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Mastro Titta, il boia di Roma

Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

Parte 20 di 21
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Appendice


Le giustizie a Roma

I.

L’Amico e segretario di Mastro Titta.

La solitudine in cui Mastro Titta era costretto a vivere lo annoiava alquanto e tendeva a distruggere la giovialità del suo carattere, e la sua espansività.

Egli anelava di avere un amico, col quale potere liberamente intrattenersi e conversare, parlare del presente e del passato, ritrarre il conforto di mutui servigi e di scambievoli cortesie.

Frequentando le bettole egli aveva avuto più volte l’occasione di stringere delle relazioni, con persone che ignoravano l’esser suo. Ma ciò non gli bastava. Egli sapeva benissimo, che non appena risapevano il suo nome e il suo mestiere, rallentavano e man mano cessavano d’aver rapporti con lui.

Un giorno, mentre se ne stava cogitabondo nel giardino di una osteria alla Lungara guardando il corso del vecchio fiume e pareva chiedesse alle bionde sue acque i segreti della storia, sentì toccarsi da una mano sulla spalla e una voce toneggiante che gli diceva:

— Mastro Titta, che nuove abbiamo? È un bel po’ che non si lavora... Ci annoiamo, non è vero? C’è ben di che.

Il Bugatti si volse al verboso interlocutore, sorpreso dalla famigliarità benevola che usava con lui, e gli domandò a sua volta:

— Mi conoscete dunque?

— Perfettamente. Vi ho veduto lavorare e vi so dire che a buon dritto vi compete il titolo di maestro. Ma che andiamo chiacchierando a bocca asciutta? Ho l’ugola secca. Mastro Titta vogliamo «farcene» una foglietta insieme?

— Benvolentieri, rispose il boia, traendo dal suo petto un sospiro di soddisfazione.

— Vedo che vi fa piacere e ne son lieto. Eh! Toto, portacene un boccale di frascatano. — È limpido, dolce e color del sole che ha scaldato i grappoli con cui è fatto — continuò poi, tornando a volgersi a Mastro Titta.

— Amate molto il vino, per quanto mi pare? — gli disse sorridendo il Bugatti.

— Credo bene! Amore e vino, il vecchio Lieo e le giovani Camene confortavano i tardi giorni di Anacreonte.

Questo linguaggio, poco comprensibile per lui, sorprendeva non poco Mastro Titta e si volse ad osservare il parlatore.

Pareva un operaio, poiché aveva le maniche della camicia rimboccate al disopra de’ gomiti, e portava dinanzi un grembiale turchino, sollevato a metà, per un de’ lembi infisso nella cintura. Lo sparato della camicia aperta lasciava scorgere l’ampio petto velloso, donde usciva la maschia voce che abbiamo notato.

— Vi sorprende il mio linguaggio?

— Ve lo confesso. Parlate come un dottore.

— E vesto come un artiere: completo il vostro pensiero?

— Precisamente.

— Gli è che sono un po’ poeta? Vi sorprende?

— Non vi offendo rispondendo affermativamente?

— Manco per sogno.

— Beviamoci sopra.

Il gigante tracannò due o tre bicchieri del frascatano, recato dal garzone dell’oste, dopo aver brindato col carnefice, il quale era rimasto al primo. Poi asciugatasi la bocca col dorso della mano disse:

— Mastro Titta, io vi offro la mia amicizia e vi chiedo la vostra: sono Giuseppe Marocco d’Imola, poeta e tornitore.

Il boia si ricordò allora d’averne udito il nome, pronunziato con quella riverenza che dovevano ispirare il suo carattere franco ed aperto e il suo braccio terribile.

— Ben felice d’avervi incontrato — disse il Bugatti. Per quel che valga potete contare su di me, se non vi desta ripugnanza il mio mestiere.

— Non ho pregiudizi, io. So che siete un galantuomo. E questo mi basta. Sono i birbanti che hanno paura della giustizia, de’ suoi ministri e de’ suoi esecutori.

Si strinsero le destre, stettero a lungo a chiacchierare in quel giardino, e si lasciarono promettendo di rivedersi ogni giorno all’osteria.

— La mia casa vi è aperta ad ogni ora — concluse il Marocco — vi troverete sempre un cuore leale e un fiasco di Vin Santo d’Imola, che non ha paura del nettare che bevevano gli antichi iddii.

Da quel giorno la relazione fra il Bugatti ed il Marocco divenne sempre più intima e durò perenne. Il tornitore-poeta diventò il consigliere ed il segretario del carnefice, al quale infuse il desiderio di conoscere la storia dell’arte sua e di lasciare alla posterità quella delle «Operazioni» che andava eseguendo.


II.

Variazioni intorno alla Giustizia papale.

Mastro Titta, colla scorta del Marocco iniziò i suoi studi storici sulle esecuzioni di giustizia in Roma e potè così erudirsi nella materia, che doveva fornirgli argomento delle sue future elucubrazioni.

Non potendo seguirlo per filo e per segno nelle sue indagini, noi ne riferiremo sommariamente i risultati, come ce lo impone il compito che ci siamo prefissi ponendo mano a quest’opera, di metter cioè in chiara luce, come sia stata in quei tempi efferata e terribile la così detta giustizia dei Papi, valendoci all’uopo delle sapienti note del non mai abbastanza encomiato Ademollo.

Nel medio evo campo di giustizia era sempre la Rupe Tarpea. Presso un leone di basalto, i delinquenti udivano la lettura della sentenza che li condannava, e quanto ai malfattori di bassa condizione solevasi porli a cavalcione di quel leone con una mitra in testa e con la faccia impiastricciata di miele. Non si dice qual fosse il modo dello spaccio finale, ma è lecito credere la decapitazione almeno per i condannati, colpevoli o no, di condizione non plebea. Si trova infatti fino al 1354 un esempio illustre. Nel dì 29 agosto di quell’anno, fra’ Monreale veniva decapitato sulla piattaforma del Campidoglio nel luogo ove oggi è la statua di Marco Aurelio, ma la decapitazione si eseguiva con lo spadone del carnefice al quale il chirurgo del gran venturiero indicò la giuntura dove doveva colpire. La testa che fra’ Monreale, lieto di morire a quel modo poiché si aspettava di peggio, aveva adagiata sul ceppo con la miglior grazia possibile, sbalzò al primo colpo; fortuna che non toccava a tutti.

Nel 1488 venne designato per luogo di giustizia un recinto davanti al Ponte S. Angelo, nelle cui adiacenze era il vicolo denominato del Boja. Anche Campo di Fiore serviva all’oggetto in casi straordinari, specie di supplizi preceduti da gogna, onde prendeva nome, in prossimità della piazza, la via della Berlina oggi trasformata in via del Paradiso. Ma tutti i luoghi erano buoni per ammazzare gente con legalità. Nel 27 maggio 1500, in pieno Anno Santo, i pellegrini a S. Pietro ebbero la dolce sorpresa di passare il Ponte fra due file d’impiccati; erano diciotto, nove per parte. Brillavano, fra costoro, un medico dello Spedale di S. Giovanni che soleva di gran mattina andare armato di balestra a caccia di romei, ammazzandone e derubandone quanti più poteva, ed un confessore dello Spedale stesso che indicava al medico i pellegrini infermi provvisti di danaro onde li spacciasse col veleno per poi spartirsene fra loro il gruzzolo. Gli altri sedici erano volgari assassini di strada e vanno compianti per la mala compagnia che ebbero negli ultimi momenti di vita.


III.

Il supplizio dei Carafisti.

Intorno al supplizio di Carafa, uno de’ nipoti di Paolo IV, da questi prima in ogni modo favorito scandalosamente, poi privato dei benefici impartiti e condannato da Pio IV (Medici) suo acerrimo nemico, riproduciamo la seguente importantissima relazione di Francesco Thonnina al Duca di Mantova, suo signore, «Data da Roma, li viijs de Marzo 1559» pescata nell’Archivio Gonzaga, del chiarissimo cav. Antonio Bartolotti.

«È finalmente finita quella tragedia carafesca mercore alle cinque hore di notte ando il baricello Gasparino (come egli stesso ha narrato di bocca), primieramente al Cardinale Caraffa quale dormeua supino et benché già gli era stato nuntiata la morte, come per la precedente mia scrissi a V.E. non di meno non poteva pur crederlo et così entrato in camera gli disse quello che era venuto a fare il che era per far esseguire quel tanto ch’era in mente di N. S. in farlo morire. Al che ei dice che detto Cardinale rispose per dieci volte «Io morire! Adunque il Papa vuole che io muoia?». E finalmente chiarito che questa era l’ultima hora el che se non attendeva a confessarsi et accomodare li casi suoi fra quel poco tempo che ad esso bargello era stato statuito per far l’esercitio, né egli senz’altro aspettare haueria fatto eseguire la commissione sua, ancorché più volte replicasse: «Io che non ho confessato cosa alcuna morire!» si dispose poi a confessarsi; il che fatto chiamò tutti gli astanti et li disse: siate testimoni come io perdono al Papa, al Re di Spagna et al Governatore et Fiscale et altri nemici miei; poi postolo a sedere sopra una scragna gli pose il carnefice il capestro al collo et dopo hauerlo fatto molto stentare lo finì pur all’ultimo di strangolarlo. Andorno poi al Duca di Palliano qual condussero in Torre di Nona et nel descender dalla prigione di Castel Sant’Angelo dimandò dove lo conduceuano, et allhora il Bargello non gli volse dire che lo conducessero a far morire, ma solo gli disse che lo conduceua in Torre di Nona et più altro non sapea sino a quel hora, al ché detto Duca rispose che ben sapea che lo conduceuano alla morte, che Christo glielo aueua rivelato et che di gratia gli lasciassero scriuere una lettera al figlio; così ridottosi nella Camera doue sta prigione con sigurtà di non far fuga Gioanni da Nepi, interessato anch’egli in questo negotio esso Duca dettò due lettere l’una al figlio l’altra alla sorella, le quali sono ueramente christiane. Poi fu condotto a Torre di Nona doue a lui et al Conte di Aliffe et Don Leonardo di Cardine fu troncata la testa. Morì il Duca dispotissimo eccetto che nell’istesso voler porre il capo sotto il ceppo o tagliuola cominciò a dire aiutatemi de gratia tentatione obrenuntio Satano et finalmente fu ispedito. Il Conte di Aliffe si dice che ragionaua anch’egli alcune parole christiane pure era fuori di sé — Don Leonardo di Cardine morì finalmente disposto. Delli corpi loro seguì questo: il cardinale fu portato nella chiesa Transpertina, il Duca, et il Conte d’Aliffe et Don Leonardo, furono portati lo mattino per tempo in Ponte. Il Duca in un cadeletto piccolo ed assai miserabile, oue giaceua con una ueste di pelle intorno con due torse rosse per ciascun capo il Conte d’Aliffe et Don Leonardo erano coricati in terra su due miserabili tappeti lunghi due brazzi o circa et poi tutti infangiati et calpestati dal numero delle genti che andauano a vedere. Il Cardinale è stato portato poi a seppellire alla Minerva et si dice anco il Duca. Gli altri dui dicono che li parenti trattino di condurgli a Napoli».


