LXXXV.
Le gesta del prete.
Domenico Abbo conservò per parecchio tempo un contegno castigatissimo ed una condotta irreprensibile. Il cardinale suo nipote ne era edificato e non cessava di lodarsi della determinazione presa. L’affabilità de’ suoi modi e la giocondità del suo spirito gli accaparravano tutte le simpatie. Mai le anticamere del prelato erano state così affollate di clienti delle migliori società. Le signore erano in prevalenza e si intrattenevano con maggior compiacimento col cerimoniere, che col cardinale. Quel bel prete, dall’aspetto di granatiere, per l’imponenza della persona, dall’occhio nero e corruscante, dalla bocca larga e sensuale, tuttora adorna dei suoi denti candidi e forti le attraeva. E dal palazzo del Cardinale passavano volentieri alla chiesa, dove don Domenico officiava, per accostarsi al tribunale di penitenza da lui presieduto.
In breve Abbo era diventato il direttore spirituale di una quantità di famiglie patrizie e vi era accolto con straordinarie feste, ogni qualvolta si degnava di accettare un invito a pranzo o a qualche ricevimento.
La giovialità del suo carattere faceva di lui un prezioso commensale, e un consigliere molto competente per tuttociò che concerneva la vita mondana, non meno che per riguardo della vita celeste.
Il cardinale nepote non era geloso dei successi di suo zio, che si riverberavano sopra di lui, e si fece premura di presentarlo al papa, non appena, essendogliene giunta notizia, manifestogli il desiderio di conoscerlo.
Papa Gregorio XVI, tolto dalla gravità delle preoccupazioni del governo della Chiesa e dello Stato, tolto dalle afflizioni che gli cagionavano i cospiratori e i rivoluzionari, sempre intesi a nuove mene per sovvertire l’ordine politico e sociale, era d’umore giocondo e sollazzevole, amava la bottiglia e le storielle amene. Si narrano di lui un’infinità di aneddoti.
Ne ricordo due, che calzano meravigliosamente per spiegare la deferenza che esso mostrò poi a don Domenico Abbo.
Aveva il Ganganelli preso di fresco un nuovo segretario particolare, il quale dormiva nella stanza attigua alla camera da letto del papa per essere pronto ad ogni sua richiesta.
Una notte gli parve di sentire il papa parlare. Scese dal letto e si accostò alla porta per distinguer meglio la voce di Sua Santità. Ad un tratto intese papa Gregorio XVI che diceva:
Biondina mia, dammi un bacetto.
Il segretario fu altamente sorpreso, se non scandalizzato. Donde mai era passata quella biondina che letificava le ore notturne di Sua Santità? Quale mistero si nascondeva sotto quella intimità così confidenziale?
Il giorno seguente il curioso segretario fece del suo meglio per scoprir terreno, ma non gli venne fatto di saper nulla. La notte origliò di nuovo alla porta della camera cubiculare del pontefice e l’udì ad un certo punto, ripetere l’invocazione:
Biondina mia, dammi un bacetto.
Così continuò per molte notti, senza che la curiosità sempre più eccitata del Segretario, potesse appagarsi. Soltanto le domande di bacetti si facevano sempre più frequenti nel corso della notte medesima.
Finalmente una notte che il papa aveva domandati più baci del consueto alla sua biondina, il segretario udì un tonfo ammortito dal tappeto. Allora giudicò necessario di intervenire, e passò benché non chiesto nella stanza del papa.
Uno strano spettacolo si offerse agli avidi suoi sguardi.
Gregorio XVI se ne stava accoccolato a fianco del letto in camicia, con una bottiglia di ambrato vin santo in mano, e non riusciva a rialzarsi, per quanti conati facesse. Altre bottiglie giacevano al suolo abbandonate.
La notizia dai segreti penetrali del Vaticano, si diffuse per tutta Roma, suscitando l’universale ilarità e il Segretario curioso e chiacchierone venne rimandato.
L’altro aneddoto è il seguente.
Un dopo pranzo parecchi cardinali erano adunati intorno a Sua Santità e favellavano sopra diversi argomenti.
Un cardinale meno prudente e meno accorto essendo il discorso su papa Gregorio I, si mise a tessere l’elogio delle sue vere e supposte virtù, esaltandole oltre ogni dire, e concluse che meritamente era passato nella storia col titolo di Gregorio Magno.
Ganganelli, cui quelle sperticate laudi tornavano un po’ ostiche, chiamò il cameriere e gli ordinò di recargli una bottiglia di lacryma christi e versatosene un calice colmo, lo tracannò d’un fiato, poi uscì con questa sentenza:
Gregorio I passò nella storia col titolo di Gregorio Magno, Gregorio XVI vi passerà con quello di Gregorio Bevo.
Don Domenico Abbo fu affabilmente ricevuto dal Sommo Pontefice, col quale seppe mostrarsi scaltramente allegro, senza uscir dai limiti del conveniente riserbo e questo lo rimise nelle grazie di Sua Santità.
