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Mastro Titta, il boia di Roma

Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

Parte 5 di 21
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XIV.

La fuga e il delitto.

La sera susseguente, Domenico giunse più sollecito del consueto all’appuntamento, e vi trovò Pepita già pronta con due enormi involti di roba..

— Dove vuoi portarli? — le domandò il Guidi, evidentemente imbarazzato.

— Con noi.

— Ma se incontriamo dei birri, saremo presi per ladri, ci interrogheranno, dovremo declinare i nostri nomi e allora, addio fuga.

— Pure è necessario, se abbiamo a campare.

Il giovanotto si rassegnò, per amor della sua ragazza, a correre l’alea d’un arresto.

Prese i due involti fra le braccia e si avviò all’uscita. Ma mentre stava per entrare nel vestibolo della porta si sentì afferrare pel collarino e una mano armata di coltello si levò sopra di lui e cadde replicatamente per ferirlo. Fortunatamente gli involti gli paravano i colpi e non ebbe a toccare che una lievissima quasi impercettibile scalfittura al collo.

Però vedendo che l’incognito assalitore gli attraversava la via di scampo e non pareva disposto a lasciarlo, trasse di tasca il coltello e fatta scattare la molla, per assicurare la lama, si pose sulle difese. I due involti intanto erano caduti al suolo.

Le due lame s’incontrarono; quella di Domenico Guidi, deviata con abile e pronto movimento quella dell’avversario, entrò nel collo a questi fino al manico.

Guidi si sentì uno spruzzo di sangue caldo bagnargli il volto e intanto vide il corpo del suo antagonista, prima barcollare, poi cadere.

Pepita s’era trattenuta nella stalla per lasciare il tempo all’amante d’uscire cogli involti. Dopo pochi minuti attraversò il cortile dirigendosi verso alla porta.

Il cielo era annuvolato ed era buio. Ma un raggio di luna fendendo le nubi in quell’istante, illuminò la scena sanguinosa.

— Sciagurato — esclamò l’infelice reprimendo la voce — hai ucciso mio fratello!

Indi chinatasi, raccolse i due involti e con essi scomparve nella stalla.

Guidi si passò la mano sulla fronte, quasi volesse cacciare un sogno molesto. L’umidiccio del sangue, ond’era soffuso, lo richiamò subito alla realtà delle cose e si diede a fuggire disperatamente, senza meta.

D’un tratto si sentì afferrato da quattro robuste braccia e una voce brusca ed imperiosa, gli domandò:

— Siete ferito. Dove vi siete accoltellati?

Nessuna risposta egli diede.

Allora i due birri che lo avevano arrestato, gli tolsero il coltello di mano, tuttora fumante di sangue, gli legarono strettamente i polsi e lo portarono alle carceri di città.

Il suo spirito avea frattanto ricuperato un po’ di calma, e così potè architettare il suo sistema di difesa.

Sottoposto dal bargello ad un primo interrogatorio dichiarò che s’era imbattuto per via in un ubbriaco, il quale, stava per cascargli addosso. Egli lo redarguì e quello gli si fece sopra col coltello aperto, per menargli. Aveva dovuto difendersi. S’era sentito spruzzare sul volto il sangue dello sconosciuto ed era fuggito. Dell’altro non sapeva che fosse accaduto.

Invitato a precisare il luogo dello scontro titubò alquanto e così suscitò dei dubbi al bargello sulla veridicità del suo racconto.

Il bargello lo fece chiudere nella cella più sicura, quindi andò egli stesso con due carcerieri in giro per la città, ad assumere informazioni.

Essendo di notte, nulla poté raccogliere e dovettero tornarsene alle carceri, senza aver nulla scoperto.

Pepita, affranta dal dolore, s’era frattanto ritirata nella sua camera e disfatti gli involti aveva riposto ogni cosa, e curato che sparisse ogni traccia della sua tentata fuga.

Fu una notte terribile per lei. Avrebbe voluto trovar modo di scendere per soccorrere il fratello, se fosse ancor vivo, ma temeva di destar sospetti, dai quali sarebbe forse scaturita la verità del delitto e la persona del delinquente.

Ad ogni tratto tendeva le orecchie per udire se qualche rumore le giungesse, dal quale le fosse dato arguire se il ferimento del fratello fosse stato scoperto.

Ma il silenzio più profondo regnava nella casa, ed estenuata moralmente e fisicamente, finì coll’addormentarsi sull’albeggiare. Poco dopo un gran fracasso la svegliò. Tutta la casa era sossopra: si udivano voci confuse e imprecazioni e lai. Un famiglio aveva trovato nell’androne della porta il cadavere già irrigidito del figlio del padrone ed era corso a darne avviso al padre. La triste nuova si era diffusa in un baleno per ogni dove, e d’ogni dove accorrevano i curiosi per «vedere il morto» e per saper qualche cosa dell’omicidio.