IV.

Il supplizio della Marchesa Anguillara e di Margani.

Dai Processi Verbali redatti dalla Compagnia di S. Giovanni Decollato, che il governo opportunamente, ha con savio decreto avocati a sé, togliamo la narrazione della esecuzione di questa infelice.

«Martedì notte venendo il mercoledì, a dì 3 d’Agosto 1568, alle sei ore di notte in Roma fu menata nel luogo solito della Compagnia della Misericordia in Torre di Nona per esser fatta morire per via di giustizia madonna Caterina dell’Anguillara, la quale resasi in colpa dei sua peccati e confessatasi disse perdonare a tutti quelli che l’avessero offesa siccome ancora desidera che sia perdonato a lei e volendo fare un codicello al testamento ultimamente da lei fatto, disse restando fermo il detto testamento e le cose contenute in esso, lascionne scudi 20 ai poveri vergognosi, e ducati dieci alla Compagnia di San Giuseppe sotto Campidoglio, e dichiarò ancora che il legato dei cento cinquanta ducati l’anno, lasciato da lei nel prefato testamento a messer Bandino Piccolomini gentiluomo sanese suo ultimo marito, s’intenda libero, e che non abbia a concorrere al pagamento di nessun lascito: ma che se gli debbano pagare liberissimamente senza farlo stentare o litigare, ed in che luogo vorrà lui: e questo tanto volendo stare e vivere insieme, con li suoi figliuoli, quanto no; perché questo rimette nel suo libero arbitrio. E non volendo stare con detti suoi figliuoli, gli lascia letto, padiglione, lenzuoli, camicie, sciugatoi, e pannamenti lini ad arbitrio suo, e che questo arbitrio s’intenda tanto circa alla qualità quanto circa alla quantità; cioè che di tutte queste cose possa pigliare quella quantità che ad esso parerà, e di che sorta vorrà. Grava ancora la signora sua madre, come tutrice dei suoi figliuoli, che le piaccia fare tutti i perdoni che corrono in un anno, e che se le debbano di più far dire le messe per tutti gli altari che cavano le anime del purgatorio, e subito le messe di San Gregorio con le cento messe appresso. E questo disse volere che sia il suo ultimo conticello e volontà, la quale vuole con voglia in ogni miglior modo.

«Presenti messer Tommaso Aldobrandini, messer Francesco Scanfartoni, messer Antonio Cocchi, Bastiano Caccini, Monte, Zaffei ed io Vincenzo Rampini provveditore.

«Messer Jacopo Margani, il quale essendosi reso in colpa dei suoi peccati e fatta la debita confessione pregando nostro Signore che gli die fortezza nell’estremo punto della morte, disse perdonare a tutti quelli che l’avessero offeso; come ancora desiderava che fosse perdonato a lui. E non volendo morire senza fare menzione di alcune sue cose disse non avere da dire cosa alcuna e fece fine.

«La mattina all’ora solita si partirono processionalmente di Torre di Nona e andarono in Ponte, dove furono decapitati. Nostro Signore Iddio sia stato quello gli abbia dato luogo di riposo.

«La sera all’ora solita si portò da Santo Celso alla Compagnia di detto messer Iacopo ed a ore XXIV fu portato in Araceli dove fu sotterrato.

A dì 12 d’Agosto.

«Si vendè i panni di messer Iacopo Margani e se ne cavò giuli ventotto e si consegnarono a messer Francesco da Carmignano nostro camerlengo. E adì detto si ebbe dalle rede di madonna Caterina delli Merletti ducati quattro».


V.

Le liberazioni dei prigionieri.

Abbiamo accennato alla presenza, nella giustizia dei papi, delle confraternite e alle grazie che parecchie di esse avevano diritto di chiedere, nelle occorrenze di date festività, o solennità speciali, per concessione dei vari Sommi Pontefici. Parrà strano questa abdicazione del più grato e più prezioso attributo della sovranità, a chi consideri superficialmente la cosa. Ma a chi voglia approfondire il concetto che la inspirava, troverà che essa era molto accorta ed opportuna, come quella che circondava le confraternite di un prestigio straordinario, le rendeva non solo rispettate, ma amate dal popolo e colla simpatia faceva convergere sopra di loro cospicui benefici. Valgono a chiarirlo in parte gli «Ordini con li quali deve esser governata la Venerabile Confraternita della Santissima Madonna del Suffragio» che qui ripetiamo: «Della liberazione del Prigione. Ord. XLI. Manum suam aperuit inopi, et palmas suas extendit ad pauperem Salomon. Cap. XXXI. In Carcere eram, & visitastis me. Mat. Cap. XXV.»

* * *

Fra l’altre gratie che la nostra Archiconfraternita ha ottenuto da nostro Signore Papa Clemente VIII è che ha concesso privilegio in forma di breve che possa, & abbia facoltà ogni anno nel giorno del Venerdì Santo overo della Commemoratione de’ morti, deliberare un prigione condannato a morte, come appare in esso breve, & però conviene sopra de ciò fare un ordine particolare di quanto intorno a tal materia si doverà osservare & insomma faranno le cose sequenti.

Che se della Compagnia vi sarà alcun fratello ch’abbia bisogno d’esser liberato per questa strada, si preferisca ad ogni estraneo, & solo li Santissimi Primicerio, & Guardiani senz’esplorar la volontà della congregatione generale, o segreta, haveranno da deliberar sopra de ciò.

Se nella Compagnia ve ne fusse più d’uno in simil necessità, si proponghino il primo da chiederlo in grazia Nostro Signore, & in caso che non ne fusse concesso, si facc’istanza per il secondo, & poi sussequentemente per il terzo & quarto, di maniera che qual di essi ebbe manco voti di congregatione, sia anco posteriore in esser dimandato.

Questa gratia della liberazione del prigione si doverà domandar per uno delli doi giorni suddetti, & quando per quelli non vi fusse occasione, dimandarlo per il giorno della Natività della Gloriosa Vergine nostr’Advocata, una delle feste principali della nostra Archiconfraternita, overo in altre festività, acciocché tal gratia ogni anno sia adempita, & non resta vacua per benefitio di tal prigione condennato, & honore della nostra Archiconfraternita, & per quest’effetto il Camerlengo deverà ricordare un mese avanti al SS. Primicerio, & Guardiani questo negozio.

Quest’opera pia se facci per mera carità, e non per premio temporale, acciocché sia più grata a Iddio. Et perché li SS. Primicerio, & Guardiani conoscono li bisogni della Compagnia; dopo fatta stia in arbitrio loro di accettare o dimandare qualche elemosina dal prigione liberato, & questo sin tanto che piacerà a sua Divina Maestà di accrescerla in modo, che non habbi bisogno di tal subvenimento. Ma s’el prigione sarà de’ nostri fratelli non doverà essere astretto, né ricercato pagare cosa alcuna, sol che la spesa della cera, o altra che per tal effetto si farà, nel resto si lasci al suo beneplacito se vorrà dare, o no, elemosina alcuna alla Compagnia.

Li Vesperi, & Messe che in tal solennità si diranno si cantino solo di Canto fermo che si faranno per il medesimo effetto, si fuga parimente ogni fausto, & ostentatione superflua, & particolarmente de musica, ma con molta devotione, & quiete li fratelli anderanno dicendo il Te Deum laudamus; li salmi Benedictus Dominus Israel, & Magnificat, alla piana, & all’uso Cappuccino che sarà di maggior edificatione nostra, & de gl’altri il tutto a laude, et gloria de Dio, & della sua Santissima Madre, pregandola che siccome nel giorno della sua santissima Natività la nostra Compagnia la prima volta uscì fuori, & in uno medesimo, si è ottenuto la tal prima gratia della liberatione del pregione, così si degni esserci sempre propitia, impetrando dal suo Santissimo figliuolo, a i vivi libertà di spirito, & a morti, quiete perpetua.

VI.

L’Abate Rivarola.

Toccava a Clemente XI della casa Albani il triste vanto di infierire contro i giornalisti, mandando a morte nel 1708 l’abate A. Rivarola e, nel 1720, l’abate Volpini.

Accusato il Rivarola, d’aver tentato di lacerare la reputazione di papa Clemente XI con «il dente ferino delle sue furiose mordacità» e d’aver avuto rapporto con eretici, Cavalieri Ugonotti, Inglesi ed Olandesi e d’esser stato amico di Luterani, fu d’ordine di monsignor Goveru fatto carcerare, e perquisita la sua casa, dove sequestraronsi le sue carte.