LXXXVI.
Un’orgia nel palazzo del Cardinale nepote.
I favori di Gregorio XVI uniti a quelli del cardinale nipote nocquero all’antico libertino. Imbaldanzito, egli non avea più veruna cura ad occultare i suoi intrighi colle belle penitenti. I sontuosi pranzi, le luculliane cene incitavano sempre più i suoi sensi e le lascivie succedevano alle lascivie degeneranti in oscenità indescrivibili. Le spose e le zitelle non bastavano più alla sua foia invereconda e andava ripescando nella storia della prostituzione greca, assira, babilonese i più infami riti per soddisfare le luride sue cupidigie. Appositi provveditori gli procuravano teneri garzoncelli, ai quali imprimeva il marchio della sua libidine, escogitando sempre nuovi adescamenti, per ravvivare la sua sensibilità ed acuirla, quando sembravagli intorpidita.
Egli rinnovava nel palazzo stesso del cardinale le neroniane orgie di Capri e di Baia, giungendo ad infiggere degli spilli nelle carni de’ giovinetti pazienti, che si assoggettavano alle sue lubriche voglie, per trar godimento più intenso dai sussulti che cagionavan loro gli spasimi delle atroci punture.
Le notizie di tali dissolutezze si diffondevano intanto per Roma ed eccitavano gli sdegni dei cittadini. Nelle sfere superiori si era più corrivi e tolleranti. Ma a lungo andare lo scandalo, facendosi sempre più grave, si dovette richiamare sovr’esso l’attenzione del cardinale, perché provvedesse a farlo cessare, e questi ripetutamente ammonì lo zio, affinché tornasse a vita morigerata e tranquilla, almeno nelle apparenze.
Sulle prime don Domenico Abbo si scusò, si disse vittima di bel nuovo della calunnia de’ suoi invidi, e promise di non offrir loro altri pretesti. Ma poi, sempre più imbaldanzito dai suoi successi, rispose al nipote arrogantemente, gli ricordò le turpitudini medicee e farnesi, e conchiuse che la Santa Chiesa, se sopportava l’onta di un cardinale eunuco, come lui, aveva ben diritto di essere compensato da uno zio del cardinale, capace di surrogarlo nelle sue deficienze.
Il cardinale giudicò ormai necessario di liberarsi da quel sozzo prete, che disonorava così ignominiosamente il suo carattere e la casa che lo ospitava e decise di coglierlo in fallo, per giustificare le severe misure che aveva ideato di prendere contro di lui.
Avvertito una notte che nell’appartamento dello zio doveva aver luogo una delle solite orgie, deliberò di assistervi e di piombare su Domenico Abbo, al momento opportuno, per cacciarlo dal palazzo, come nostro signor Gesù Cristo cacciò i mercatanti dal tempio.
Se ne stava il sibarita cenando allegramente in compagnia di due baldracche ed era mezz’ebbro, quando il cardinale comparve sulla porta del salotto.
Benvenuto, nipote mio! sorse a dire l’Abbo non appena lo vide, senza punto scomporsi: ce n’è anche per voi. Abbiamo dei tartufi del Perigord, capaci di ridar vigore a un morto. Questo vino spremuto dai grappoli, indorati dal sole della Sciampagna, vi infonderà spirito allegro e frizzante. Queste due Maddalene, non per anco convertite e che spero avranno il buon gusto di non convertirsi mai, avrebbero domato le ribellioni delle carni dell’anacoreta Sant’Antonio. Io metto tutto ciò a vostra disposizione, eminentissimo, perché vogliate farmi l’onore di sedere alla mia mensa, come io siedo quotidianamente alla vostra. Venite, venite, cardinal nipote. So che godete fama di illibato, ma questo non vi nuocerà. Si è sempre a tempo a peccare, come a far atto di contrizione.
Il cardinale rimase esterefatto da tanta audacia. Egli avrebbe voluto ritirarsi, per evitare una scena disgustosa. Ma ormai non era più a tempo. Pensò convenirgli mostrarsi mite per il momento e disse:
Don Domenico avrei bisogno di parlarvi.
Subito, eminenza. Favorite.
Devo intrattenervi sopra argomenti che non richiedono la presenza di testimoni.
Come vi piace.
Rimandate quelle... signore.
Ben volentieri. Sono ben educato. Vedrete.
E così dicendo buttò una borsa di scudi alle due donne, le quali si levarono prontamente da tavola, ricomposero i loro vestimenti discinti, e buttati sulle spalle i mantelli presero la via della porta.
Giacomo, Giacomo! gridò il prete, e tosto un servo giovane ed imberbe, che fungeva da di lui cinedo comparve.
Accompagna queste signore disse e non tornare. Per questa notte hai licenza.
