XCIII.
Buona occasione di matrimonio.
Luigi Finocchi di Corneto possedeva una bellissima moglie della quale era estremamente geloso. E veramente la sua Geltrude non pareva tale da lasciarsi sfuggire le occasioni.
Alla naturale leggiadria accoppiava uno spirito poco comune. Appartenente a buona famiglia vestiva con singolare eleganza ed aveva un gusto deciso per tutte le cose fini ed aggraziate.
Questo suo carattere contrastava con quello del marito rozzo; superbo e refrattario a tutte quelle gentilezze della quale la sua Tuta non sapeva fare a meno.
Come mai si era unita una coppia così poco felicemente assortita?
La solita storia o quasi.
Tuta co’ suoi capriccetti si era procurata delle conseguenze, che avevano sortite le forme di un piccolo feto nelle sue giovani viscere. La madre avvertita in tempo si diede attorno per trovare un marito alla sua figliuola, il quale riparasse al momentaneo errore da lei commesso e legittimasse col matrimonio il nascituro.
Ma la condotta di Geltrude aveva già suscitato delle dicerie e non era tanto facile tenerle occulte in un piccolo paese, dove per la gente che non ha nulla a fare, una mosca che vola sul naso di un personaggio eminente assume l’importanza di un avvenimento.
Occorreva un uomo il quale non avesse l’abitudine di frequentare i suoi simili e di ascoltare i loro cicalecci. Quale miglior uomo di Luigi Finocchi, rozzo, ma denaroso, una specie di orso, che non se la faceva con nessuno?
La buona genitrice di Tuta essendo stata informata che egli aveva delle intenzioni coniugali e che la sua figliuola gli dava nel genio, si mise subito a giocar la partita.
Innanzi tutto si trattò di persuadere Geltrude. E non sarebbe stato agevole compito, senza quel piccolo essere che incominciava già a dar segni di vita nell’alvo materno.
Tuta si mostrò ragionevole e l’affare fu tosto per questo lato reso possibile.
Rimaneva l’altra parte. E anche con quella non fu disagevole cosa il combinarlo.
Un’amica di Tuta si incaricò della bisogna. Conosceva il Finocchi ed aveva avuto de’ rapporti con lui. Con un pretesto qualunque andò a trovarlo e attaccato discorso, del più e del meno favellando, uscì a dirgli:
Eh! Sor Giggi. Voi continuate a vivere come un orso, sempre solo?
Meglio solo che male accompagnato rispose il Finocchi.
Si sa; ma un uomo prudente come voi trova presto modo di accompagnarsi bene, se vuole. Perché non prendete moglie?
È un brutto affare, non si può prevedere dove si cascherà.
Dunque non siete contrario in massima al matrimonio?
Non ci ho mai pensato.
Una bella e buona moglie è un dolce conforto, una compagnia utile e cara.
Il difficile è appunto di trovarla bella e buona, due qualità che generalmente si escludono l’una l’altra.
È difficile sicuro, ma non impossibile. Io per esempio mi impegnerei di trovarla.
Voi?
Perché no? Se non si è capaci di rendere un servizio ad un amico si è inutili a questo mondo. Conoscete le Montini?
Quella vedova che ha una bella figliuola?
Per l’appunto.
Le conosco di lontana vista. Ma la ragazza mi pare una superba creatura.
Buona e bella.
Bella certamente; quanto al buona...
Me ne faccio io mallevadrice: è una perla, una colombella, un giglio di purità e di candore.
Chissà quali idee le frulleranno per il capo!
Idee savie e positive.
Lo credete?
Altro che crederlo! Lo so per certa scienza. È stata educata da una madre, che, non faccio per dirlo, è come me: severa, rigida, intransigente. Oh! non ha frasche per la testa, Tuta.
Si chiama Geltrude, lo so.
Compare! O m’inganno o le avete messo già gli occhi addosso.
Non posso dir questo. Ma la mi andrebbe.....
A fagiolo, non è vero? Lasciate fare a me; se vi piace me ne incarico io.
Sarà un buco nell’acqua. Una ragazza come quella vorrà un bellimbusto, un giovanotto elegante, per marito.
Se v’accerto di no. Voi siete un uomo nel fiore dell’età, robusto, gagliardo.
Sotto questi rapporti non temo rivali.
Avete de’ quattrini molti.
Grazie a Dio e la mia attività ho di che farmi lume sulla strada della vita.
Non avrete delle esigenze impossibili.
Per esempio?
Geltrude è stata allevata civilmente; le dorrebbe di dover mutar vestiti.
E chi glielo dice? Mi piace com’è. Perché dovrebbe mutarsi? Non sono gli scudi che mi mancano e vorrei coprirla d’oro e di gemme.
Oh! Non esigerà tanto perché il padre ha lasciato poco e questo poco è andato squagliandosi. Dote non ne ha.
Non ne cerco.
Quanto alla madre...
Se non le basta quello che le è rimasto, son pronto a farle un assegno.
Non chiederà molto.
In casa mia però non la voglio. Mio padre buon’anima sua, mi ha sempre detto: guardati dalle suocere.
La madre di Tuta è una donna ammodo...
No, no. Vade retro Satana! Non voglio suocere.
Lasciatemi finire, compar Giggi.
Finite pure, ma suocere in casa non ne prenderei per tutto l’oro del mondo.
Dicevo che la Montini è una donna a modo e che per il bene della sua figliuola acconsentirà a staccarsi da lei.
Alla buon’ora! Su questo terreno ci ritroviamo.