Dopo essere stato esaminato parecchie volte si decise di lasciarlo in riposo — dice la relazione. Ma vedendosi che egli andava deperendo e che la sua fine si approssimava, perché non avesse a sfuggire alla pena, fu eretto sulla Piazza di Ponte S. Angelo un palco per farlo decapitare. Recatisi i Fratelli della Compagnia di San Giovanni Decollato per prepararlo al supplizio, lo trovarono estatico e quasi privo di sensi, talché temevano avesse a spirare fra le loro braccia. Perciò fu accelerata la messa e interrogato intorno a tutti i suoi bisogni dell’anima — dice la relazione — e animato alla morte e a mostrar coraggio contro le tentazioni del comune nemico. Narrate le sue colpe chiarendosene pentito, e baciando un piccolo crocifisso prestatogli mentre trovavasi nelle carceri, protestò, lagrimando, di voler morire da vero penitente. Fu quindi comunicato per viatico e sollecitato dai confrati perché il polso gli andava mancando, «e alle volte — continua testualmente la relazione — come insensato, non rispondeva alle interrogazioni dei Confrati, procedendo ciò dal non aver gustato alcun cibo per un giorno e mezzo, fu ristorato per forza».

Non potendo l’infelice reggersi in piedi e temendo avesse a morire naturalmente fu duopo far venire la barella e una seggiola per portarlo sul palco — «già reso semivivo e che la morte gli andava chiudendo le labbra, non avendo altro spirito che quello di un flebile lamento». I confortatori non cessavano di assisterlo suggerendogli ora uno, ora un altro atto di sommessione e preghiera, che egli quasi automaticamente eseguiva, mentre s’avvicinava al patibolo.

«Si era il popolo così affollato e stretto insieme quando spuntò sulla piazza che, per vederlo, molti messero in compromessa la loro vita perché stringendosi il popolo accorso per vederlo morire, sicché i birri fecero tutta la loro forza per tenere indietro le persone, che si erano spinte verso il palco e simile faceva il bargello di Roma che era a cavallo in mezzo alla calca.»

«Il Maestro di giustizia si trovava per essere poco pratico e di poco spirito confuso che non sapeva come maneggiare il paziente, che si trovava quasi spirante, onde si era malamente imbrogliato e non sapeva accomodarlo al ceppo, e benché avesse l’aiutante gli riusciva molto difficile vedendosi e scorgendosi da tutto la sua inesperienza; onde dopo averle messa e più volte aggiustata la testa, quale non era a giusto filo della mannaia la quale gli tagliò un pezzo di mento: ma per rimediare presto prese il mannarino (l’accetta) in mano e gli tagliò con questo il resto del collo che stava attaccato ad un pezzo di ganascia; onde il popolo fece sì gran movimento e si strinse tanto sotto al palco per lacerare il boia; ma furono presto gli esecutori di giustizia a rimediare a questo tumulto, che per frenare l’ardire del popolo e lo scompiglio fu necessario di mettere a tiro le armi come se si dovessero adoperare contro quei tumultuanti. Allora fu che il popolo dando addietro furiosamente per timore delle archibugiate, fecero cadere molte persone che furono calpestate, e siccome il bargello si trovava ivi presente per dar terrore di sé trovandosi sommerso nella mischia e non potendo uscire restando sequestrato, cadutogli il ferraiolo ed il cappello fu lacerato dal popolo e li birri con l’archibugio alla mano proseguivano a far stare indietro il popolo dal palco.

«Destò però la morte del Rivarola gran compassione e per lo strazio ricevuto dal carnefice e per essere stato veduto così malridotto portare sopra il palco, un uomo quasi morto, perché questa giustizia, conforme dissero alcuni, doveva essere fatta due o tre giorni prima. Ma il carnefice fu carcerato e pagò la pena della sua inesperienza. Molti degli astanti presero la spada ed il cappello e chi il ferraiolo ed alcuni sino la parrucca, quali cose furono calpestate e ritrovate per terra sulla piazza di Ponte; quietato il popolo essendo l’ora tarda, fu aggiustato il giustiziato in un cataletto, e come il solito portato processionalmente al luogo solito di San Giovanni Decollato, seguitato il cadavere da molta gente per conseguire l’indulgenza del Santissimo Pontefice».

Santissimo davvero! Ma iniquo al pari della sua giustizia.

Non si può figurare lo sdegno di Mastro Titta nell’apprendere dalla storia, i particolari orrendi di questa esecuzione, che parrebbe incredibile se non fossero stati consegnati nella relazione ufficiale, dalla quale abbiamo voluto riprodurla, senza aggiungervi, né frange, né chiose, né commenti, essendo di per sé stessa abbastanza eloquente.

Giovanni Battista Bugatti fremeva di giustissimo sdegno e di legittimo orgoglio, ad un tempo, ricordando la propria perizia ed abilità.


VII.

Un’impiccagione colle maschere.

Eppure non fu soltanto il supplizio del Rivarola che riuscì così straziante. Quando un condannato, dice l’Ademollo, moriva in carcere, la sentenza eseguivasi sul cadavere, ma, ad evitare quanto fosse possibile questo caso pei condannati in procinto di morte naturale, si affrettava il supplizio, e si mandavano al patibolo anche moribondi, facendoli portare in una sedia d’appoggio con stanghe da uomini mascherati e si tiravano sulle forche con girelle. Gli uomini mascherati non erano gente col volto coperto di una semplice maschera, ma vestiti proprio da arlecchini, pulcinelli, ecc. e aiutavano in quel costume il boia a compire le sue opere.

L’abate Placido Eustacchio Ghezzi, che nacque nel primo ventennio della seconda metà del secolo XVII — la data non è precisata — cessò di vivere nel 1740, appartenne all’Arciconfraternita — tuttora sussistente nella chiesa detta di Santa Maria degli Agonizzanti a piazza Pasquino — lasciò scritto un Diario autografo, posseduto ora dalla Biblioteca della Chiesa di Sant’Agostino nel quale sono menzionate e in parte descritte le 210 esecuzioni che ebbero luogo dal 1674 al 1739. Questo Diario è intitolato precisamente così:

Libro di tutte le Giustizie eseguite in Roma dall’anno 1674

à tutto l’anno 1739 con di più tutto quello che è su

cesso di notabile nelli giorni

che sono state eseguite; registrate dall’Abbte.

Placido Eustachio Ghezzi, Confratello

della Venerabile Arciconfraternita della SS. Nati

vità di N. S. Gesù Cristo degli Agonizzanti

di Roma

Principiando dal tempo di Papa Clemente

X dal quale ottenne la sudd. Arciconfraternita

il Breve di esporre il SS. ogni volta

che si eseguiva le predette giustizie con indulgenza.

Qui giova avvertire che i condannati, recandosi al patibolo, passavano di consueto innanzi alla Chiesa degli Agonizzanti e soffermavansi alquanto per adorare il SS. Sacramento. Alla porta della Chiesa si affiggeva una tabella col nome del condannato e l’indicazione del delitto. Appena finita l’esecuzione si spegnevano i lumi, si riponeva il Sacramento, e toglievasi la tabella. Per il centro di Roma era questo il segnale che tutto era fatto. Quando l’esposizione si prolungava, era indizio che il condannato non voleva acconciarsi alla morte colla confessione.

Da questo libro del Gherzi togliamo i particolari di un’altra esecuzione, quella di Antonio Nicola d’Angelo, detto Sciarretta, che fu portato semiestinto sulla forca e nondimeno «stentò molto a morire».

Eccoli:

«Sabato, 18 marzo 1689. Antonio Nicola d’Angelo, detto Sciarretta, della Villa Palazzati, Diocesi di San Severino, impiccato di mattina a Ponte Sant’Angelo per Grassatore, giovane di 25 anni, e particolarmente per essere stato in casa del suo curato, per assassinarlo con alcuni altri compagni, quali furono impiccati, e questo si rifugiò in Chiesa, ma perché non capitò in mano della Corte, fu condannato in contumacia; s’intese però dal Sant’Offizio, che quest’Antonio haveva proferito più volte derisioni contro la Nostra Santa Fede; lo fece prendere in Chiesa, e lo ritenne per tre mesi carcerato; nel fine dei quali lo condannò alla galera per cinq’Anni. In questo mentre saputosi dalla Consulta essere questo catturato, lo domandò al S. Offizio, il quale, terminato il suo processo, lo consegnò; fattasi pertanto la ricognizione delle persone, fu condannato alla forca; doveva seguire la giustizia tre giorni prima, ma perché nella giornata destinata N. S. volse per Concistoro per il Decanato del Sacro Collegio; fu perciò trasportata a questa giornata. Alle 4 ore della notte gli fu portata la citazione ad mortem, al quale avviso diede un calcio all’anguinaia al Cursore, quale fu miracolo che non morisse, et al Capitano delle Carceri con le manette diede in testa, e si avventò anche verso li Confortatori, quali se non scappavano pativano qualche disastro; ordinorno pertanto che fosse meglio ligato sicché gli furno messi li Ceppi; e mentre si faceva questa operazione portò via con un morsico una polpa di braccio ad uno sbirro. Diceva che erano matti, che Lui non doveva morire, perché era stato preso in Chiesa, che non era esaminato, e che non doveva avere altra pena, che quella assegnatagli dal Sant’Offizio; al qual effetto fu mandato a chiamare anche il P. Commissario per capacitarlo. Quando li Confortatori gli parlavano di conversione; gli rispondeva levatemi dal culo, e quando gli dicevano che Christo era morto per noi, per redimerci da’ peccati, rispondeva: Chi gli l’ha comandato? e diceva che S. Agostino haveva lasciato scritto, che di cento pazienti non se ne salvava uno, che però lo lasciassero stare che lui havrebbe lasciato il corpo al Boia e l’anima al Diavolo, per il che, vedutolo così ostinato, furno fatti venire altri Confortatori più provetti, ma tutto invano; fu chiamato il carnefice per vedere se si atterriva con fargli mettere la corda al collo, e li carboni alle mani, ma tutto invano, anzi, si stimò bene mettergli due manette, perché le prime le spezzò, furono mandati a chiamare li Religiosi, e particolarmente il P. Galluzzi Gesuita, al quale con l’aiuto del Signore riuscì convertirlo verso le ore 16, intese la sua Messa e si communicò. Finalmente, prolongata più di due ore la giustizia, uscì dalle Carceri ad ora di mezzogiorno, e fu strascinato sopra la carretta, perché si era indebolito, et è da considerarsi, che appena haveva spuntata la barba, e la mattina l’haveva più longa di un dito. Andiede al patibolo con li P. P. Gesuiti predetti a piedi avanti la carretta, e dietro andavano due mascherati con maschere di traccagnino, et abito da pulcinella inferraiolati con girelle e corde sotto per tirarlo sopra il patibolo, se bisognava.