Non appena donne e garzone se ne furono andati, l’Abbo si alzò, mosse incontro al cardinale e prendendolo per mano lo costrinse a farsi presso alla tavola tuttora imbandita, gli disse con piglio ironico:
Eccoci soli, eminenza, ora non avrete più a temere che il vostro pudore ne soffra detrimento. Sedete.
Il cardinale severo, ma non accigliato, poiché si era proposto di evitare qualsiasi chiasso, dopo avere aderito all’invito, disse lentamente:
Vi pare don Domenico, che queste scene cui mi fate assistere, sieno tollerabili, nel palazzo di un principe della Chiesa?
Se ne son viste di peggiori.
Altri tempi, altri costumi.
Tutti i tempi sono buoni per giocondarsi l’esistenza; è tanto breve.
Vi ho già tante volte richiamato all’esercizio de’ vostri doveri.
Dove mai ho mancato, eminenza?
E osate chiederlo?
Certamente che l’oso, dal momento che so di aver sempre e col maggiore scrupolo adempito alle mansioni affidatemi.
Non si tratta di ciò.
E di che dunque.
Del vostro carattere di sacerdote, per dio!
Eminenza siete male informato sul conto mio. Il mio confessionale è il più frequentato e le più belle dame di Roma, e più cospicue per censo e per nascita, fanno a gara, per avermi a direttore spirituale, a guida sullo spinoso sentiero della vita.
Non miscere sacra profanis! sentenziò il porporato per evitare una risposta diretta.
Quando io diffondo dal pergamo la parola di Dio, la gente affolla il tempio. Sono chiamato in tutte le case, ove s’ha bisogno di spargere i balsami della consolazione. Spesso sono costretto a disertare la vostra tavola, per accorrere a quella d’altri principi della Chiesa. Che più? Sua Santità mi vede di buon occhio.
Tanto di buon occhio, che è appunto da lui che fui esortato a liberarmi di voi.
A liberarmi di me?
Precisamente.
Ah! Papa ubbriacone, così corrispondi alle mie piacevolezze. Oh! ma mi sentirà.
Voi vi guarderete bene d’andare da Sua Santità.
Ci andrò sicuro. Ogni suddito ha diritto di ricorrere al suo legittimo sovrano.
Non v’andrete, perché sareste arrestato ipso facto.
Non sarebbe la prima volta veramente.
Ho piacere che lo ricordiate.
Anch’io, perché mi rammenta la vostra bontà eminenza.
Ingannato da queste parole, che parevano sincere, il Cardinale credete di poter proceder oltre con tutta coscienza e riprese:
Voi lascerete domani questo palazzo.
Siete il padrone, vi obbedirò.
E vi ritirerete nel convento dei Domenicani, per passarvi sei mesi d’espiazione.
Questo poi no.
Tali sono gli ordini di Sua Santità.
Don Domenico Abbo, si versò un calice di vino sciampagna spumeggiante e lo bevve centellinandolo: quindi, forbendosi le labbra, esclamò:
Squisito! Scommetto che se papa Gregorio XVI fosse qui, non ne rifiuterebbe un bicchiere, come fate voi, troppo rigido nipote.
Pensereste di farmi testimonio delle vostre orgie?
Nepote mio, scusate, ma io non vi ho chiamato, e avrei proprio fatto di meno della vostra compagnia, perché ne avevo altra, come avete veduto, se non più interessante, più dolce.
Vergognatevi!
Di che? di seguire le leggi della natura? Giammai! Si vergogni chi pretende contraddirle.
Non sono qui per impegnare delle discussioni vane ed oziose, bensì per porgervi gli ordini del sommo pontefice.
Me ne infischio di lui e de’ suoi messi. Ditegli che gli esercizi spirituali e corporali li faccio in casa mia.
Questa non è casa vostra, lo dimenticate?
No, e domani all’alba me ne andrò, e pianterò le mie tende, ove non vi saranno degli indiscreti, che abusando del loro grado, vengono a disturbare le mie distrazioni, i miei sollazzi.
LXXXVII.
L’ultimo misfatto La punizione.
Il cardinale a questa uscita del lussurioso suo zio, fu preso da violenta collera. Don Domenico aveva realmente esaurita la sua longanimità.
Voi non uscirete più di qui tonò con voce cupa e solenne.
Perché di grazia?
Non ne uscirete che accompagnato dai birri, i quali vi porteranno alle carceri per essere giudicato e punito di tutte le nequizie che avete commesse, antiche e recenti.
Sarebbe troppo lungo. Verrebbe la fine del mondo, prima che il processo fosse esaurito.
Il vostro cinismo vale le vostre azioni.
Si possono quotare alla borsa.
Credete che si ignorino le vostre turpitudini, le vostre seduzioni, le vostre corruzioni di minori, i vostri stupri.
Oh delizie! Non rammentatele eminenza perché mi fate correre l’acquolina in bocca.