Ne parlerò oggi stesso alla madre di Tuta.
Vorrei che esploraste prima il sentimento della ragazza.
Ci penso io non dubitate.
Il Finocchi si cacciò le mani nella tasca del panciotto, ne trasse due napoleoni d’oro e li fece scivolare nelle mani della compiacente comare dicendole:
Queste per le prime spese. Il giorno delle nozze ne darò un paio di dozzine.
Grazie compare. È affare fatto.
XCIV.
La Denunzia La Confessione Conseguenze.
Le nozze ebbero luogo con grande pompa. Luigi Finocchi pareva avesse deposta tutta la sua selvatichezza ed aveva usate alla sua promessa delle finezze squisite.
È un fenomeno che si verifica spesso: il sole dell’amore rischiara le menti più ottenebrate e suscita negli animi apparentemente più insensibili e rozzi, sentimenti di delicatezza incomparabili.
Giggi amava già passionatamente Geltrude e nessun sacrificio gli sarebbe sembrato troppo grave per esserne corrisposto. Ma la trovava troppo al di sopra di lui. Le si sentiva inferiore talmente, che disperava di giungere alla sua altezza e avrebbe salutato con piacere qualunque fatto, per quanto doloroso, che avesse diminuita la ipotetica distanza che li separava.
Il Finocchi aveva voluto, con delicato pensiero, che le feste nuziali avessero luogo in casa della Montini, benché sopperisse del proprio alle spese. Terminato il ballo, che aveva seguito la sontuosa cena, gli invitati se ne andarono. E gli sposi si avviarono alle loro abitazioni, accompagnati fin sulla soglia dalla madre di Tuta e da altri parenti. Accomiatatisi si trovarono finalmente soli.
Il momento psicologico si avvicinava: Giggi condusse la sua diletta fino alla porta della camera da letto, che aveva fatto allestire con ricchezza e buon gusto, e si ritirò un momento, per lasciarle compire in libertà la toletta notturna.
In quel mentre un famiglio gli recò una lettera dicendogli:
Sor padrone, hanno portato questo foglio fin da stamattina, dicendo di consegnarvelo subito. Ma io non ho voluto disturbarvi.
Hai fatto bene.
Il famiglio se ne andò, e Finocchi si pose in tasca la lettera, rimandandone la lettura all’indomani. Ma poi per ammazzare il tempo e vincere l’impazienza, la tirò fuori, e guardò la soprascritta:
Signor Luigi Finocchi, Corneto. Urgentissima.
Uomo d’affari anzitutto, quell’urgentissima colpì il destinatario, l’aperse, la lesse, impallidì e dovete appoggiarsi ad un mobile per non cadere.
Entrò nella camera nuziale, dopo aver fatto uno sforzo disperato per vincere la emozione e porse la lettera alla sposa dicendole:
Leggi.
Avvolta in un bianco e sottile accappatoio, che le scendeva in fitte pieghe lungo la persona, superbamente bella, disegnandone le forme dense ed aggraziate ad un tempo, colle carni rosee e palpitanti delle rotonde spalle, dal seno eretto e dalle magnifiche braccia sotto le trasparenze del diafano tessuto, Geltrude era divina a vedersi ed avrebbe tentato anche un santo. Ma Luigi Finocchi aveva la testa in fiamme, una vampa sanguigna gli saliva agli occhi e non scorgeva che un immane quadro rosso innanzi a sé.
Geltrude lesse la lettera, tranquillamente, serenamente, come se si trattasse di cose che non la riguardassero e quando ebbe finito pronunziò una sola parola, ma con tale accento di supremo disprezzo, che scosse tutte le fibre del suo sposo:
Vigliacco!
Dunque è vero? chiese Finocchi con una inflessione di voce che pareva un rantolo.
Sì rispose con accento fermo, pieno di muta disperazione Geltrude.
Ebbene? domandolle ansante il marito.
Vi ho ingannato, sono indegna di voi, cacciatemi; siete nel vostro diritto.
Perché ingannarmi? disse con accento straziante Luigi.
Per salvare il mio onore; porto nelle viscere il frutto della mia colpa, se è colpa per una fanciulla inconsapevole l’essersi lasciata sedurre da un vile.
Quella confessione schietta, piena di rammarico e di rassegnazione, colpì profondamente il disgraziato e fu come un refrigerio per lui. Riprese la calma, e considerò la situazione freddamente.
Era stato ingannato; ma lo scopo se non giustificava, scusava l’inganno. Quella fanciulla era caduta sotto le arti di un malfattore: era una vittima più da compiangersi che da condannarsi. Poteva egli d’altronde supporre che tanto tesoro di leggiadria, fosse creato per lui, rozzo, villano, ineducato? Aveva desiderato che la distanza che lo separava da Geltrude fosse dimezzata: ecco il fatto che lo assecondava. Se la fanciulla non amava il suo seduttore, egli l’avrebbe perdonata, le avrebbe conservato tutto il suo amore, tutta la sua adorazione. Era stata sincera fino a quel momento, perché avrebbe cessato d’esserlo? Guardò negli occhi di Geltrude e gli apparve come una visione angelica, celeste. La sua mente non era mai arrivata a concepire tanta beltà. Le prese una mano candida e un fremito gli agitò tutte le fibre.
Geltrude! le disse con tale accento di tenerezza che pareva una contraddizione col suo fisico l’ami quell’uomo?
L’odio, lo detesto, vorrei immergergli un pugnale nel cuore colle mie mani.
