di tutte le gioconde prospettive che esso gli presentava. Chiese ed ottenne di entrare negli ordini e sorvolando per volere del nipote a tutte le difficoltà, vincendo tutti gli ostacoli, fu fatto prete in breve volger di tempo, mutando il suo nome di Cesare troppo compromesso in quello di Domenico, che pur si trovava nella lunga filatessa di nomi impostigli al fonte battesimale.
Don Domenico, ormai bisogna chiamarlo così, fece il suo solenne ingresso nella sua città natia in abito talare, accuratamente sbarbato, corretto nel portamento, talché difficilmente si sarebbe riconosciuto in lui l’antico libertino, che aveva dato tanta materia alla cronaca scandalosa dei paesi da lui visitati. Era ancor nel fiore dell’età; toccava la quarantina, ma dimostrava quindici anni di meno, tant’era robusto e fresco e pieno di vigoria.
Il cardinale fu molto sorpreso di trovarsi avanti uno zio che pareva meno anziano di lui, quantunque foss’egli il più giovane dei membri del sacro collegio; investito della porpora cardinalizia da Sua Santità Gregorio XVI per la grandissima dottrina ond’era fornito. Tuttavia sedotto dai modi squisitamente signorili del neoprete, giudicò che sarebbe tornato di lustro alla sua corte e gli fece pertanto le migliori accoglienze.
Don Domenico, sono ben lieto di vedervi. Desideravo da molto tempo di conoscervi e mi spiace solo di dover questa fortuna a circostanze sulle quali, voglio sorpassare in questo momento, certo che saprete onorare l’abito e il carattere che avete assunto.
Cardinale, nipote mio dilettissimo, il dente della calunnia mi ha morso spesso, ma sotto l’egida della vostra porpora, spero vorrà d’ora in poi lasciarmi in pace. Voi avete fatto opera degna della vostra e della mia famiglia, associate negli interessi e negli affetti dai matrimoni, richiamandomi a Roma.
Voi farete parte della mia casa. Vi nomino mio segretario onorario ed eserciterete le funzioni di cerimoniere, per le quali mi sembrate tagliato apposta.
L’ufficio mi garba e lusinga il mio amor proprio e lo accetto. Tuttavia siccome intendo di esercitare seriamente il mio ministero di sacerdote, per il quale mi son sempre sentito inclinato, desidererei aver cura d’anime.
Il vostro passato... veramente...
Ma ho fatto una pratica eccezionale delle vicende umane.
Lo credo. Però vi esporreste a nuove tentazioni, dalle quali parmi opportuno tenervi lontano.
Cardinale, abbiate pazienza, vi sono gratissimo delle vostre buone disposizioni a mio riguardo e tuttociò che avete fatto per me, ma poiché sono diventato prete, non voglio esserlo di pura mostra.
L’ostinazione dello zio irritava un po’ l’illustre Principe della Chiesa. Egli subodorava delle seconde intenzioni nel tenace proposito di Don Domenico, ed ebbe una punta di resipiscenza per averlo richiamato. Ma comprendendo che non sarebbe stato agevole persuaderlo a rinunziare alle sue aspirazioni gli fu giocoforza di assentire. Dopo tutto la cura delle anime che reclamava, lo avrebbe allontanato da pericoli maggiori e salvaguardato il decoro della sua Corte.
Volete dunque assolutamente esercitare il sacerdozio in tutte le sue più gelose cure domandò.
Lo desidero, Eminenza.
E sia. Avrete la confessione, per ora.
Mi basta.
In seguito vedremo, se convenga farvi titolare di qualche parrocchia.
Non spingo tant’oltre le mie aspirazioni.
Resta convenuto che risiederete a palazzo e farete parte della famiglia. Vi sarà facile prendere conoscenza e pratica del cerimoniale. Errare humanum est: voi avete, se la fama non mente, errato la vostra parte. Guardatevi bene dal ripigliar da capo e di offrir l’occasione a quel dente della calunnia, di cui dite d’aver provato i morsi, di nuovamente attaccarvi. Siate cauto, almeno...
Se non casto. Questo va da sé.
Zio e nipote dopo questo colloquio, si lasciarono ne’ migliori termini.
Il giorno stesso don Domenico prendeva possesso del suo piccolo ed elegante appartamento nel palazzo del Cardinale, e stropicciandosi allegramente le mani, esclamava:
Ho ritrovato il paese della cuccagna. Attenti a non farsi esiliare.
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