Turpissima e sozza creatura, indegna d’anima d’uomo; così si parla in presenza di un porporato, di un membro del sacro collegio, di un principe della Chiesa?
Un principe della Chiesa... un porporato... un cardinale...! Oh la bella splendida idea che mi viene. Fra i molti capricci che mi son levato, questo mancava. L’occasione non potrebbe essere migliore.
Il cardinale lo ascoltava, senza comprendere il senso delle parole... e incominciava a ritenerlo in preda ad un delirio alcoolico, e stava riflettendo ciò che gli convenisse di fare, quando si sentì afferrato a mezza vita dalle braccia poderose del prete osceno e buttato a bocca sotto, sopra un divano del fondo del salotto. Supponendo che volesse ucciderlo e preso da irresistibile terrore, mormorò con voce soffocata:
La vita! La vita, lasciatemi la vita.
Voglio ben altro che la vita da te, nipote mio. Non capita tutti i giorni d’assaggiar carne di cardinale.
E senza più s’accinse ad infliggergli l’estremo oltraggio.
Tentò di ribellarsi l’infelice. Ma l’Abbo tenendolo colle ginocchia serrato, lo afferrò con ambo le mani alla gola, né lo lasciò che quand’ebbe compiuto il nefando misfatto.
Il corpo del cardinale cadde allora bocconi al suolo. Era morto per soffocazione.
Rinvenuto in sé, dinanzi al cadavere del nipote, Domenico Abbo fu preso da terribile sgomento. Egli misurò d’un tratto la situazione. Comprese che la salvezza per lui era impossibile e per sottrarsi all’immancabile forca che l’aspettava, decise di buttarsi a fiume. Lasciò il salotto maledetto, e si diede a fuggire come un pazzo giù per le scale del palazzo. Alcuni servi lo seguirono, altri salirono nel di lui appartamento e trovata la salma dell’assassinato cardinale, sparsero per ogni dove l’allarme.
Mentre il prete dissoluto giunto al ponte Sant’Angelo, rincorso dai servi, tentava di salire sul parapetto per lanciarsi nell’acqua, fu afferrato da alcuni soldati e trattenuto.
Intanto giungevano i primi ed i secondi servi informati del delitto. Domenico Abbo venne portato a Castel Sant’Angelo e chiuso nelle prigioni di quello.
Il processo ebbe luogo segretamente, e fu prontamente spicciato, perché premeva all’autorità di evitare l’enorme scandalo. Intanto si era fatto correr voce che il cardinale era morto per improvvisa sincope e fu severamente ingiunto ai domestici di parlare del fatto. Ma di molte ciarle erano già state fatte e la verità trapelava nel pubblico.
La notte del 3 al 4 ottobre 1849 fui chiamato nel forte di Castel Sant’Angelo e quivi sull’albeggiare mozzai la testa al prete dissoluto. Domenico Abbo aveva svestiti gli abiti sacerdotali e gli erano stati raschiati i polpastrelli delle dita, colle quali aveva tante volte amministrata la sacra particola, e la tonsura per sconsacrarlo. Egli si era cinicamente confessato di tutte le sue oscenità, menandone vanto, ed entrando ne’ più minuti particolari. Esortato a far atto di contrizione, per meritarsi la grazia celeste, rispose beffandosene:
Ho goduto un cardinale, spero di aver buona fortuna anco col diavolo, lasciate che me ne vada all’inferno.
Chiese ed ottenne di non essere né bendato, né legato. Camminò imperterrito e con saldo passo dalla carcere al posto ove era stato eretto il patibolo, guardò sorridente il patibolo e porse la testa alla mannaia dopo aver esclamato:
Tutto è finito.
LXXXVIII.
Grassatori pentiti e impenitenti Un bell’incontro.
Il 25 settembre 1852 decapitai sulla piazza di Spoleto Pietro Giammarese, detto Cascotta di Terni, domiciliato a San Gemini distretto di Terni, delegazione di Spoleto, reo di parecchie grassazioni ed omicidi; il 20 agosto 1853, mozzai la testa sulla piazza del ponte di Rieti a Sebastiano Proietti d’anni 25, pure condannato all’estremo supplizio per grassazione e ladrocinio. La sua morte fu edificantissima. Fece una sincera confessione de’ suoi misfatti e se ne mostrò pentito. Volle assistere alla santa messa e ricevere il cibo eucaristico prima di muovere al supplizio. Lungo il tragitto dalle carceri alla piazza continuò a pregare ad alta voce, coi confortatori. Salì sul patibolo cantando le litanie lauretane e morì come un santo.
Una doppia esecuzione ebbi a fare il dieci settembre dell’anno medesimo in piazza della Madonna dei Cerchi, nelle persone di Giacomo Biacetti, fu Carlo, romano, d’anni 26, gramiciaro, e Andrea Leveri del vivente Antonio, romano, d’anni 28, vaccinaro, rei ambedue di grassazione, furto qualificato ed omicidi. Mossero entrambi al supplizio, gioiosi e cantarellanti, quasi andassero a nozze. Giunti innanzi alla ghigliottina la guardarono sorridenti. Severi disse:
Presto, mastro Titta, fammi la pelle, che poi penserà mio padre a conciarla.