Così favellando la fanciulla mandava lampi dai corruscanti occhi neri, le sue labbra rosse erano agitate da un tremito, la sua fronte aveva formata una piega profonda, le martellavano le vene gonfie delle tempia, nella sua voce c’era tutta l’impronta della verità.
È noto il tuo errore ad altrui?
A mia madre sola.
È egli di Corneto?
No, è un viaggiatore di commercio, che capita qui due o tre volte al mese e non si trattiene mai più di quarant’otto ore.
Quando verrà?
Dev’esser qui... poiché v’ha scritto: è di suo pugno questa lettera infame, che vi ha rivelato la mia colpa.
Se l’uccidessi?...
Ti adorerei come un Dio! esclamò Geltrude, con uno slancio di passione, cingendogli il collo colle braccia ignude che uscivano dalle ampie maniche della vestaglia.
Luigi a quel contatto si sentì inebbriato fino al delirio, strinse la bellissima donna poderosamente al petto e rovesciandole indietro la testa, le diede un lungo bacio sulla bocca.
Quelle quattro labbra ardevano come braci.
Poi repentinamente si svincolò dalla stretta, che Geltrude gli aveva corrisposto, dicendo risolutamente:
No: prima la vendetta.
Voglio assistervi.
Assisterai.
XCV.
Propositi di vendetta fra moglie e marito.
Dove vi incontravate? domandava all’indomani mattina Luigi Finocchi, a Geltrude, entrando nella camera da letto, ove l’aveva lasciata sola la notte, per mantenere il suo fiero proposito.
Ad una piccola casina lungo il mare, a pochi passi dalla città. È proprietà di una vecchia sorda, che gliel’affittava.
Prendi penna, carta e calamaio e scrivigli.
Perché?
Per dargli un convegno.
Ho capito, va bene. Eccomi pronta.
Finocchi si fece a dettare, mentre Geltrude scriveva:
«Arturo.
«La tua denunzia è stata una viltà: l’attribuisco alla gelosia e la perdono. Lui è partito stanotte. Né so che ne avverrà. Ho bisogno di vederti. Scrivimi, se ti potrò trovare al posto consueto, per il latore.»
«Tuta.»
Finita la lettera e fatto l’indirizzo, Giggi la prese ed uscì, affidandola ad un de’ suoi più fidi famigli, per il recapito. Quando ritornò da Geltrude aveva la risposta. Diceva:
«Angelo mio,
«Perdonami! Hai indovinato il sentimento che mi ha spinto. Vieni ti attendo stasera. Duolmi d’aver una vita sola per espiare l’infamia che ho commessa. È poco, ma è tutta tua.»
«Arturo.»
Una vita sola basta! disse Finocchi dopo averla udita leggere da Geltrude. Non è vero?
Sì, purché taccia per sempre.
Erano le undici di sera quando Tuta bussava alla porta della casina dell’antico suo amante. La notte era buia e temporalesca. Il cielo coperto di dense nubi nere, rotte di quando in quando dal bagliore dei lampi. Non si vedeva intorno anima viva.
La vecchia sorda affittuaria non abitava nella casina, la quale non era che un pied-à-terre da cacciatori e si componeva di un ambiente a terreno, che serviva di cucina e di tinello ad un tempo, e di una camera superiore, ove si trovavano i letti per riposarsi e dormire. Da questa camera, tirando una sottile catena si alzava il saliscendi che chiudeva la porta della casina.
Non appena ebbe Tuta bussato, il saliscendi si alzò e la porta si dischiuse. Geltrude entrò lasciandola aperta. Quasi contemporaneamente un uomo usciva dall’ombra e penetrava dietro di lei nella casina.
Era Luigi Finocchi.
Geltrude, non sali? disse una voce dalla camera superiore.
Non ho lume, rispose la donna.
Ah! scusami. Scendo.
Quasi contemporaneamente si vide un lume a capo della scala di legno, che dal tinello conduceva al piano superiore e comparve l’elegante figura di Arturo, ancor vestito di tutto punto.
Scese lentamente il giovinotto, sempre credendo che Geltrude gli salisse incontro. Ma con sua grande sorpresa la vide immobile appiè della scala.
Sei dunque sdegnata? le disse il leggiadro, quando si trovò nel tinello, afferrandole una mano e tentando di attirarla a sé.
Ma in quel momento un terribile colpo al collo, lo faceva stramazzare al suolo. La lama del pugnale di Luigi Finocchi, gli aveva orribilmente squarciata la gola e troncata colla jugulare la vita. Il lume che egli portava gli era sfuggito di mano, si era spento. Giggi lo raccolse e lo riaccese. Quindi si chinò sopra l’assassinato per accertarsi che era morto. Geltrude lo guardava impassibile, senza che un muscolo del suo volto tradisse la benché menoma emozione, senza che il colorito del suo bel viso ovale e delicato si alterasse di un punto.
Bisogna sbarazzarsi di questo cadavere, che potrebbe procurare delle noie alla giustizia e pur anco a noi.
Diamo il fuoco alla casina, il cadavere brucierà con essa e si crederà ad un fortuito accidente.
No: sarebbe pericoloso. La notte è temporalesca, soffia un vento indiavolato, l’incendio potrebbe dilatarsi e recar danni gravi, se non accorrono in tempo ad estinguerlo: se se ne accorgono prontamente e riescono a domarlo, si troverà il cadavere combusto, si cercherà il movente del delitto, si faranno delle indagini e forse delle scoperte.
Dunque?
È mestieri buttarlo a mare: è assai mosso e lo porterà chissà dove.