Arrivato alla Cappelletta si riconciliò, et arrivato alla scala, non potendola salire, gli aiutanti gli mettevano i piedi nelli piroli, et il Boia lo tirava di sopra, essendo quasi morto, ma gettato dalla schala, stentò infinitamente a morire: quasi che il Popolo cominciava a tumultuare. Non passò avanti la nostra Chiesa, perché l’ora era tarda verso le 18, ma dalla medesima gli furono fatti li soliti suffraggij. Si seppe poi haver commesso il suddetto 15 omicidij».


VIII.

Don Gaetano Volpini.

Il giorno 3 febbraio 1720, essendo di sabato ed entrando il Carnevale, la giustizia di Sua Santità Clemente XI per offrire al popolo romano un po’ di svago pensò bene di mandar a morte l’abate don Gaetano Volpini, altro degli invisi fogliettanti, precursori degli odierni giornalisti.

Era il Volpini di Piperno, figlio di un macellaio, nipote d’un canonico e fratello d’un giustiziato. Aveva soli ventidue anni e sette mesi ed era dotato di molta vivacità e spirito arguto. Venuto in Roma a studiare dall’abate Paracina, si trovò solo col conte di Sisindolf, gran cancelliere dell’Imperatore, col quale si legò in amicizia. Partendosi questo da Roma incaricò il Volpini di inviargli notizie della città e questi segnando l’impulso naturale del carattere inclinevole alla satira, approfittò di questa contingenza per far delle critiche acerbe e pungenti contro la corte papale e giunse per fino a scrivere de’ brevi apocrifi.

Un giorno mentre leggevansi alla Corte imperiale i foglietti del Volpini, capitò il sovrano in persona e domandò la cagione della ilarità, in preda alla quale trovavansi gli astanti. Risaputala volle egli stesso leggere i foglietti e se ne mostrò inorridito. Mandò quindi tosto a chiamare il Nunzio, monsignor Spinola, al quale comunicò gli scritti del Volpini. Di più fece ordinare al suo ambasciatore, Cardinale di Sirotembach, di non accordare più al satirico fogliettante la sua protezione e di lasciarlo fare imprigionare se così piacesse alla pontificia autorità.

Il Nunzio non appena avuto il piego degli scritti del Volpini li mandò al Cardinale Paolucci, Segretario di Stato, il quale li rese tosto ostensibili al pontefice. Presane cognizione papa Clemente XI mandò a chiamare il Fiorelli Luogotenente Criminale dell’Auditore Camerale e si stabilì la cattura del Volpini, la quale ebbe luogo in una farmacia prossima agli Agonizzanti.

Nel contempo fu arrestato il maestro di scuola di faccia all’Apollinare e un altro prete che pur si trovava e coi quali il Volpini coabitava. Altri furono parimenti incarcerati, ma poi rilasciati tutti, tranne il figlio del farmacista a Santa Maria in Campo Carleo, il quale copiava i foglietti del Volpini e li andava leggendo su tutti i pubblici ritrovi di Roma, aggiungendovi de’ fronzoli per proprio conto. Operò questa importantissima cattura il bargello del Vicario, Silvestrucci, il quale lo condusse in Campidoglio.

Incoato il processo fu deputata a discutere la causa una congregazione speciale, dalla quale fu condannato. La sentenza avrebbe dovuto eseguirsi subito, ma la mancanza d’un carnefice, la fece procrastinare fino all’epoca suindicata.

Quando nella notte gliene diedero partecipazione rispose:

— Me l’aspettavo.

E quando il guardiano lo tolse dalla segreta dicendogli che gli era stata commutata la pena col perpetuo esilio, sclamò:

— Anche questa burla, dopo tanti strazi!

Fino alle 22 ore non volle saperne da confessarsi e rifiutò il Cappellano della Misericordia. Poi domandò del padre Angelo Carmelitano di San Martino. Gli risposero ch’era morto. Il Volpini si mostrò dispiacentissimo e chiese il gesuita padre Galluzzi, il quale accorse prontamente e lo confessò. Si lagnò con lui d’essere stato tradito, e che si fossero intercettate le lettere che scrivevano l’Imperatore e il conte Sisindolf per la sua liberazione.

Prima d’uscir dalle carceri volle essere vestito nobilmente da Abate col cappello alzato e ciò gli fu benignamente concesso!

Scese a piedi dal Campidoglio fino al piano dal lato del palazzo Caffarelli, salutando per via tutti quelli che incontrava, e altrettanto fece quando fu salito sulla carretta. Giunto al patibolo volle gli fosse levata la benda, per vedere come doveva morire e ottenutolo, dopo aver ben guardato, disse:

— Questo è un supplizio da bovi non da esseri umani. Gli eretici condannati dal Santo Uffizio per aver detto male di Dio, dopo aver fatto onorevole ammenda con pubblica abiura, vengono assolti, io per aver detto male del papa dovrò morire.

Fu necessario chiamare di nuovo il padre Galluzzi per persuaderlo a rassegnarsi al suo destino. Questo gl’impartì l’assoluzione; quando il carnefice afferratolo per gli scarsi capelli che aveva al disotto della parrucca lo trascinò per forza sotto il patibolo, l’aiutante gli pose un ginocchio sulla schiena e caduta la testa la mostrò al popolo, affollato, ad onta del tempo cattivo, perché il Volpini era uomo assai noto.

Fu compassionato da tutti, dice il Ghezzi, perché si vide morire così giovane e così generosamente.

E il suo sangue, aggiungiamo noi, lorda d’un onta indelebile un’altra pagina della trista storia dei papi, e quella in ispecie di Clemente XI.


IX.

La gamma del delitto.

Nel 1727 fu giustiziato per primo, cioè mazzolato e squartato il giorno di sabato 18 gennaio Antonio Maria Valentino che aveva avuto una vita burrascosissima. Nato ebreo, voleva farsi turco e per ottenerlo gli convenne avere prima il battesimo. Stanco di stare fra i Turchi tornò a Roma, domandò ed ottenne di essere riammesso nel grembo della Chiesa cattolica e gli fu concesso. Il papa stesso lo battezzò con grande solennità insieme ad altri, la Pentecoste, 29 maggio del 1724 e gli diedero un posto di soldato a Ponte Sisto. Stando sotto le armi si innamorò di una meretrice benestante che abitava a piazza del Fico e gli corrispondeva cinque scudi al mese. Una notte, mentre giaceva con lui, la povera donna gli disse che era stanca di menar quella vita, e voleva abbandonarlo per chiudersi in un convento ed espiare i suoi falli. Il Valentino dolendogli che tutta la roba ch’essa possedeva dovesse andar perduta, si alzò mentre dormiva e tratto dalle tasche un coltello la scannò, e portata via ogni sua cosa, andò a nasconderla fra le macerie, adunate di fronte al palazzo Monte Cavallo: il coltello lo spezzò e lo buttò nella cantina di uno stagnaro di que’ pressi. Fu accusato dell’assassinio uno sbirro che abitava a piazza del Fico, nella casa stessa della meretrice, ma questi fece voto di un cuore d’argento alla Vergine, se la sua innocenza fosse riconosciuta e fu esaudito. Arrestato il Valentino e sottoposto alla tortura, dopo pochi tratti di corda confessò tutto e fu condannato. Non volle saperne di pentimento. E siccome il giorno dell’esecuzione era la festa di San Pietro, perché il convoglio non avesse ad incontrarsi con qualche cardinale, nel qual caso, sarebbe stato spontaneamente graziato, fu fatto passare per via Giulia, San Giovanni de’ Fiorentini, piazza Ponte, via dell’Orso, e per Ripetta giunse al Popolo, dove fu mazzolato e squartato dal garzone del carnefice, essendo questi degente allo Spedale di Santo Spirito per malattia.

Il secondo fu Francesco Tarquinj romano, impiccato sabato mattina 5 aprile a Campo Vaccino per aver scassinato parecchie botteghe. Lo denunziò una donna che l’aveva veduto nascondere all’arco de’ Pantani i ferri di cui si serviva. Fu appostato e arrestato due giorni dopo mentre sull’imbrunire era andato a riprendere i summenzionati ferri. Subì un esame durato cinque ore. Ciò accadde il venerdì, il susseguente sabato venne fatto girare per tutta Roma seduto a ritroso a cavallo d’un asino con un trivello pendente al petto. Era un bel giovane di 22 anni, figlio di un beccamorto ammazzato alla Pace; aveva un altro fratello in galera, una sorella ed una zia monache ai Santi Quattro. Delle tredici botteghe che aveva scassinato non aveva riportato che 10 scudi, essendosi limitato a levare il denaro dalle cassette.

L’ultimo di quell’anno, Ludovico Benigno da Macerata, fu impiccato al Popolo, la mattina del 22 novembre. Era un giovane di ventidue anni, non molto alto della persona, colla barba nera, folta e prolissa, il naso leggermente aquilino, lo sguardo vivace. Avendo avuto una rissa con un suo compare, fecero la pace. Ma incontratolo per via un anno dopo, preso da subita ira gli cacciò il coltello nel petto e passò oltre. Ma dubitando che non fosse morto tornò indietro e vide infatti che tentava di rialzarsi.

— Dammi il mio coltello gli intimò.

Il ferito ne tirò la lama fuori dal petto e glielo porse; il Valentini in quel mentre lo freddò con una pistolettata.


X.

La donna carnefice — Una impiccagione modello.

Un caso forse unico nella storia fu l’ultima esecuzione dell’anno 1731.