Raccomandagli anche la mia aggiunse Biacetti.
La loro indifferenza per la morte suscitò l’ammirazione di tutti i facinorosi che assistendo all’esecuzione dicevano: «Così muoiono i veri romani».
L’8 ottobre, manco un mese dopo, mi dovetti trovare a Viterbo per una triplice esecuzione: due uomini, Vincenzo Iancoli di Ronciglione e Francesco Valentini di Letera, e una donna, Francesca Levante, vedova Ferruccini, che avevano combinato con molto accorgimento un omicidio a scopo di furto.
La Ferruccini era una bellissima donna, che aveva viaggiato il mondo e fatto un po’ di tutti i mestieri, segnatamente la danzatrice di teatro. Innamoratasi del Valentini lo aveva seguito a Viterbo, e quivi vivevano, come potevano. Ma presto le privazioni vennero a noia ad entrambi e la Francesca pensò a trar profitto dalla sua bellezza, col consenso dell’amante, che divideva il ricavo della di lei prostituzione.
Ne’ dintorni di Viterbo era venuto a stabilirsi, in una elegante casina, un signore francese, ex ufficiale dell’esercito, il quale pare avesse avuti dei gravi dispiaceri per causa di donne al suo paese, e si era recato colà, per godervi un po’ di pace e tranquillità, for’anche per sottrarsi a qualche possibile vendetta. Egli conosceva il paese, per esservi stato di guarnigione mentre era sotto le armi, e gli parve che nessun ritiro, gli potesse convenire meglio di quello.
Veduta un giorno a Viterbo Francesca, ch’egli aveva conosciuta, mentre esercitava il suo mestiere di ballerina, le si accostò e l’abbordò così:
Voi qui? Come mai? Mi pare d’avervi veduta sul teatro.
Ci fui infatti.
E vi siete ritirata?
Son qui col mio uomo. Così dicendo Francesca saettò con uno sguardo il giovane forastiero, che si chinò al suo orecchio e le susurrò una misteriosa parola.
Perché no? rispose la Levante.
Quando?
Stasera stessa.
Sei libera?
Perfettamente.
Il tuo uomo?
Chi si preoccupa di lui?
Allora t’aspetto.
Verrò. Preparatemi una buona cena e dello Champagne. Amo lo Champagne, sapete?
LXXXIX.
Il complotto Capriccio erotico.
La sera stessa, come aveva promesso la ballerina, si trovava nell’elegante salotto della palazzina del francese. Avevano cenato superbamente e lo Champagne era stato servito a profusione. Gli spiriti erano molto riscaldati e l’orgia d’amore fu completa. Solo un capriccio non volle Francesca soddisfare, e fu di ballare uno dei suoi passi, per lui solo.
Pregata si schermiva, dicendo:
Son fuori d’esercizio da troppo tempo, non sono più buona a nulla.
Il forestiere insisteva facendole le proposte più generose, ma la Levante persisteva nel suo rifiuto.
All’indomani mattina, prima di accomiatarla, il forestiere condusse Francesca innanzi ad un forziere e la regalò splendidamente, quindi le disse:
Vedi, se tu accondiscendi al mio capriccio, ti darò quanto di quest’oro tu vorrai.
Francesca l’investì con uno di quei suoi sguardi, pieni di misteriosa voluttà, e uno di quei sorrisi lascivi che parevano morsi al midollo spinale.
Ebbene ti compiacerò un’altra volta.
Subito?
No, subito no.
Domani?
È troppo presto. Posdomani.
Il forestiero l’abbracciò in segno di assenso e la congedò. La mariuola aveva avuto il suo scopo, procrastinando il soddisfacimento del capriccio del francese. Innanzi tutto bramava lasciargli il tempo di rinfrancarsi le fibre, perché sensuale com’era voleva che le nuove giostre d’amore si compissero in tutte quelle condizioni di vigoria fisica che la sua insaziabile natura richiedeva. Poi perché la vista di quell’oro le avea dato il barbaglio e fatto concepire il desiderio di impossessarsene. Per quanto glie ne avesse a dare il francese, le pareva non dovesse bastarle: lo voleva tutto.
Tornata dal suo amante, Valentini, mostrandogli l’oro avuto, gli disse:
Vedi, questo non è che la millesima parte di quello che potremmo avere se...
È adunque molto ricco il tuo francese?
Mi ha mostrato un forziere pieno di rotoli di napoleoni d’oro.
Troppo pochi gliene hai cavati, allora.
C’è tempo.
Devi tornare da lui?
Posdomani.
Converrà che tu coltivi bene la relazione.
Sarebbe meglio fare un colpo.