La giustizia informata intervenne pure e mandò a raccogliere i particolari del fatto. I giudici associarono tosto il delitto al nome di Domenico Guidi, arrestato appunto verso quell’ora in cui doveva essere seguito il delitto. E questi fu portato al cospetto della salma. Ma egli sostenne imperturbabilmente quella vista: non un muscolo del suo volto subì una contrazione; il suo polso accuratamente tastato, non diede un battito di più.


XV.

Indagini infruttuose.

Si fecero delle indagini per scoprire se qualche rapporto fosse interceduto fra l’ucciso ed il supposto uccisore e ne risultò nemmanco che si fossero conosciuti. La tresca fra la ragazza ed il Guidi era stata così abilmente condotta, che non ne era trapelato nulla. E a nessuno passò manco per la mente che vi potesse essere qualche punto di contatto fra Pepita e l’assassino di suo fratello. In una parola mancò alla giustizia il filo conduttore che la portasse alla scoperta dell’autore del misfatto.

L’ucciso era un bel giovane, aitante della persona, ben proporzionato e piacevole. Aveva anco fama di fortunato in amore. Si venne alla conclusione che il delitto doveva essere il portato di una vendetta personale. Qualche marito oltraggiato, aveva fatto il colpo, colla massima cautela, per rifarsi dell’onta patita. Il processo rimase aperto. Pepita intanto, accasciata dall’angoscia, aveva voluto entrare in un chiostro di clausura, per fare il suo noviziato e invano tentarono d’opporsi il padre e la madre. La perdita del fratello in così atroce modo avvenuta giustificava la sua determinazione. L’autorità non le rifiutò il suo appoggio.

E per tal modo la fanciulla addolorata poté sottrarsi ad ogni pericolo e ad ogni seccatura.

Domenico Guidi restava in prigione.

La giustizia non aveva potuto in verun modo assodare che esistesse una correlazione fra il misterioso assassinio e la sua fuga per le vie di Viterbo, nella stessa notte, insanguinato e armato di coltello. Ma nell’animo del giudice inquirente era radicato il convincimento che siffatta correlazione doveva esistere, e però decise di trattenerlo in carcere, finché il caso, o un accidente purchessia, fosse venuto a porgere un indizio, mediante il quale fosse dato riprendere l’istruzione del processo e dipanare l’arruffata matassa.

Gli erano stati dati per compagni di cella degli spioni abilissimi, col mandato di estorcergli qualche confessione, qualche mezza confidenza, qualche imprudente rivelazione, sull’esser suo, sulle sue gesta, sui rapporti con terzi, e toccavia. Ma Domenico Guidi, o lo sapesse, o lo sospettasse, rimase ermeticamente chiuso in se stesso. Fu tormentato con improvvisi interrogatori di giorno e di notte, nella cella e fuori. Si adoperarono suggestioni d’ogni maniera e riuscirono frustate.

L’inquirente aveva tenuto calcolo dei più minimi particolari e studiato tutti i versi per edificare un dramma, il cui epilogo fosse l’assassinio per opera del Guidi, e la sua fantasia si era esaurita senza raggiungere il suo intento.

Quand’ecco un giorno giungergli la notizia che Pepita, chiusa nel chiostro delle Clarisse, era stata riconosciuta gravida. Senza por tempo in mezzo, si reca al convento, ottiene di parlare alla superiora, e la interroga se credesse possibile che lo scandalo fosse avvenuto nel monastero. Ma questo venne assolutamente escluso. La vita claustrale era mantenuta con tale rigidità, che nessun trasporto, né estraneo, né interno, potevano aver le novizie e le monache con persone d’altro sesso.

Doveva dunque essere avvenuto prima della sua entrata.

Il giudice assunse altre informazioni in casa di Pepita e la madre della fanciulla accasciata dalla notizia dello stato in cui si trovava sua figlia, gli narrò il progetto del matrimonio fatto da suo marito per Pepita e le ripulse della fanciulla quando glie lo comunicò.

Questo fu un raggio di luce per l’inquirente.

Tornato al proprio ufficio e chiuso nella solitudine del suo gabinetto, con lunga e profonda meditazione riuscì a ricomporre la trama del delitto.


XVI.

La confessione e la morte.

A notte alta si fa condurre innanzi Domenico Guidi e, rimasto solo con lui, così l’abborda:

— Ho una notizia a darvi: Pepita la vostra amante è stata riconosciuta gestante.

La lampada posta sullo scrittoio dell’inquirente proiettava sopra di lui la luce; il giudice invece, coperto da un paralume di seta verde, restava all’ombra e studiava attentamente sul volto dell’imputato l’effetto delle sue parole. A quell’uscita il colore del Guidi s’era fatto cadaverico.