Antonio del quondam Gentile Tonelli da Mondolfo doveva essere impiccato la mattina di mercoledì 22 agosto a Ponte Sant’Angelo. Aveva 45 anni, era alto ed aitante della persona, la lunga barba gli scendeva sul petto e gli dava un aspetto feroce. E ferocissimo era, avendo per molti anni esercitato il mestiere di contrabandiere e spacciato molti birri, che cercavano di prenderlo. Arrestato finalmente, stette in carcere per ben dodici mesi e siccome aveva promesso di strozzare con due dita chi si fosse recato da lui per portargli la sentenza della sua condanna, quando questa fu pronunziata bisognò usare uno stratagemma, per impedirgli di compiere il proprio progetto. Due birri, istivalati e in abito da viaggio vennero introdotti nella sua segreta, dicendo che avevano ordine di condurlo in esilio.

Sopraggiunse il carceriere e chiese loro:

— Avete la lettera di monsignor Governatore?

— No — risposero quelli.

— E allora andatela a prendere, perché senz’essa, io non vi consegnerò certamente un arrestato, del quale sono responsabile.

I due birri uscivano, promettendo di tornar tosto colla lettera di monsignor Governatore. Il carceriere voltosi al Tonelli, gli disse:

— È necessario prepararsi alla partenza.

— Sono pronto.

— Abbiate pazienza, ma devo ammanettarvi. È un incomodo che durerà poco e val bene il prezzo della libertà, che ricupererete al confine.

Il delinquente sporse le mani.

Il carceriere gliele legò solidamente in modo che non potesse svincolarsi.

Passò tutta la notte e i birri non si fecero più vedere. Il Tonelli, incominciava a comprendere qual sorte l’attendesse e cadde in preda all’avvilimento. Il mattino seguente, il carceriere, dopo essersi bene assicurato che il prigioniero era reso all’impotenza assoluta, gli annunziò che doveva essere impiccato, e quegli si mostrò rassegnato.

Ma frattanto era accaduto un caso ben singolare.

La sera innanzi mentre doveva rizzarsi il patibolo, non si trovarono più, né il carnefice, né il suo aiutante.

Cercali di qua, cercali di là, non fu dato rinvenirli.

La moglie del boia si presentò allora a monsignor Fiscale e dichiarò d’esser disposta ad adempiere le funzioni di suo marito, il quale, non essendo stato precisamente avvertito, s’era forse allontanato da Roma, per qualche improvviso affare.

Forse le minaccie del Tonelli v’entravano per qualche cosa.

Monsignor Fiscale, per quanto gli sembrasse la cosa anormale, acconsentì che la moglie del carnefice facesse i suoi preparativi per l’esecuzione. Sperava che prima di giorno le indagini ordinate per trovare il boia, sarebbero riuscite.

La donna si disimpegnò perfettamente; senza aiuto di sorta eresse il patibolo, il quale venne visitato e trovato in eccellenti condizioni di solidità.

Sull’albeggiare, essendo riuscite vane tutte le ricerche, monsignor Fiscale si fece venire innanzi la moglie del boia e le chiese:

— Ti senti tu veramente capace di supplire tuo marito nell’esecuzione?

— Monsignor sì.

— Senza aiutante?

— Monsignor sì.

— Sai che se non ti venisse fatto, o si prolungasse di soverchio l’esecuzione, ti esporresti ad esser fatta a pezzi dalla folla, contro la quale, birri e soldati sarebbero forse impotenti a difenderti?

— Lo so.

— E non hai paura?

— Punto.

— Brava. Se tutto andrà bene, mercé tua, tuo marito non subirà le conseguenze della sua mancanza e rimarrà in carica. A te, poi, darò una congrua rimunerazione.

Si fece di tutto perché la cosa non trapelasse nel pubblico, temendosi che la novità sorprendente del fatto avesse a chiamare una maggior quantità di curiosi.

La carretta uscendo dal carcere, traversò al trotto la via, circondata da un esercito di birri e soldati. La donna stava dietro il condannato, fra due confortatori in modo che tornava impossibile vederla. Ma quando fu giunta a piedi del patibolo e la si vide scendere sorse un immenso bisbiglio da una parte all’altra della piazza. Tutti i binocoli dei signori si appuntarono sopra di lei e incominciarono i commenti.

Era una donna di mezzana statura, con una gran foresta di capelli neri e folti annodata sull’occipite: aveva il collo taurino, l’occhio lampeggiante; le maniche della veste rimboccate al disopra dei gomiti le lasciavano scorgere le braccia brune e muscolose.

Non appena scesa dalla carretta spinse il paziente sulla scala annodandogli al collo la corda piccola, e afferrata l’altra più grossa detta di soccorso salì sulla seconda scala, ratta come un lampo. L’enorme sorpresa del pubblico a quella vista non aveva per anco avuto tempo di tradursi in alcuna manifestazione, che il corpo del Tonelli già penzolava dalla forca, sbalzato da un’energica spinta nel vuoto, coi piedi della donna appoggiati sulle spalle, e un ben assestato colpo di calcagno gli spezzava il collo alle vertebre cervicali.

Fu l’affare di pochi secondi. Mai un’esecuzione, per impiccagione, era stata più rapida, più fulminea e più sicura.

Compiuta l’operazione la moglie del carnefice risalì sulla carretta che la ricondusse alle carceri, con la stessa sollecitudine con cui era venuta, sempre circondata da una moltitudine di birri e di soldati.

Intanto erano incominciati i commenti nella folla; due partiti si erano lì per lì formati. C’erano quelli che avrebbero voluto portare in trionfo la esecutrice e quelli che avrebbero voluto seguirla e farla a brani. D’ogni parte insorgevano litigi e si veniva alle mani. Indarno i birri rimasti cercavano di frapporsi e di sedare il tumulto.

Dovette uscire dal Castello Sant’Angelo un forte distaccamento di soldati, i quali, chiusi i cancelli, si avanzarono sulla folla coi moschetti spianati. Allora seguì un fuggi fuggi generale. Molti furono buttati a terra e calpestati. Chi perdette il ferraiuolo, chi il cappello, chi la parrucca, chi la spada. E ci volle del bello e del buono perché la tranquillità e l’ordine si ristabilissero.


XI.

Barbari sistemi di giustizia.

Un capitolo a sé meritano i vari supplizi ai quali erano sottoposti i condannati dalla giustizia papale.

Una domenica di luglio del 1581 un fanatico Inglese, venuto a Roma con alcuni compagni della nazione medesima, per fare atto di sfregio al cattolicismo, mentre un sacerdote celebrante alzava l’ostia consacrata, gli si gettò sopra per strappargliela. Non essendo riuscito, afferrò il calice e ne disperse al suolo il contenuto. Il popolo indignato lo investì, lo percosse, e fu finalmente condotto alle carceri dell’Inquisizione. Fu condannato a morte e mentre lo conducevano al patibolo gli si inferivano dei colpi con torce accese di modo che le carni del paziente bruciavano, esalando un lezzo, nauseante. Nondimeno resistette impassibile e morì da forte.

Durante la processione del Santissimo Sacramento, fatta dai frati di Sant’Agata, un altro inglese, fanatico luterano, volle gettarlo a terra, ma non riuscì, perché i fedeli ne lo trattennero e consegnaronlo all’Inquisizione. Era un giovane di 30 anni, maniaco. E nonpertanto lo condussero in carretta innanzi alla chiesa e quivi gli furono tagliate le mani, poi a Campo di fiori, bruciandogli per via le carni colle torce, come all’altro, e quivi finalmente arso vivo.

Eppure anco il rogo par pena mite in confronto d’altre che si prodigarono agli eretici. Narra Giovanni Rucellai d’aver veduto nel 1450 due donne murate in due pilastri della chiesa di San Pietro.

Nel celebre processo che portò al patibolo il Carnesecchi furono condannati ad essere murati in vita «Girolamo Guastavillani gentiluomo, Filippo Capiduro causidico, Ottaviano Fioravanti, mercante bolognese, e Girolamo Dal Pozzo faentino». Un secolo più tardi questa atrocissima pena vigeva ancora.

La frustatura, applicavasi, quasi per sollazzo del popolo, alle meretrici.

Questa solevasi infliggere, specialmente quando le prostitute venivano meno al divieto loro imposto di portar la maschera, durante il carnevale. Ed era uno dei più grati divertimenti che si potesse offrire alla plebe romana.

Il bargello soleva scegliere le più famose e più note, le quali denudate erano fatte correre per la via del Corso, mentre il bargello e i suoi aguzzini le colpivano con delle verghe, fra gli schiamazzi del popolo addensato e delle maschere. Celebre fu la frustatura della «Cecca-Buffona» colta in un legno al Corso, mascherata, insieme ad un domestico della Ambasciata Cesarea (austriaca) per la quale intercesse indarno l’ambasciatore stesso. E parimente quella di «Joanna, la spagnuola» seguita un secolo dopo.

Ma non ne andavano immuni neppure altri poveri diavoli accusati di piccoli reati. Il mercoledì mattina, reca un foglio degli Avvisi di Roma del 10 febbraio 1635, fu frustato per la città un tale, imputato di falsa testimonianza. Aveva un compagno che doveva subire la stessa pena. Ma quando il carnefice fece per legargli le mani, per sottrarvisi, tentò di ammazzarsi e si ferì con un coltello al collo. Questo atto inconsulto gli fruttò due anni di galera e non lo sottrasse alla frustatura, la quale gli fu inflitta non appena risanato dalla ferita, circa 20 giorni dopo.


XII.

La tortura: Corda e Veglia.

Ma ben più terribili e della frustazione ed anco della morte stessa era la tortura, che si applicava ai giudicandi per estorcere loro la confessione di veri o supposti delitti.

Il padre Labat, un domenicano che viaggiò l’Italia in qualità di provveditore del Santo Uffizio ed assistè alle torture così dette della Corda e della Veglia, le ha descritte de visu e noi traduciamo le sue note, in argomento, dal testo francese, recato dall’Ademollo:

«S’usano in Italia parecchi sistemi di tortura. Io ne ho veduti applicare di due sorta.

La più comune è la corda. La chiamano la regina dei tormenti. E difatti è dolorosissima. Un uomo vi muore se lo si lascia sottoposto troppo a lungo; ne uscirebbe storpiato se si trascurassero le precauzioni necessarie, prescritte onde evitare tali conseguenze.