Ti comprendo. Ma come?
Non ha che un domestico, il quale quando ha preparato il pranzo se ne va desiderando il suo padrone di restar solo.
Ebbene?
Potresti venire: io ti aprirei la porta.
Solo?
Avendo un compagno sarebbe più sicuro.
Ho il fatto mio.
Il giorno stabilito, Francesca si recò alla palazzina del francese e fu accolta con grande entusiasmo dal giovinotto dissoluto, il quale per godere di tutte le più ampie libertà aveva già licenziato il domestico.
Francesco Valentini, accompagnato dal suo amico Vincenzo Iancoli, del quale poteva fare completo assegnamento si appostarono nei pressi.
Terminata la cena fredda Francesca si spogliò dei suoi vestiti di città e indossato un costume di baiadera che aveva portato con sé, molto semplice, poiché non constava che di una sottile e trasparente veste di velo che lasciava scorgere tutta l’opulenza delle sue magnifiche forme, incominciò una danza bizzarra, nella quale Francesca andava sempre più accentuando le movenze procaci e lascive.
Il francese, steso su di una ottomana la seguiva cogli occhi avidi, saturi di desiderio, anelante di stringersi la formosissima donna fra le braccia. E così continuò buona parte della serata, finché estenuato di forze il forestiero si abbandonò ad un sonno profondo ma affannoso.
XC.
Il misfatto La scoperta La civetteria della morte.
Vincenzo Iancoli e Francesco Valentini erano stati introdotti dalla Levante nell’appartamento e già si accingevano a scassare il forziere, cogli arnesi che avevano portato con sé, quando il francese, il cui sonno, come avvertii, era agitato, aperse gli occhi. Stette un secondo in forse, ma la percezione del vero subito lo colse e si levò a sedere, per lanciarsi contro i ladri. Non ne ebbe il tempo. Francesca seguendo le istruzioni avute, gli immerse nella gola la larga lama di un coltello, di cui era munita.
Il francese proruppe in un grido: i due grassatori tosto accorsero a lei e tolto di mano alla Francesca il coltello fumante di sangue lo crivellarono di ferite.
Compiuto il misfatto e rubato tutto il denaro dal forziere, del quale avevano ritrovato la chiave sul francese, se n’andarono tranquillamente.
Il mattino vegnente il domestico del francese, che aveva una chiave propria per entrare nella palazzina, trovando il padrone assassinato, andò alla polizia a denunziare l’orribile fatto.
La polizia si recò sopra il luogo per le indagini, e trovò l’abito di baiadera, che Francesca si era dimenticata di portar via, nella furia dell’andarsene, dopo commesso il delitto. Assunte informazioni, seppe della notte passata tre giorni prima dall’ex ballerina alla palazzina e si decise ad arrestarla. Operata una perquisizione in sua casa trovarono tutto il denaro rubato. Mentre la perquisizione si eseguiva, capitò a casa del Valentini e della Levante il Vincenzo Iancoli, e fu arrestato anche lui.
Il processo non andò per le lunghe: le risultanze erano troppo positive e gli imputati dopo aver riluttato un po’, confessarono. Solo Francesca tenne duro: ammise di aver passato la notte col francese; ma disse d’esser stata sorpresa dal Valentini il quale ne era geloso; che lui insieme al compagno avevano assassinato il giovanotto, quindi, scassato il forziere e portata via la roba, minacciandola di morte se avesse parlato. Ma il suo sistema di difesa non approdò e venne condannata co’ suoi complici al taglio della testa.
Venuto l’8 ottobre, giorno dell’esecuzione, Iancoli e Valentini si confessarono ed invocarono i conforti religiosi. Erano disfatti dalla paura e furono portati sul palco più morti che vivi; la sola Francesca Levante, vedova Ferruccini, si mostrò, coraggiosa. Aveva voluto indossare i suoi abiti più belli, come se avesse dovuto recarsi ad una festa e non alla morte. Si acconciò la testa con grande cura e mi raccomandò che presentandola alla folla, quando glie l’avrei recisa, facessi in modo di non deturparla. Vedendola salire imperterrita sui gradini del patibolo, col capo alto, il petto torreggiante, lo sguardo superbo, il passo sicuro, le anche lievemente ondeggianti, sfuggirono al pubblico grida di ammirazione.
Quanto è bella! dicevasi da una parte.
Che peccato ammazzarla! si aggiungeva dall’altra.
Francesca udiva ed evidentemente se ne compiaceva. Non volle essere legata. E mentre porgeva la testa allo strumento mortifero, s’acconciava le pieghe delle veste.
XCI.
Un matrimonio mal assortito.
Serafino Benfatti era un uomo aitante della persona, forte come un toro e violentissimo. A queste sue qualità aggiungeva quella di essere un dissipatore di primo ordine, un famoso gozzovigliatore e un dissoluto di prima forza, per il quale il maltalento era legge.