Senza più, Luigi Finocchi si recò sulle spalle il cadavere di Arturo e uscì dalla porta; Geltrude spense il lume e lo seguì sbattendola leggermente, affinché il salicendi avesse ad alzarsi e rinchiuderla.
Giunti al mare Finocchi si trasse dalle spalle l’assassinato, lo frugò, gli tolse la lettera che Geltrude gli aveva scritto il mattino, quindi lo sollevò sulle braccia e dopo averlo un po’ bilanciato per dar maggior vigore e più forte impulso al colpo, lo gettò nell’acqua. La donna, sempre imperterrita, dietro di lui, assisteva alla scena, resa più terribile dall’oscurità della notte.
XCVI.
Mutue confidenze ed espansioni.
Arturo non si era recato a Corneto per affari, ma solamente chiamatovi dalla notizia del matrimonio di Geltrude e non aveva quindi con sé che una piccola valigia di oggetti personali. La vecchia sorda non fu sorpresa della sua insalutata scomparsa. Le dolse di non ricevere alla scadenza, come di consueto, il prezzo della pigione, e di non più vederlo, ma non ne parlò ad alcuno. Il mare, inghiottita la sua preda, l’aveva trasportata chissà dove, nessuna traccia era quindi rimasta del delitto, il quale rimase occulto, permettendo così al Finocchi ed a Geltrude di godere le delizie di una luna di miele, rosseggiante di sangue, ma non meno gustosa.
È un fenomeno avvertito da molti fisiologi, che il sangue versato per causa d’amore accresce la passione e il diletto fra i complici. Quella geniale, soave creatura di Geltrude, aveva preso ad amare freneticamente il rozzo marito, vedendolo compiere per causa sua l’assassinio del giovane che l’aveva sedotta. Dal canto suo Luigi Finocchi era così soddisfatto della sua vendetta e delle ebbrezze ritratte dal matrimonio, che sarebbe tornato da capo se l’occasione gli si fosse presentata.
Mi ami? diceva spesso alla sua donna nel delirio degli amplessi.
Io ti adoro. Per possederti mi par poco di avere ucciso un uomo.
Lasciamo questi ricordi rispondeva flebilmente Geltrude, senza esprimere veruna ripugnanza, anzi ricostruendo nella mente il tremendo dramma al quale aveva assistito e cooperato e ritraendo nuovo eccitamento ai sensi, da siffatta ricostruzione.
Ti fanno male? A me no ripigliava Luigi Rammentando, gioisco viemmaggiormente.
Pur io.
Se qualcuno tentasse di toglierti a me, mi sentirei capace di qualunque strage, di tutto, fuorché di lasciarti.
Questi morbosi eccitamenti e queste ripetute dichiarazioni del marito, finirono col ridestare l’umor capriccioso della moglie e col farle nascere il desiderio acre di voluttà nuove e peccaminose.
Quantunque fino a quel momento la sua condotta coniugale fosse stata irreprensibile, ed avesse fatto dimenticare la mobilità del suo carattere di zitella, non mancavano di svolazzarle intorno dei calabroni, che avrebbero voluto suggere dalle sue roride labbra il miele de’ baci. Ma Geltrude opponeva loro la più estrema indifferenza.
Luigi Finocchi aveva da qualche tempo dei rapporti misteriosi col di fuori.
Un’insurrezione era scoppiata in Sicilia. Garibaldi, partito da Genova con mille volontari, aveva operato uno sbarco in Sicilia, una quantità di insorti unitisi a lui, e date battaglie sanguinose ai soldati del Borbone, si erano impossessati di tutta l’isola, abbattendovi il legittimo governo. La rivoluzione tendeva ad estendersi e cercava aderenti anche negli Stati di Sua Santità, per mezzo di emissari che spandevano denari a piene mani. L’avidità di Finocchi, cresciuta per le ingenti spese, che gli cagionava la moglie, ne fu sedotto: egli si gettò a corpo perduto nella cospirazione.
Pareva che si volesse operare uno sbarco sulla costa pontificia del Tirreno e a questo intento lavoravano Finocchi e i suoi nuovi amici. Le sue assenze da casa erano frequenti, tanto la notte che il giorno, e talvolta si prolungavano perfino di una settimana. Diceva che andava a Grosseto, nello Stato del granduca di Toscana, cacciato anche lui dal trono l’anno antecedente. E realmente vi si recava, ma sempre con segreti scopi politici.
Una notte ritornò a casa in compagnia di un giovanotto. I famigli erano già coricati e Giggi chiamò Geltrude, già ritirata nella sua camera da letto, ma tuttora in piedi, perché preparasse qualche cosa da mangiare per lui e per l’incognito suo compagno.
Vuoi che svegli la fantesca?
No: il forestiero non deve essere veduto da nessuno.
Io non vi posso servire che della roba fredda.
Non importa. Basterà la tua presenza a rallegrare il mio compagno e i cibi offertigli da te gli parranno più saporiti.
Sorrise la donna del complimento di suo marito e discese nel tinello, ove l’incognito s’era fermato. Giggi le aveva già parlato delle sue imprese e de’ suoi cooperatori. Credeva quindi d’avervi a trovare innanzi un brigante barbuto, col cappello a pan di zucchero, i calzoni di pelle di capra e le ciocie ai piedi. Fu quindi assai meravigliata di vedere invece un gentiluomo elegante e gentile, che non appena la scorse si alzò, le mosse incontro, e le disse:
Sono desolato, signora, di recarvi disturbo: non avrei acconsentito a farlo, senza la cortese insistenza del mio amico Luigi.