— Persisterete a negare — riprese il giudice collo stesso tono di voce aspro e secco — d’aver ucciso il fratello della vostra ragazza?

Guidi non rispose.

— Ben più consigliata di voi, Pepita ha confessato tutta la verità, nulla occultando alla giustizia, né della vostra tresca, né del progetto di matrimonio, concepito da suo padre e comunicatole dalla madre e da lei respinto, né delle conseguenze che ne scaturirono.

L’imputato pareva fulminato: le sue forze morali erano paralizzate e le fisiche del pari. Credeva tutto scoperto e si sentiva morire.

— Domenico Guidi — continuò il giudice, dando alla sua voce un’inflessione meno severa e parlandogli in modo quasi paterno — la sincerità solo può migliorare la vostra sorte, attenuare la gravità del delitto.

L’imputato cadde nel laccio e, sperando di sfuggire al patibolo, del quale gli pareva rizzarsi l’immagine innanzi a lui, balbettò:

— Fu per legittima difesa.

— Lo so. Foste sorpreso...

— E replicatamente colpito. Se non erano i due involti di Pepita nei quali si affondò la lama del suo coltello l’ucciso sarei stato io.

Quella rivelazione dei due involti aprì la mente del giudice. Li aveva dati all’amante Pepita. Che cosa potevano contenere? Certamente i suoi effetti. A quale scopo? Per portarli con sé. Era dunque a una fuga che si erano preparati. L’assassinato aveva colpito il Guidi? La sorpresa risultava evidente.

— Dove intendevate di portar Pepita, dopo la fuga? — domandò il giudice a bruciapelo.

— Non lo so. La cosa era stata così improvvisa, che non avevo avuto tempo di pensare a nulla. Si voleva andar via da Viterbo. Saremmo usciti di città per andar poi lontano.

— Col fardello della roba che Pepita portava con sé, non è vero?

— Io non possedevo mezzi. Fu lei che lo volle. Mi disse che avrebbe portato con sé la sua roba. Null’altro che la sua roba.

L’idea di esser ritenuto complice di un furto domestico, per parte della ragazza, ripugnava al Guidi più dello stesso delitto di sangue che aveva commesso.

Man mano, l’abilissimo inquirente, sempre fingendosi già informato di tutto, dalle supposte rivelazioni di Pepita, trasse di bocca al prigioniero tutti i più minuti particolari del fatto, dall’inizio delle sue relazioni colla fanciulla, fino alla sua fuga disperata, dopo aver assassinato il fratello. Emerse così chiaro che questi aveva avuto cognizione della tresca della sorella e che la vigilava, per modo, che non potesse andar a monte il progettato di lei matrimonio.

Ottenuto un così grande, quanto insperato successo, l’inquirente licenziò il Guidi, esortandolo a confermare al domani innanzi al consesso giudicante, le sue confessioni e facendogli intravedere la possibilità di una mite condanna e della grazia fors’anco.

Il giorno seguente il reo ripetè la sua confessione ampia: quindi fu fatto ricondurre in carcere. Il tribunale, per evitare uno scandalo, trattandosi di una fanciulla chiusa in un chiostro, sorvolò nella motivazione della sentenza ai fatti antecedenti e condannò il Guidi alla forca per omicidio.

E la condanna ebbe subito corso, come avvertii.

Quando Guidi, giunse ai piedi del patibolo, era più morto che vivo. L’intimazione della sentenza lo aveva siffattamente colpito, mentre era così lontano dall’aspettarla, che non proferì più verbo. Aveva perduta la favella.

Dovetti portarlo su di viva forza per la scala, mentre il mio aiutante lo sorreggeva per le gambe.


XVII.

Violazione di una promessa sposa.

Il 30 marzo del 1805 dovetti recarmi a Fermo, l’antica capitale delle Marche, per impiccarvi un giovane di buona famiglia che aveva commesso un assassinio ed uno stupro: l’assassinio in persona del padre dell’ex sua promessa sposa, lo stupro in persona di lei medesima. Luigi Masi era il suo nome.

Di carattere estremamente violento, si era innamorato di Elvira Placenti, figlia di un merciaio che teneva negozio in piazza di Fermo, e dopo averla per parecchio tempo corteggiata le chiese in isposa al padre, il quale acconsentì, a patto che prima del matrimonio si procurasse una posizione stabile. La fanciulla era esperta quanto leggiadra, e avrebbe potuto benissimo, dopo la sua morte, condurre da sé il negozio. Voleva quindi che il marito avesse un’altra occupazione.

Luigi, apparteneva, come dissi, ad agiata, ma numerosa famiglia e non poteva fare assegnamento sul solo asse paterno per vivere. D’altronde aveva fama di dissipato e gozzovigliatore. Il tempo e la moglie l’avrebbero emendato, e di farlo egli solennemente prometteva. Ma il padre d’Elvira, che era vedovo, ed aveva quell’unica figlia voleva assicurarle la felicità, perché l’amava come la pupilla degli occhi suoi.