Aveva condotto in moglie una leggiadra e soavissima giovinetta Perugina, da lui conosciuta ad Ancona, ove si era recata colla famiglia per le bagnature. Capo di una casa commerciale di molto credito, che teneva in mare parecchie navi, non aveva incontrato soverchie difficoltà per ottenerla in isposa.
Sulle prime Serafino pareva pazzamente innamorato della sua Cesarina, e questa corrispondeva alla sua passione con tutto il fervore di cui era capace. Ma il suo carattere riservato e il suo temperamento delicato non le consentivano quei trasporti, quegli slanci, quelle pazzie che il marito avrebbe desiderato.
Incominciò quindi il Benfatti a raffreddarsi e in breve volgere di tempo la moglie gli venne in uggia. Allora tornò alla vita di dissipazione che aveva incominciata, alla morte di suo padre, quando gli era succeduto nelle ragioni della ditta. Amoreggiò con donne di ogni qualità, spendendo molto più che non gli permettessero i suoi redditi; per rifarsene si diede a giocare sfrenatamente e perdette somme enormi. Ridotto al verde, cercò di intascare il patrimonio della moglie, ma questa, nauseata della sua condotta, si oppose con una energia della quale non la si sarebbe supposta suscettibile.
Di qui, scene violente, terribili, minaccie e percosse.
Cesarina, stanca di quella vita di continui strazi, ricorse alla sua famiglia, la quale rafforzata dall’appoggio di un esperto avvocato, fece chiedere ed ottenere una separazione.
Serafino Benfatti ne parve soddisfatto e non si oppose menomamente, che sua moglie ritornasse a Perugia, per vivere co’ suoi parenti.
A questa acquiescenza c’era però una ragione: il traviato aveva stretto una relazione amorosa con Maria Rossetti, giovane donna di temperamento sanguigno, che meglio si confaceva al carattere di lui. Erano due esuberanze fisiche che si equilibravano e compenetravano.
Maria non era al suo primo amore, forse non era più neanche al secondo; ma, pur abbandonandosi completamente al Benfatti, senza ritegni e senza riguardi, non voleva saperne di mettersi con lui, e di vivere pubblicamente in concubinaggio, com’egli pretendeva.
Vieni a star con me le diceva spesso in mezzo ai suoi trasporti amorosi fammi felice del tutto: io ho bisogno di averti a fianco ad ogni ora del giorno e della notte.
Impossibile.
Perché, impossibile?
Lo sai pure.
Dillo.
Tu non sei libero. Hai una moglie...
Che ha voluto separarsi da me.
Non cessa per questo d’esserti moglie.
E lo credi giusto?
Non sarà giusto, ma è così. Io posso compatirti, compiangerti, anche amarti, come realmente t’amo, prodigarti la mia persona, come te la prodigo, ma non posso usurpare il posto che appartiene ad un’altra donna.
Chi te lo vieta?
La società innanzitutto.
Poi?
La mia coscienza. Io la detesto quella donna, tanto che potrei ucciderla; ma non surrogarla mentre vive.
Queste parole si figgevano nel cerebro di Serafino Benfatti e gli tornavano spesso alla mente; gli sembrava di udirne il suono, e cercava in essa un consiglio, un’esortazione, un incitamento a liberarsi di Cesarina.
Intanto i suoi affari andavano alla peggio. Perdette in un anno due bastimenti col carico e la sua rovina fu completa.
Non gli restava che liquidare il poco che gli era rimasto e prendere imbarco su qualche naviglio mercantile.
Ed è appunto ciò che egli decise di fare.
XCII.
Colpo fallito e colpo riuscito.
Una sera Maria Rossetti si vide comparire innanzi Serafino Benfatti in abito da marinaio.
Che strana fantasia ti ha preso? gli domandò aprendogli le braccia e stringendolo poi fortemente al seno.
Non è una fantasia, è un fatto, rispose il marinaio.
Spiegati, non ti comprendo.
Sono rovinato.
Non è da oggi che me lo dici.
Quando te lo dicevo, la rovina era semplicemente in prospettiva; ora è compiuta. Ho liquidato i miei conti: ora non sono più armatore, non sono più commerciante. Non mi rimane più che la mia intelligenza, sorretta dalle braccia e da qualche migliaio di lire.
Ebbene?
Sono venuto per dirti addio. Mi imbarco: andrò al nuovo mondo, per tentare la sorte. Se mi arride tornerò; se mi continua avversa non ci rivedremo più.
A queste parole, presa da un subitaneo slancio d’affetto, Maria gli gettò le braccia al collo, e, sciogliendosi in lagrime, proruppe in un grido d’angoscia straziante:
Impossibile! Impossibile! Ne morrei.
Seguimi allora.
Seguirti? Ma come?