Gli amici di mio marito rispose Geltrude gratamente sorpresa e desiderosa di mostrarsi non meno gentile e finamente educata sono sempre benvenuti, e la nostra povera casa è a loro disposizione.
Così parlano le leggiadre donne d’Italia esclamò con enfasi il forestiero e aggiunse con un piglio mezzo da predicatore e mezzo da apostolo:
Quando avremo liberata la Patria dalle Alpi al mare, distrutte le tirannidi e abbattuto il governo de’ preti, sarà ambito premio per quelli che non avranno lasciata la vita nell’ardua impresa, d’aver il guiderdone dalle loro belle mani. Le Clelie, le Virginie, le Cornelie di Roma insegneranno ai nostri figli la via del sacrifizio e della gloria.
Questo linguaggio che avrebbe forse fatto sorridere un’altra donna, impressionò Geltrude, sempre inclinata per lo straordinario ed il trascendentale. Si inchinò sorridendo, senza rispondere per tema di non sapersi mostrare all’altezza del suo interlocutore e andò in cucina a preparare la cena.
XCVII.
Il fuoco vicino al pagliaio.
Il pasto fu frugale, composto di vivande fredde, ma inaffiato di vino generoso, allegro e vivace. Il forestiero smessa la prima aria cattedratica, assunta per darsi del tono, si era chiarito buon commensale, spiritoso, giocondo. Raccontò brillantemente i fatti della campagna di Sicilia ai quali aveva partecipato ed espose gli intendimenti di Garibaldi, il quale voleva far l’Italia una. Ma non si sbottonò per quanto concerneva la sua missione, né i suoi rapporti col Finocchi.
Geltrude si sentiva rapita dal linguaggio insinuante del cospiratore, che non si lasciava sfuggire occasione alcuna, per frammischiare al proprio discorso, dei complimenti al di lei indirizzo, e le lanciava delle occhiate piene di sottintesi, alle quali ella corrispondeva sulle prime un po’ timidamente, poi man mano, con maggiore franchezza ed ardimento.
La capricciosa non poteva far a meno di istituire un confronto fra il marito grossolano e brutale, della persona come delle maniere, e l’incognito educato a tutte le squisitezze della vita cittadina, avvenente, elegante, colto e bel parlatore. Prima del levar della mensa il tradimento coniugale era per parte sua spiritualmente compiuto.
Al forestiero venne assegnata una cameretta, comunicante colla stanza da letto dei padroni di casa, che serviva di gabinetto di toletta per Geltrude. Aiutata dal marito, la moglie, già virtualmente infedele, la trasformò in un piccolo Eden, confortato da tutti gli agi, con un soffice letto, le cui candide lenzuola e i morbidi guanciali odoravano di lavanda e di gaggiolo.
Entrandovi il forestiero ne fu dolcemente sorpreso, si profuse in ringraziamenti, diede una robusta stretta di mano all’inglese al Finocchi, toccò colle punta delle dita quella di Geltrude, che corrispose all’eloquente pressione con pari intensità.
I cospiratori sono tutti così: trovano ospitalità in una casa e la prima cosa che fanno, se appar loro innanzi una graziosa figura di donna, è quella di violarla, approfittando del prestigio che esercitano sui deboli animi muliebri il mistero ed il pericolo.
All’indomani giunse, al commissario di Corneto, avviso dalla polizia di Roma, che doveva giungere colà un famoso cospiratore. Lo si esortava a vigilarlo per conoscere le persone colle quali si sarebbe messo in rapporto e ad arrestarlo quando fosse per partire.
Quando si tratta di affari politici, generalmente parlando, le polizie sono sempre informate ventiquattr’ore dopo il fatto.
Il commissario di polizia si affrettò a partecipare la nuova ai suoi intimi, per cui, in men che non si dica tutta Corneto fu edotta della cosa, e Luigi Finocchi per il primo. Si convenne pertanto che il forestiero non sarebbe uscito dal suo nascondiglio. Geltrude avrebbe pensato a provvederlo di tutto l’occorrente, finché esauriti i primi slanci di zelo, la polizia si sarebbe acchetata, e sarebbe stato possibile farlo partire, di notte, su qualche barca di cabotaggio, per la vicina Toscana.
La volontaria prigionia del cospiratore non durò che tre giorni: Luigi era sempre fuori di casa, per scrutare il terreno ed aver notizie. Sua moglie ed il bel giovane ebbero quindi tutto il tempo per intessere il loro piccolo, ma piccante romanzo amoroso. Dodici ore dopo il forestiero, se non aveva per anco intrapresa la conquista dello Stato Pontificio, aveva già compiuta quella della sposa del suo ospite.
Tutto era ormai disposto per la partenza del cospiratore, quando Luigi Finocchi, tornò inaspettato a casa, e mosse verso la camera di Geltrude.
Il rumore di un bacio dato e ricambiato lo fermò impietrito dietro la porta della stanza precedente. Fulminato da un sospetto geloso si chinò e guardò per la toppa della serratura.
Il forestiero usciva dalla camera da letto e sua moglie in bianca vestaglia lo accompagnava cingendolo colle sue braccia. Si scambiavano baci e tenerezze. Si facevano gli ultimi saluti.
Dunque non ti vedrò più amore mio? chiedeva con voce semispenta Geltrude.
Ci rivedremo non appena le sorti della patria me lo consentano. Ma se dovrò morire su un campo di battaglia, sarà col tuo ritratto sul cuore e il tuo nome sulle labbra.