Prima d’applicarla i medici e chirurghi visitano accuratamente il paziente per vedere se non ha né aperture, né ernie, né altri difetti congeneri, o disposizione a produrne, perché in questi casi si applica una tortura di altro genere, per evitare il pericolo che gli esca l’intestino e che soccomba per lo strangolamento che ne seguirebbe.

Trovatolo capace a subire la corda, il disgraziato vien condotto nella camera della tortura.

Il giudice accompagnato da alcuni assessori, dal cancelliere, dai medici e dai chirurghi, lo interroga sui particolari del fatto che si vuole chiarire, sia che l’imputato sia confesso o persista nella negativa la si applica. Nel secondo caso per avere una confessione di sua bocca; nel primo alfinché confermi tra i tormenti, ciò che ha confessato negli interrogatorii ciò imponendo la legge per lo accertamento della verità. E trattandosi di semplice conferma i tormenti sono più brevi e più miti.

Si spoglia l’imputato, non lasciandogli di tutti i suoi indumenti che i calzoni. Il bargello aiutato dagli sbirri, gli prende la mano sinistra e gli volge dolcemente il braccio dietro il dorso, mentre colla destra gli palpeggia la spalla manca all’articolazione, come per avvezzare la giuntura al movimento che le si fa fare. Quindi si fa mettere il piede sinistro del torturando contro il muro, in modo che possa sostenersi senz’essere fatto a brani se lo si spingesse con soverchia violenza. Un birro prende allora il braccio destro del paziente e lo mantiene nella posizione in cui l’ha messo il bargello, mentre il bargello stesso avendogli fatto stendere il braccio dalla sua parte lo avverte di abbandonarvisi completamente e maneggiando ancora l’articolazione della spalla sinistra, prende colla propria destra la destra del torturando e gli rovescia d’un tratto il braccio indietro.

È qui che si chiarisce l’abilità del bargello, perché se le braccia del paziente vengono rivoltate con saggio accorgimento soffre meno e non corre il pericolo di rimanere storpiato.

Rivoltate le braccia sul dorso, il bargello gli lega insieme i due pugni, fra la mano e l’articolazione dell’avambraccio. Si adopera a quest’uopo una legatura fortissima e morbida ad un tempo, composta di parecchi grossi fili, o di tre piccole cordicelle flessibilissime avviluppate in un involucro di pelle tenera e pieghevole, che formano una corda di nove o dieci linee di diametro; poi attaccata all’anello che ha formato con questa legatura la corda grossa, destinata a tener sospeso in aria il paziente, abbraccia questo a mezzo le coscie e lo solleva, mentre gli sbirri tirano la grossa fune passata sopra una puleggia infissa sul soffitto e lo abbandonano nel vuoto, colla maggior delicatezza possibile, affinché riesca meno doloroso il dislocamento delle spalle e non ci sia pericolo di storpiarlo.

In quel momento il torturato soffre orribilmente, perché il peso del corpo disloca le spalle e gli rompe le braccia al di sopra del capo. Egli deve rimanere in siffatta posizione un’ora, e menoché non cada in uno stato di debolezza, dichiarato pericoloso dai medici, o che per la confessione della sua colpa e la promessa di ratificare la confessione stessa fuori dei tormenti, i giudici non abbrevino la durata del supplizio.

Ci sono stati pur non dimeno degli imputati, e ne fui io medesimo testimonio, che si beffarono della tortura, dei giudici e dei testimoni, perché erano così ben preparati che provavano poco o nessun dolore. Bisogna però avere per ciò delle reni molto gagliarde. Un tale, sentendo il bargello che lo teneva sollevato, abbandonare la corda fece uno sforzo per modo che riuscì a collocarsi colla testa in basso e i piedi in alto, senza dislocazione delle spalle e per tal modo soffriva poco o punto. Tuttavia sudava molto e di quando in quando emetteva de’ gridi, per farsi credere straziato. Così potè rimanere sospeso per un’ora senza confessar nulla. I giudici compresero che erano stati gabbati e dissero al bargello che egli aveva aiutato il paziente a prendere quella posizione. Il bargello rispose che egli aveva fatto onestamente il suo dovere e si lagnò d’essere stato sospettato d’avervi mancato. L’ora era intanto passata e si dovette distaccarlo, né molto si ebbe a fare per rimettergli a posto le braccia poiché non erano state slogate. Io credo che quel galantuomo avesse imparato il suo mestiere da un bravo maestro. Perché non ce ne dovrebbero essere, come in Ispagna, per applicarsi la disciplina? Il giorno seguente si ripetè l’esperimento, ma con esito eguale e dopo mezz’ora dovette essere distaccato, non potendosi prolungare il supplizio oltre questo spazio di tempo, la seconda volta. Così se la scappò per mancanza di prove.

Ma siccome tutti non hanno la sessa robustezza di reni e la stessa disinvoltura, coloro che subiscono codesta tortura penano molto più che non si sappia immaginare. Dopo pochi minuti sono inondati di sudore e hanno frequenti svenimenti. Si richiamano in sensi soffondendo loro il viso con un po’ d’acqua della Regina d’Ungheria, avvertendoli il bargello di non far movimenti, i quali facendo oscillare la corda, produrrebbe loro più acuti dolori.

Benché questa tortura sia molto tormentosa si usa tutta l’umanità possibile verso coloro che devono sopportarla. La camera in cui la subiscono è ben chiusa, i giudici, i medici e i tormentatori, rimangono silenziosi e non fanno il più piccolo movimento. Si compiange il disgraziato e per tema che il movimento dell’aria aumenti le sue pene si prendono tutte le precauzioni; onde il paziente goda della calma più completa.

La tortura chiamata la veglia — continua il bravo domenicano — prende questo nome perché si suppone che colui cui è applicata per la durata di dodici ore complete, non possa dormire, a cagione degli acuti e continui dolori che soffre. Giudicatene.

L’imputato viene spogliato tutto nudo e rasato, gli si attaccano le braccia dietro il dorso, come abbiamo veduto per la corda. Lo si fa cadere per terra e gli si legano i piedi ad un lungo e grosso bastone, distaccati un dall’altro quanto più è possibile. Quindi tre o quattro uomini lo sollevano all’altezza di quattro piedi; mentre essi lo tengono disteso, si ferma la corda che gli lega le braccia ad un gancio, infisso nel muro a circa sei piedi d’altezza, e si mette sotto le natiche del paziente un tronco di 4 piedi d’altezza, in mezzo al quale sorge un cavicchio alto quattro o cinque pollici, largo da nove o dieci linee, sul quale si appoggia l’osso sacro del paziente: è sovr’esso che deve riposarsi senza muoversi; è sovr’esso che deve gravare il suo corpo per tutto il tempo che dura la tortura. S’egli scivola giù da questo perno, sente subito i dolori della corda che gli disloca le spalle, perché non ha sostegno: lo si rimette tosto su questo doloroso cavicchio, ove deve tenersi in equilibrio il corpo, con sofferenza indescrivibile. Si dice che le prime tre o quattro ore sono le più difficili a sopportarsi, perché i sensi trovandosi ancora nella piena vigorezza, sono più suscettibili del dolore, di quanto si trovano affievoliti, prostrati, ottusi, per adoperare un termine tecnico. Di consueto in queste quattro prime ore il paziente si scarica e questo gli serve di sollievo; se non lo fa c’è da temere per la sua vita.

Qualunque cosa gli accada in quello stato di dolore non gli si porge altro sollievo, che alcune goccie d’acqua della regina d’Ungheria, soffiatagli sul volto, dopo averlo avvertito, affinché non faccia de’ bruschi movimenti per la sorpresa, i quali aumenterebbero le sue pene.

In tale stato suda abbondantemente per effetto della contrazione in cui si trova e dei dolori che soffre. Il sudore della parte superiore della testa gli cala sulle nari e si dice che gli cagioni una inquietezza e un prurito insopportabile.


XIII.

La ghigliottina.

Un capitolo a parte merita la ghigliottina. Sarebbe importante a questo proposito rintracciare la storia di questo supplizio in Francia, dove la macchina ha preso la denominazione che le è rimasta, grazie alle celebri parole pronunziate dal dottor Guillotin all’assemblea nazionale, nella seduta del 1° dicembre 1789: “Moi avec ma machine je vous fais sauter la tête d’un clin d’oeil, et vous ne souffrez pas” cioè “Io colla mia macchina vi faccio saltar la testa in un batter d’occhio senza che abbiate a soffrire”. La espressione ma machine ha fatto credere che il Guillotin sia stato l’inventore della macchina. E per colorire la leggenda si disse anche essere egli stato uno dei primi condannati che ne fecero l’esperimento, anzi precisamente il primo.

Nulla di questo è vero. Il dottor Guillotin, medico nato a Secintel nel 1738, morì nel 1814. Fu umanitario e filantropo durante tutta la vita. Imprigionato nel tempo del Terrore, riebbe la libertà il 9 termidoro.

Il Guillotin non inventò la macchina, alla quale ha dato, senza sua colpa né merito, il suo nome, e non fu per nulla ghigliottinato. Anzi, sopravisse lungamente al tempo in cui l’uso della ghigliottina fu, per così dire consacrato in Francia dalla qualità e dalla quantità delle vittime. Mal si spiega per altro come l’errore circa l’inventore e la novità della macchina prendesse piede, non coll’andar del tempo ma subito. Il contemporaneo Alessandro Verri scrive nelle sue Vicende memorabili dal 1779 al 1801 (Milano e Napoli 1858, pag. 109): Si stancavano i manigoldi e però un medico di Parigi acquistò perpetua infamia inventando una macchina, la quale troncava il capo speditamente; questi fu Guillotin, dal quale trasse nome questo strumento, ghigliottina, invenzione applaudita più di qualunque ritrovamento salutare di medicina e posta in uso universale per tutta la Francia.

La verità storica reca invece che la macchina era cosa vecchia, e si trovano ricordi che ce ne mostrano l’uso anche in Francia più di un secolo prima del 1789. È certo difatti che nel 1637 fu adoperata a Tolosa nel supplizio del duca di Montmorency, secondo racconta il Puysegur nelle sue Memorie, scrivendo:

«In quel paese si servono d’una mannaia, che è incastrata fra due travi, e quando la testa del paziente è posata sul ceppo, si allenta la corda che regge la mannaia, questa discende e spicca la testa dal busto.»