Io prendo imbarco in qualità di nostromo: tu puoi prenderlo come passeggiera, pagando il trasporto. Giunti in America, a Buenos-Ayres ci stabiliamo. Ciò che mi è rimasto di denaro è più che sufficiente per iniziare un piccolo corso d’affari. In breve mi rifarò una fortuna e...
E allora?
Saremo sempre uniti e felici.
Questo non basta, lo sai, Serafino. C’è un ostacolo insormontabile: tua moglie, Cesarina...
Non ricordarmela, Maria, perché nella mia testa corrono da tempo delle idee nere in proposito.
La Rossetti, invece di staccarsi da lui, gli si accostò più e se lo strinse di nuovo fra le braccia, sussurrandogli all’orecchio:
Quali idee?
Non chiedermelo.
Hai dei segreti per me? Non mi ami.
T’amo, fino a concepire il progetto di un delitto.
È così che voglio essere amata.
L’incitamento non poteva essere più diretto e più preciso. Ma Serafino Benfatti esitava ancora, aveva paura di comprender male: temeva di destar orrore a quella donna adorata manifestandole il suo truce proposito.
Dunque? chiese Maria.
Quando un ostacolo è insormontabile, invincibile bisogna...
Sopprimerlo.
L’hai detto. Parto per Perugia questa notte medesima.
Ti seguo.
Che? esclamò atterrito il marinaio tu seguirmi?
Se c’è un pericolo, voglio dividerlo con te.
Se mi mancasse il coraggio all’ultimo momento?
Colpirei io stessa.
E suggellarono con un bacio il patto infame, che doveva legarli per tutta la vita. Mortifero bacio.
Cesarina era uscita a diporto, quando suo marito si recò da lei. Imbruniva, ed egli era penetrato nel giardino d’onde intendeva scivolare nell’appartamento della moglie non appena questa fosse rientrata, e di nascondersi per perpetrare nella notte il delitto.
Maria Rossetti l’attendeva di fuori; avrebbe voluto entrar pur essa nel giardino e nella casa; ma Serafino si era opposto, temendo avesse a riuscirle più d’impaccio che di aiuto.
Cesarina, non tardò guari a ritornare e ritornò sola. Entrò per la porticina del cancello del giardino e passò oltre nella prima camera del suo appartamento terreno, che su quello si apriva.
Serafino Benfatti la seguì. Il momento non poteva essere più opportuno: tutto sembrava concorrere al buon esito della scellerata impresa.
Ma mentre il marito entrava dietro di lei, Cesarina che era già penetrata nella seconda stanza ne uscì e si trovò a fronte di Serafino, il quale, alzato il coltello, di cui era armato, le lasciò piombare un colpo nel petto dalla parte del cuore.
La disgraziata mandò un grido:
Assassino!
E cadde riversa al suolo.
Serafino Benfatti, invaso da un terrore invincibile, fuggì verso il giardino, sempre brandendo il coltello insanguinato.
Quivi si imbatté con Maria che aveva attraversato il cancello. In quel mentre si vide rizzarsi, sulla porta di ingresso dell’appartamento, Cesarina, la quale, ferita soltanto leggermente, perché le stecche del busto avevano fatto deviare la lama del coltello, si era levata e teneva dietro al marito, che aveva riconosciuto.
Maria Rossetti, misurò la situazione e vide che era mestieri sostituirsi a Serafino. In un baleno strappò l’arma al Benfatti, che le muoveva incontro pazzo di terrore, e fattasi sulla moglie del suo amante la crivellava di ferite, al volto, alla gola, dove le veniva fatto di colpirla.
L’odore del sangue le dava una specie di ebbrezza. Né lasciò la sua vittima che quando sentì le grida di Serafino e dei parenti che rientravano in tempo per assistere all’orrendo spettacolo.
Maria Rossetti e Serafino Benfatti, furono immediatamente arrestati. L’uomo confessò il delitto in tutti i suoi particolari, cercando di rigettare la maggior parte di responsabilità sulla sua amante, dalla quale si disse incitato a commettere il misfatto.
Condannati entrambi alla decapitazione, subirono il supplizio in ben diverso modo.
Serafino Benfatti si mostrò pentito e contrito del delitto commesso, si confessò e si comunicò esemplarmente e mosse al patibolo confortato dai frati, invocando il perdono di Dio e degli uomini.
Maria Rossetti, per converso, si conservò impenitente. Accolse la sentenza con un sogghigno. Rifiutò perentoriamente le religiose consolazioni e i sacramenti.
L’uomo arrivò sul patibolo disfatto dalla paura e senza manco potersi reggere. La donna impenitente pose, per la prima, come ne avea diritto, la testa sotto il ferro, dopo aver rivolto al suo complice uno sguardo di supremo disprezzo.
L’emozione destata nel pubblico che assisteva al supplizio, fu immensa, indescrivibile. Molte donne ed anco parecchi uomini piangevano. Altri imprecavano. Ma la giustizia ebbe il suo corso preciso ed esatto, com’era di ragione.
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