Il povero marito ingannato vedendo ed udendo, si morse disperatamente le mani e pianse di rabbia.
Avrebbe voluto aprire la porta, lanciarsi sui perfidi e strozzarli entrambi colle proprie mani. Ma pronto gli sopravvenne un altro pensiero: denunziare il traditore e vendicarsi della moglie.
Si allontanò rapidamente, ma senza usare le debite cautele. Il rumore dei suoi passi avvertì Geltrude. Si affacciò alla finestra prospiciente sulla strada, e vide Giggi uscir dal portone, senza cappello, correndo, come un pazzo.
Siamo scoperti: fuggi, gridò al forestiero. Mio marito ci ha veduti abbracciati.
Fuggiamo.
Impossibile, io resto. Affronterò sola l’ira sua e lo placherò, aggiunse con un sorriso indefinibile.
XCVIII.
Patria e senso.
Il cospiratore non si perdette in discussioni; gli premeva anzitutto di salvare la propria pelle. Seguì Geltrude che lo accompagnò fino al giardino, dietro la casa e gli insegnò la via della fuga, saltando un piccolo muro di cinta allo scopo di arrivare per altra strada alla marina.
Intanto Luigi Finocchi giungeva alla polizia. Ma prima di varcarne la soglia, rifletté un istante e questo bastò per ritoglierlo dall’infame proposito.
Ritornò sui suoi passi: aveva mutato decisione. Avrebbe ucciso il violatore della ospitalità accordatagli in sua casa come aveva ucciso il seduttore di Geltrude e l’avrebbe al par di lui buttato a mare. Dopo tutto la colpa era sua, poiché aveva messo il fuoco accanto al pagliaio. Egli non voleva perdere la moglie, rinunziare ai suoi amplessi. La morte dell’amante sarebbe stata sufficiente punizione per lei. Glielo aveva detto tante volte: chiunque tenti rubarmi le tue carezze morrà.
Ritornò a casa: si munì del coltello col quale aveva sgozzato Arturo e andò direttamente alla camera da letto: ivi trovò Geltrude, semisvenuta sopra una sedia. L’afferrò per un braccio e le disse:
Vieni a vedere, come si puniscono i colpevoli, i traditori.
E la trascinò violentemente nel gabinetto, dove credeva si trovasse ancora il forestiero. Ma quando lo vide vuoto si sentì assalito da un eccesso di furore.
Dov’è? gridò alla moglie con voce soffocata dov’è, boiaccia, il tuo amante?
È partito, mormorò Geltrude, più morta che viva.
Partito, fuggito, per opera tua?
Sì.
Ebbene, paga tu per lui!
E pronunziando queste parole l’afferrò pei capelli, la trascinò al letticciuolo e colla formidabile lama del suo coltello, le recise la testa.
Quindi si affacciò alla finestra, urlando come un pazzo:
Eccola! Eccola!
Mostrava, sempre tenendolo per i capelli, il capo troncato di Geltrude, dal cui collo pioveva ancora a fiotti il sangue.
Quel terribile spettacolo fece volgere in fuga i pochi passanti. Ma in breve altri ne sopraggiunsero, e si addensò la folla...
Finocchi continuava ad agitare la testa di sua moglie gridando:
Eccola! Eccola!
Giunse finalmente la polizia, che non senza stento giunse ad impossessarsi del forsennato, prima che avesse a farle del male, col coltello che ancora brandiva.
Portato alle carceri dovettero mettergli la camicia di forza, perché non avesse ad attentare alla propria vita.
Se non che ricercando il movente del delitto in casa dell’uxoricida, la polizia trovò delle carte, che rivelavano le sue aderenze coi rivoluzionari e a furia di indagini venne a sapere della venuta del cospiratore e della sua fuga. L’istruzione ricostruì il dramma, ma la ragione vacillante del reo, non permise di giungere a chiarire i fatti.
Luigi Finocchi venne condannato all’estremo supplizio e in capo a cinque giorni fui chiamato ad eseguirne la sentenza.
La voce delle condizioni mentali infelici del giustiziando si era diffusa per ogni dove, e si parlava di un movimento che i rivoluzionari intendevano di tentare per sottrarlo al patibolo.
Fu quindi fatto venire da Roma buon nerbo di truppa, per evitare qualsiasi inconveniente.
La mattina del 21 luglio, Corneto pareva militarmente occupata.
Uscendo dalle carceri, la carretta sulla quale con me e col paziente stavano due frati incaricati di confortarlo, benché non avesse alcuna conoscenza di sé, fu circondata dai carabinieri.
Giunti ai piedi del palco, lo tirammo giù, e lo portammo su pei gradini di peso, perché non poteva reggersi.
Giustiziano un morto! gridò una voce.
Assassini, ripeté un’altra.
In un momento il subbuglio diventò generale. I fischi intronarono le orecchie. Ma il palco era troppo ben custodito, perché si avesse a temere.
Mentre io compivo l’esecuzione, i tamburi rullavano a più non posso. Venne eseguito qualche arresto e la calma fu ristabilita.
Ma dovetti essere riaccompagnato alle carceri, col mio aiutante, dalla stessa scorta, e partimmo di notte di soppiatto, per evitar dispiaceri.
XCIX.
L’avventura di Angelo Isola.
Timoteo Castroni era un giovane studente dell’università romana, molto stimato per il suo fervido ingegno e per la facilità con cui apriva la sua borsa, agli amici, sempre ben fornita, poiché apparteneva a ricca famiglia della provincia.