Abbiamo memorie molto più antiche per la ghigliottina in Italia; volendo se ne potrebbe seguire la storia nei supplizi celebri dal principio del secolo decimosesto in poi, per lo meno. È da sapersi primieramente che diverse incisioni del detto secolo rappresentano uno strumento di supplizio nel quale è facile ravvisare il primitivo modello della macchina, che poi prese nome dal deputato francese. Se ne trova uno nel libro delle Simbolicae questiones de universo genere di Achille Bocchi, 1555, libro I, Symb. XVIII. Magnanimus sanctis paret vir legib. ultro, e ne citiamo altre anteriori, una di Giorgio Pentz, morto nel 1550, ed altra di Federico Aldegrave o Aldegraver con data 1553, le quali rappresentano il supplizio del figliuolo di Tito Manlio.

Molto più delle incisioni valgono per altro le memorie scritte, e noi abbiamo memoria certa di un ghigliottinato in Italia nel 1507. Fu questi Demetrio Giustiniani, di Genova, mandato a morte da Luigi XII re di Francia.

Il supplizio di costui ci viene descritto nei più chiari termini dal cronista francese Jean D’Anton, che lo vide, secondo dice egli stesso, scrivendo: qui lors étois au dit lieu.

Ecco la descrizione:

«Ma avvenne che all’indomani, che fu proprio il giorno dell’Ascensione di N. S. in punto alle ore 9 del mattino fu dai Marescialli condotto sino alla Piazza del Moro e fatto salire sul palco d’onde volle parlare, per dire alcun che al popolo di Genova, incominciando un racconto. Il Prevosto non volle dargli il tempo di finirlo. Demetrio capacitatosi che gli sarebbe stato impossibile di farsi udire, mandò un grande sospiro, ed alzando gli occhi, colla faccia pallida e sparuta, le braccia consente al seno stette così parecchio tempo, intanto il boia gli bendava gli occhi. Quindi si pose da se stesso in ginochio e stese il collo sul ceppo. Il carnefice prese una corda alla quale era attaccato un grosso blocco di legno, munito di una mannia, scorrente fra due pali. E lasciando scorrere la corda fece cadere il blocco tagliente fra la testa e le spalle del paziente, in modo così rapido, che il capo cadde da una parte e il corpo dall’altra. La testa fu messa in cima ad una lancia e portata sulla torre della Lanterna del modo col viso rivolto alla città. Il corpo giacque sul palco per tutta la giornata e non ebbe sepoltura che alla sera.»

Dal principio del secolo decimosesto saltando alla fine e da Genova a Roma, troviamo la ghigliottina in un altro processo celebre. Beatrice Cenci e la sua matrigna Lucrezia Petroni nel 1599 furono decapitate con la mannaia, cioè, come direbbesi oggi, ghigliottinate. Infatti dell’esecuzione di Lucrezia nella ben nota relazione del supplizio dei Cenci si legge: «Non sapendo come dovesse accomodarsi domandò ad Alessandro primo boia cosa avesse da fare, e dicendole che cavalcasse la tavoletta del ceppo e si stendesse sopra di quella, nel che fare per la mole del corpo, ma più per la vergogna durò grandissima fatica, ma molto maggiore fu quella di accomodarsi con il collo sotto la mannaia, perché aveva il petto tanto rilevato che non poteva arrivare a porre la gola sopra quel legnetto in cui cade il ferro della mannaia, a cagione che, non essendo la tavoletta più larga di un palmo, non era capace per l’appoggio delle mammelle.» E di Beatrice: «Subito, quasi fosse informatissima, cavalcò la tavola e pose il collo sotto la mannaia. Affrettò questo suo ultimo atto, e questo forse causò la tardanza del colpo.» Se il colpo non poteva affrettarsi come si era affrettata la paziente, è chiaro che non doveva venire dal braccio del boia, ma bensì dal congegno di una macchina.

Passiamo a Napoli, quarant’anni più tardi. Negli Avvisi di Roma del febbraio 1640 si legge in data di Napoli che era già posta la mannara in pubblico per doverglisi tagliare la testa. Ma questa mannara era una ghigliottina? Quantunque le espressioni degli Avvisi accennino una montatura, vi potrebbe essere qualche dubbio in proposito, specialmente quando si legge nei giornali dello Zazzera (6 luglio 1618): «Non ritrovandosi boia, dicono, che facesse fare l’offizio ad un chiacchieraro (macellaro) con la mannaia della carne.»

Ma ogni dubbio è tolto dal racconto sincrono di un altro supplizio celebre, quello del principe di Sanza nel 13 gennaio 1640. «È giunto alla fine del luogo (Piazza del Mercato) salì il doloroso palco. E prostratosi ai piedi del confessore a dir gli scrupoli occorsigli di nuovo e ricevuta l’assoluzione amplissima, non mancando quei Padri allora far l’ultimo sforzo, l’obbediente principe fatta una bocca a riso, prontamente pose il collo al ceppo; ma ritirollo tosto: credesi perché gli facesse nausea quel ceppo troppo lordo di sangue, perché sguarnito era di lutto e d’ogni altra cosa il ceppo ed il palco. Al che uno dei Padri rimediò subito con porre sopra il legno un fazzoletto. E rincorato il Principe con maggior animo e più ridente ripose di nuovo la testa sul ceppo. E nello stesso punto tagliato dal manigoldo il laccio, precipitò la mannaia sul collo e divise dal busto il capo, dalla cui bocca furo l’ultime parole: perdono, misericordia.

Ecco dunque fino dalla metà del secolo decimosettimo, il supplizio con la mannaia quale lo trovò al principio del secolo successivo il padre Labat, che nel suo viaggio in Italia descrive la mannaia come una macchina veramente perfezionata. Notizie consimili si trovano anche in un altro viaggio in Italia dal 1736 al 1745, egualmente francese ma anonimo. Poiché i francesi parlano della macchina come cosa per essi nuova, bisogna dedurne che la doloire descrita dal Puységur pel supplizio del Montmorency nel 1632 fosse andata del tutto in disuso in Francia, quantunque sia certo che prima della rivoluzione uno dei privilegi dei nobili era quello di essere, in caso di condanna a morte, decapitati, supplizio più nobile della forca, riserbata ai condannati di origine plebea e che dava al supplizio un carattere infamante.

Era così anche in Italia, e specialmente nello Stato Ecclesiastico ove oltre la forca usava il rogo, lo squarto, la mazzolatura con variazioni diverse a seconda dei casi.

In Francia nel 1789, il principio d’uguaglianza dinanzi alla legge doveva portare naturalmente l’uguaglianza dinanzi al castigo. Il dottor Guillotin, filantropo ben noto, sottopose la questione all’Assemblea costituente, riassumendola in due punti; euguaglianza nel supplizio, abbreviamento della sofferenza. Nella seduta del 1° dicembre svolgendo in due articoli la sua proposta, indicava come mezzo più pronto e meno barbaro di supplizio, qualunque fosse la condizione sociale del colpevole, venne approvata ad unanimità. Fu nella discussione del secondo articolo che il dottor Guillotin, ribattendo le obiezioni con insistere nel dovere di risparmiare al condannato tutto ciò che ne potesse prolungare e incredulire il supplizio, pronunziò le famose parole, profetiche senza saperlo per molti dei presenti, i quali le accolsero con uno scoppio d’ilarità prolungata. Ma dicendo ma machine, il dottor Guillotin alludeva semplicemente al sistema della decapitazione mediante una macchina, senza per nulla accennare un meccanismo determinato.

Di fatti l’assemblea approvò soltanto la decapitazione con un mezzo meccanico in genere. Furono nella discussione indicati vagamente alcuni strumenti di supplizio in uso dei tempi andati in diversi paesi, ma nulla rimase determinato circa il meccanismo da adottarsi per la Francia. Ciò nonostante le parole, ma machine, del dottor Guillotin ebbero subito un’eco nelle canzoni popolari. Prima che la macchina fosse trovata ed approvata, la canzone parigina la battezzò col nome di Guillottine.

Di qui l’errore comune passato anche nella storia.

Prima che la macchina fosse definitivamente scelta, trascorsero circa trenta mesi. Il Codice Penale, un articolo del quale, votato sulla proposta di Lepelletier de Saint-Fargeau, portava che qualsiasi condannato a morte sarebbe decapitato, venne adottato nel 21 settembre 1791. Restava sempre a cercare e scegliere il modo ad hoc; scartata da tutti la decapitazione colla sciabola, che faceva orrore perfino al ministro Duport-Dutertre.

Per tale oggetto il Comitato si rivolse al celebre dottor Louis, segretario della Facoltà di chirurgia, chiedendogli un rapporto nel quale fossero ricercati ed indicati i mezzi più acconci per la decapitazione la più rapida e in tutte le regole.

La relazione del dottor Louis presentata all’Assemblea il 20 marzo 1792, indicava una macchina allora in uso in Inghilterra, la quale non era altro che quella usata in Italia da quasi tre secoli e neppure perfezionata, poiché il Louis dimostrava necessari molti miglioramenti.

Meglio istruito del Louis, il dottor Guillotin aveva sempre indicato come mezzo di esecuzione la vecchia macchina italiana, il cui uso in alcuni luoghi durava anche in quel tempo. Difatti nel libro del senatore Gozzadini: Giovanni Pepoli e Sisto V, troviamo un ricordo preso dal libro dei giustiziati in Bologna, nel 1791 il trovato Guillotin non esisteva; la macchina che si chiamò ghigliottina fu messa in uso in Francia soltanto nel 25 aprile 1792 sul collo di un brigante, di nome Nicola Giacomo Pelletier.

La Cronique de Paris l’indomani dell’esecuzione diceva: «La novità di questo supplizio ha considerevolmente ingrossato la folla di coloro che una curiosità barbara conduce a questo triste spettacolo. La prontezza colla quale essa colpisce il colpevole è pure nello spirito della legge, la quale può essere severa, ma non deve mai essere crudele.»

È notevole che manca la denominazione di Ghigliottina. Sul principio la nuova macchina fu chiamata anche Luisette e grosse Luison dal nome del suo non inventore, ma perfezionatore, il quale essendo morto nel 20 marzo 1792 ebbe la fortuna di non vedere l’uso che se ne fece. Il buon Guillotin invece fu condannato a vederla infierire e sotto il suo nome.

Non si sa che egli protestasse mai contro tale denominazione, ma non può a meno di aver lamentata la triste celebrità appioppatagli quasi in punizione di aver egli preso l’iniziativa umanitaria che abbiamo veduto sopra.


XIV.

Atrocità moderne: un’esecuzione elettrica.

Le barbarie dei supplizi di cui Mastro Titta andava leggendo faceva si che egli si accendesse di giustissimo sdegno vedendo l’arte sua così maltrattata. Ma dopo un secolo e mezzo, abbiamo noi di molto progredito?

Se si badasse soltanto alle esteriori parvenze si dovrebbe rispondere affermativamente; ma se si esamina profondamente la questione si trova, che nella vantata civiltà odierna c’è, per quanto concerne questo doloroso argomento, un tessuto di ipocrisia.

La folla che assiste alla esecuzione di una sentenza di morte è un controllo, un freno ed una salvaguardia. Noi abbiamo veduto in queste pagine il popolo fremere e minacciare il carnefice maldestro, che faceva soffrire il paziente. Ma che ne sappiamo noi di ciò che avvenne nell’interno di un carcere, o di una torre, dove tutti coloro che vi assistono sono cointeressati ad occultare la verità? Alcuni anni fa il carnefice di Vienna, prolungò il supplizio di un disgraziato in modo orribile e un grido di indignazione si sollevò contro di lui in tutto il mondo civile, perché pubblica era stata l’esecuzione. Ma sappiamo noi a quali pene orrende può aver soggiaciuto l’infelice Guglielmo Oberdan, impiccato a Trieste, forse da quello stesso carnefice, in un cortile del carcere, agli incerti chiarori di un’alba fosca?

Che più?

I giornali americani recarono in questi giorni un racconto del supplizio di Kemmler, assassino della propria amante, seguito a New York col nuovo sistema dell’elettricità, che supera per ferocia fredda e per l’orrore che desta, tutti gli impiccamenti, gli squartamenti, le decapitazioni, gli attanagliamenti, la ruota stessa in uso nell’età di mezzo, la cui descrizione ci faceva rizzare i capelli in capo.

Ne riferiamo qui la storia, ne’ suoi terribili particolari, perché serva di termine di confronto.

Oh! è ben mille volte preferibile Mastro Titta, che uccidendo legalmente 514 persone, non ne fece soffrire, più del necessario, una sola, a questi umanitaristi che assistono, scientificamente, impavidi e cinicamente immobili allo strazio di un uomo, dotato di un coraggio sopranaturale, quasi esperimentando in corpore vili un trovato imperfetto per dar morte.

William Kemmler aveva trent’anni ed era nato a Filadelfia, da una famiglia tedesca protestante. Da ragazzo fu mandato a scuola, ma il padre lo ritirò presto per farsi aiutare nel suo mestiere di macellaio. Cresciuto, Kemmler servì come garzone macellaio presso diversi padroni e finalmente diventò negoziante di frutta e di verdura; fu allora che annodò con certa Matilde Zeigler quella relazione che è stata la causa della rovina d’ambedue.

Nel 1888 egli sposò a Chamden una donna chiamata Poster, che abbandonò dopo due giorni per fuggire colla Ziegler. Essi si recarono a Buffalo, dove si stabilirono nel peggior quartiere, menando una vita disordinata di orgie continue, uno da una parte e l’altra dall’altra, non trovandosi insieme che per litigare e battersi.

Il Kemmler non poteva più continuare a vivere con quella donna, che gli rubava tutti i denari per andarli a sciupare con altri uomini.

Il 29 marzo 1889, tornando a casa ubbriaco, egli la ritrovò in atto di preparare un lunch e la rimproverò della relazione che manteneva con uno spagnuolo. Poi, riscaldandosi sempre più prese un accetta e le spaccò la testa: quindi la tagliò tutta a pezzi e uscì.

La sentenza che lo condannava a morte fu pronunziata il 9 maggio dello stesso anno. L’esecuzione, ritardata per la discussione sorta sull’opportunità di servirsi dell’elettricità ebbe luogo la mattina del 6 agosto 1890.

A sei ore e mezza in punto la porta della camera di esecuzione si aperse e apparve la persona del guardiano Durston.

Dietro di lui si videro un uomo di bassa statura, dalle larghe spalle, e dalla folta barba, accuratamente pettinato e vestito di un abito completo nuovo.

Era Kemmler il condannato.

Lo seguiva il cappellano.

Kemmler era senza dubbio il meno commosso dei tre. Egli osservava la camera con interesse speciale. Ma provò un breve fremito quando la porta si rinchiuse dietro di lui.

— Volete favorirmi una sedia? — disse laconicamente.

Il guardiano gli porse una sedia di legno che egli collocò davanti, un po’ a destra della poltrona d’esecuzione, in faccia ai ventisette testimoni, riuniti nell’angusta camera.

Kemmler vi si pose a sedere tranquillamente e volse uno sguardo intorno a sé, poi dall’alto al basso, senza dar segno né di paura, né di preoccupazione.

Pareva quasi che fosse contento di servire in quel momento da soggetto di studio.

— Quest’uomo, signori — disse il guardiano — è Guglielmo Kemmler, gli ho detto che andava a morte e che se avesse qualche cosa a dire, dovrebbe farlo.

Kemmler, che pareva avesse preparato un discorso disse:

— Benissimo. Io auguro ogni fortuna a tutti in questo basso mondo. In quanto a me credo di andare in un buon posto. I giornali hanno pubblicato sul conto mio un’infinità di cose non vere. Ecco ciò che ho da dire.

Kemmler voltò le spalle al giurì, si levò l’abito e lo diede al guardiano. I suoi pantaloni erano stati tagliati all’estremità del dorso, per modo che si potesse vedere la base della colonna vertebrale.

Kemmler mosse poi qualche passo slacciandosi la sottoveste; ma il guardiano lo avvertì che poteva tenerla, ed egli se la riabbotonò tranquillamente.

— Non vi turbate, disse il guardiano al paziente. Ma non ce n’era proprio bisogno, perché Kemmler era più calmo di tutti gli astanti.

Fu fatto sedere nella poltrona elettrica ed egli lo fece colla massima indifferenza come se si fosse trattato di porsi a tavola.

Si incominciò subito a passargli le corregge di cuoio intorno al corpo; Kemmler porgeva da sé le braccia ai legami.

Quando le corregge furono strette, il giustiziando disse:

— Guardiano fate a comodo vostro. Non vi affannate; state certo che mi troverete sempre pronto.

Il guardiano mise la mano sulla testa di Kemmler e la fermò contro la lamina d’ottone che guarniva la spalliera della sedia.

Il paziente disse ad alta voce:

— Perfettamente. Vi auguro buona fortuna.

Lo sceriffo Vieling abbassò l’elmo d’ottone, il quale premette la spugna che conteneva contro la sommità del capo.

— Vi assicuro che potreste spingere maggiormente, se vi giovasse, disse Kemmler.

Si ottemperò al consiglio.

Il guardiano Durston prese le corregge che dovevano serrare la testa di Kemmler.

Durante l’operazione il dottor Spizka disse:

— Dio ti benedica, Kemmler.

— Grazie, rispose il condannato.

Il coraggio di Kemmler era sorprendente. Egli conservava nella poltrona fatale la stessa calma colla quale era entrato nella camera.

Il dottor Spitzka, rispondendo alla domanda del guardiano carceriere, assicurò che tutto era finito.

— Pronto! — ripetè Durston e aggiunse:

— Addio.

Poi andò verso la porta, la semiaperse e disse a qualcuno che si trovava di là:

— Tutto è pronto. —

La corrente elettrica fu stabilita. Il corpo sussultò violentemente e le membra si rattrassero. I muscoli del viso rivelarono lo spasimo del paziente, ma non si udì il più piccolo grido. Il corpo rimase 17 secondi irrigidito.

Il giurì e i testimoni, si alzarono frettolosamente in quel punto e circondarono la seggiola elettrica.

Il dottor Spitzka, ordinò di sospendere la corrente elettrica dicendo:

— È morto.

— Sì, è morto, ripeté il dottor Mac-Donald, con sicurezza.

Gli altri presenti erano del medesimo parere. Nessuno dubitava della morte di Kemmler.

Il dottor Spitzka, fece osservare che il naso del giustiziato era teso, prova evidente della sua morte.

Nessuno lo contestava.

— Toglietegli l’elmo, disse il dottore, si può portare il corpo allo spedale.

Il dottor Busch, che esaminava attentamente il corpo del paziente, richiamò l’attenzione del dottor Spitzka sopra una macchia rossa che scorgevasi in una mano. Erano gocce di sangue.

— Si ristabilisca la corrente — gridò il dottore — Kemmler non è morto.

Ma la corrente non poté essere ristabilita subito.

Si videro allora cose orribili.

La schiuma colava dalle labbra di Kemmler.

Un leggero alito sembra uscirgli dalla bocca.

Il petto si sollevava.

Si contorceva spaventosamente.

Quando la corrente fu ristabilita, si sprigionò dal corpo un vapore bianco, con una puzza orribile.

Il cadavere di Kemmler bruciava.

Si capì che bisognava interrompere la corrente.

La corrente fu interrotta.

Questa volta Kemmler era ben morto.

Divulgatasi per New-York la notizia di questo nefando supplizio, fu una protesta generale contro l’esecuzione elettrica.

Di quattro carcerati che aspettavano lo stesso supplizio, risaputone l’esito, due impazzirono e si dovette trasportarli al manicomio: gli altri due indirizzarono una fervida supplica al presidente degli Stati Uniti, perché li facesse appiccare.

Non aggiungeremo commenti a questa esposizione di fatti, che è di per se stessa eloquente.