Frequentava la buona società ed era assai ben accolto, per la squisitezza delle sue maniere, per il brio della sua parola, colta, fluente, simpatica e per le sue doti fisiche non comuni. Alto e slanciato della persona, col bel viso ovale, di quel colore leggermente olivastro pallido, che esercita tanta influenza sull’animo del bel sesso, illuminato da due grandi occhi neri morati, pieni di sentimento, di passione e di dolcezze, con una bocca carnosa, sensuale, ombreggiata da due baffetti neri, lucidi, fini, come la ricca capigliatura ricciuta, era realmente un bel giovane, nel senso più assoluto della parola. Il suo istintivo riserbo aumentava il fascino che esercitava.
Le signore lo attribuivano ad una punta di orgoglio suscitatogli da precoci fortune amorose, e si incapricciavano facilmente di lui, smaniose di vincere quel disdegno che credevano ostentasse e che realmente era ben lontano da lui.
C’era fra l’altre sue conoscenze, conoscenze da salotto, ben inteso, una leggiadra francese, romanizzata che godeva una fama un po’ piccante, la quale si era presa di Timoteo, perdutamente, e mal sapeva tollerare la indifferenza da lui dimostratale.
Invece di indifferenza era timore ch’ella gli ispirava. Innanzi a quella superba bellezza, il giovane studente si sentiva piccino, piccino, non osava innalzare gli sguardi fino a lei, gli pareva che fosse stata messa al mondo solo «per miracol mostrare.» Il desiderio l’avrebbe attratto verso di lei, ma combatteva strenuamente, negli imi suoi penetrali, siffatto desiderio, giudicandolo, non solo temerario, ma insensato addirittura.
Quando l’immagine di quella donna gli appariva ne’ sogni, ne risentiva uno spossamento fisico inconcepibile, e cercava di cacciarla, come un succubo tentatore.
I sorrisi che l’avvenente creatura gli prodigava li considerava come beffe, come scherni atroci e invece di sentirsene incoraggiato la fuggiva.
Una sera ad un gran ballo dato ad un’ambasciata, al quale Timoteo era stato invitato, vide entrare la formosissima signora, in un’ardita toilette, che metteva in evidenza tutte le grazie incomparabili della sua persona.
Vestiva in abito bianco, molto scollato, dalla breve vita del quale sorgevano le superbe spalle divinamente modellate, il seno torreggiante fra i finissimi merletti spumeggianti. Intorno al collo un vezzo di perle nere di rara bellezza, che aggiungevano splendore alla tinta calda della rasata epidermide.
La sua comparsa aveva suscitato d’ogni intorno mormorii d’ammirazione, i più cospicui personaggi e i giovanotti più eleganti della romana aristocrazia le si affollavano vicino, per contendersi un sorriso, un lieve cenno del capo, un saluto.
Blanche tale il suo nome trascorreva oltre con un incesso da dea, incurante quasi degli omaggi. D’un tratto scorse in fondo alla sala il giovane studente, che la guardava esterefatto e sembrava assorto in estasi. Ella volle godere del suo trionfo e si fermò a pochi passi da lui, conversando gaiamente con un brillante ufficiale del suo paese natio.
Timoteo si trovava, come assediato, da quella coppia, che attirava sopra di sé tutti gli sguardi. Non avrebbe potuto togliersi dal suo posto, senza dimandar loro licenza e gli pareva grottesco il farlo; più grottesco ancora rimanere, indiscreto testimonio.
La signora, mentre discorreva coll’ufficiale lo guardava di sottecchi e sembrava compiacersi del suo imbarazzo. Ma quando lo vide impallidire, a segno da parer prossimo a svenire, licenziò l’ufficiale con un piglio da regina, e mentre questi le si inchinava innanzi, si volse rapidamente e passò il suo braccio, meraviglioso, sotto quello di Timoteo, dicendogli:
Portatemi a fare un giro per le sale. Qui fa troppo caldo; si soffoca.
E lo trascinò seco in un gabinetto, lontano, dove appena giungevano le note della musica, che metteva in effervescenza le coppie danzanti della sala da ballo; dove la luce di una grande carcel, soavemente moderata da rosei paralumi, dava all’ambiente un carattere dolcemente misterioso; dove pareva che le dichiarazioni di amore e i baci aliassero nella tepida atmosfera.
Blanche si abbandonò sopra un piccolo divano di raso rosso, i cui riflessi rendevano fiammeggianti le sue rotonde spalle ignude e le sue braccia anelanti d’amplessi, come il suo bel viso, acceso dalla passione intensa e dalla brama irrefrenata di voluttà, e trasse seco il giovane trasognato, chiedendogli, con un accento riboccante di promesse.
M’ami?
Timoteo volle inginocchiarsele innanzi. Non aveva fibra che tenesse ferma: aveva un tremito nelle labbra, nella voce, nella persona.
Vi adoro, come una santa sull’altare.
Fanciullo! esclamò l’inebbriata signora e gli chiuse la bocca colla sua.
Da quella sera lo studente diventò il suo amante e non ebbe più vita che per lei.
Era venuta la state e dopo la bagnatura Blanche era stata condotta dal marito ad un suo castello, che s’ergeva sull’Appennino abruzzese. Timoteo la seguì ed ogni notte, per una segreta porticina, della quale aveva la chiave, penetrava nella sua camera da letto.
Il marito non tardò ad accorgersene. Conosceva le abitudini di Bianca. Prima di sposarla era stato suo amante ed aveva ingannato il marito di lei, come ora Timoteo ingannava lui. Non erano scorsi che tre anni, e il primo consorte della leggiadra signora era morto, dicevasi in un accidente di caccia. Ma la sorte era stata aiutata dalla mano dell’uomo. E quest’uomo era il bandito Angelo Isola.
Risoluto a liberarsi dell’amante, come si era liberato del primo marito, andò in traccia dell’antico suo complice e lo rinvenne in una bettola di Rocca Secca, dove soleva riparare fra l’una e l’altra delle sue brigantesche imprese.
Era una stanzuccia scavata si può dire nella montagna e che s’internava sotto, come una grotta nella medesima, divisa in due da un semplice assito. Nella parte prospiciente sulla strada stavano gli avventori che capitavano a bere; nella parte posteriore facevano la cucina, tenevano il vino, e si ricoveravano i più intimi amici del padrone, il quale non è escluso che cooperasse alle frequenti grassazioni segnalate ad ogni tratto in quei dintorni.
Non appena il marito ingannato entrò, il bettoliere si levò il berretto, ed ossequiandolo umilmente, gli domandò:
In che posso servirla, signor Conte?
C’è Angelo? mormorò a voce sommessa l’interpellato.
Il bettoliere, per tutta risposta, lo accompagnò nel secondo scompartimento dell’osteria, dove il conte vide e riconobbe tosto il suo uomo.
Angelo, gli disse sedendogli famigliarmente accanto, su di un barile capovolto, c’è da guadagnare un centinaio di scudi. Ti servono?
Pofferbacco, signor Conte, a questi lumi di luna, per cento scudi darei la scalata al cielo.
Si tratta di più agevole impresa.
Tanto meglio.
Invece di salire, bisogna far discendere qualcuno pel burrone del diavolo.
Non sarà il primo! osservò sogghignando il bandito. Si tratta ancora di un marito?
No, si tratta d’un amante.
Allora si sono invertite le parti.
Precisamente. Verso la mezzanotte, un giovinotto sui venti anni, abbigliato da touriste, passa da quella parte, colla sua brava borsetta ad armacollo e l’alpenstock fra’ mani.
Glie lo faremo deporre, perché non l’aiuti a risalire. L’ora del resto è buona.
No. È meglio aspettarlo al ritorno, verso l’alba. Chi lo attende la notte, non vedendolo comparire, potrebbe concepire qualche sospetto.
Precauzione utilissima l’evitarlo.
Eccoti dieci napoleoni in acconto: il resto ad affare compiuto.
Così dicendo il conte porse al bandito un pizzico di monete d’oro, che egli fece saltare nel cavo della mano.
Conchiuso! esclamò il bandito e il marito oltraggiato se ne andò.
All’indomani, al primo luccicar del giorno Angelo Isola era appostato al burrone del diavolo, per dove Timoteo doveva passare. Il tempo imperversava; spessi lampi rosseggiavano nel cielo coperto di nubi, pioveva a diluvio. Il povero studente, inconscio dell’agguato che lo attendeva, e tuttora ebbro di baci e di carezze, affrettava il passo, di ritorno al villaggio, dove aveva preso stanza, per trovarsi vicino al castello di Blanche, quando due robuste braccia lo afferrano a tergo, e sollevatolo di peso, lo lanciano di piombo nel burrone. Il terreno ove andò a cadere, a metà del dirupo, era molle della pioggia e Timoteo poté rialzarsi ed aggrappandosi alle sporgenze della rupe, tentare la salita. Ma mentre stava afferrando uno sterpo, uscì un terribile avvoltoio da uno speco, che il medesimo occultava, e temendo un assalto al suo nido, si fece sopra di lui.
Un terribile colpo di rostro, accompagnato da un non meno formidabile colpo d’ala, fece cadere in fondo al dirupo, sfracellato contro i massi sporgenti, il disgraziato giovane.
Angelo Isola, che aveva assistito alla scena, levò un sospiro di soddisfazione ed esclamò:
Il diavolo protegge i suoi.
Il cadavere dello studente venne trovato e raccolto all’indomani. Blanche indovinò il truce dramma, che si era svolto in quella tempestosa mattinata, ma non pensò a vendicare il suo amante.
Angelo Isola continuò il suo mestiere di sicario e di bandito, e quando Dio volle la giustizia umana potè colpirlo. Arrestato, processato e condannato, gli fu da me reciso il capo, a Subiaco l’11 giugno 1864.
Con quest’ultima esecuzione Giovanni Battista Bugatti fu collocato a riposo, su proposta di Monsignor Fiscale il quale nella sua relazione lo qualifica per l’illustre Bugatti. Il Consiglio de’ Ministri avanzò la proposta a Sua Santità.
Pio IX l’approvò il 28 febbraio dello stesso anno concedendogli la pensione mensile di scudi 30 «in vista della di lui senile età e dei lunghissimi servigi» con decorrenza dal primo novembre, nel qual giorno gli succede Vincenzo Balducci, suo aiutante fin dal 1850. Le esecuzioni di Balducci furono poche (la più famosa quella avvenuta il 24 novembre 1868 nella quale furono giustiziati i patrioti Monti e Tognetti alla presenza anche di Mastro Titta) perché sopraggiunse la Breccia di Porta Pia ad interrompere la sua carriera.
A Giovanni Battista Bugatti non fu dato di assistere a quell’avvenimento in quanto quindici mesi e due giorni prima, ed esattamente il 18 giugno 1869, egli moriva. Il suo decesso è registrato a pagina 89 del libro IX della Parrocchia di S. Maria Traspontina.
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