Il Masi, innamorato, promise tutto quello che vollero l’Elvira ed il suo genitore; ma si guardò bene dal fare quello che aveva promesso. Però siccome anche la fanciulla era innamorata di lui, su questo capitolo si sarebbero accordati.

Luigi le prodigava tenerezze infinite e le dava prove continue di verace affetto. Però, soffriva di gelosia. E questa a poco a poco diventò un tormento pei due promessi. Stando in negozio, bella com’era, aveva naturalmente degli adoratori, ai quali non corrispondeva punto, ma che non poteva cacciar fuori di bottega quando v’entravano col pretesto di fare degli acquisti.

Di qui una quantità di litigi per parte del Masi, col futuro suocero, colla promessa sposa e cogli avventori, ch’egli aveva presa la mala abitudine di provocare. Il padre diceva quindi ad Elena:

— Figliuola mia, Masi non fa per te, bisogna licenziarlo, se no un giorno o l’altro, va a finir male.

La povera fanciulla ne soffriva; comprendeva la ragionevolezza delle opposizioni del padre, ma voleva bene al suo Luigi e non sapeva decidersi a staccarsi da lui. E ripeteva al padre:

— Lo vorrei sposare: una volta che saremo moglie e marito si cheterà.

Ma il padre non voleva saperne.

Risaputo un giorno che un giovane del paese aitante della persona, simpatico, intraprendente, mentre egli era andato a caccia, s’era trattenuto lungamente nel negozio della sua promessa, Luigi andò a farle una scena terribile e nel bollore dell’ira alzò le mani sopra di lei e sopra del padre, gridando:

— Sciagurati! Se credete d’ingannarmi v’ammazzo tutt’e due.

Quindi uscì dal negozio, innanzi al quale s’era addensata la folla, chiamata dal chiasso, andò direttamente dal giovane per provocarlo. Quegli cercò sulle prime di schermirsi e di dissipare i dubbi gelosi, sorti nella mente del Masi; ma questi avendolo apostrofato col titolo di vigliacco, reagì.

Trassero entrambi i coltelli e si fecero un sopra l’altro. Erano entrambi vigorosi e d’animo invitto e la scena sarebbe finita male, se per buona sorte, alcuni amici coraggiosi, non si fossero frapposti in tempo per evitare una catastrofe, mentre i due contendenti non erano riusciti che a prodursi delle lievi scalfitture.

Ma lo scandalo destò un’eco profonda in tutto il paese. Il principe arcivescovo, mandò a chiamare il padre di Elvira, e lo ammonì perché facesse in modo di troncare la relazione fra la sua figliuola e il Masi. Entrambi, del resto, s’erano già decisi ed il promesso venne licenziato definitivamente.

Tentò il Masi più volte di far la pace e di riaccostarsi all’Elvira, anco all’insaputa del padre. Ma non vi riuscì, perché la fanciulla s’era disgustata e forse già pullulavano nel suo cuore i germi di un novello amore. Luigi seppe infatti che il giovanotto col quale aveva tentato di fare a coltellate, frequentava di soppiatto la casa di Elvira. E allora decise di vendicarsi non di lui, ma dell’ex promessa e di suo padre.

Una sera, sull’imbrunire, Elvira e il Placenti ritornavano da Porto, ove avevano passata metà della giornata, a Fermo, salendo la costa che vi conduce. Giunsero a mezza via che era notte fatta, essendosi di soverchio indugiati. Il silenzio regnava profondo di ogni intorno. Ad uno svolto della strada, videro un’ombra appostata che al loro avvicinarsi si alzò e all’incerto luccicare delle poche stelle, riconobbero Luigi Masi. Il cuore presago avvertì il padre che un pericolo era imminente e spinto dall’affetto mosse innanzi alcun passo per far schermo alla diletta figliuola.

All’infuori dei tre non v’era anima viva.

Masi si gettò fulmineo sul vecchio e colpendolo replicatamente, col coltello al petto lo stese morto al suolo. Quindi con pari rapidità afferrata l’impaurita fanciulla la ferì due volte o tre volte, lievemente perché la mano gli tremava, commosso com’era dalla passione d’amore.

— Giggi mio, lasciami la vita — gridava l’infelice Elvira.

La sua voce toccante, mutò il corso delle idee del forsennato. Volle possedere quella fanciulla adorata e abbracciandola a mezza vita, ad onta delle di lei energiche resistenze, l’addossò alla rupe, nella quale è tagliata la strada e violentemente l’ebbe.

Arrestato la notte stessa, Luigi Masi confessò il suo delitto, cercando di giustificarlo coll’accecamento della passione. Ma per quante influenze ponesse in giuoco la sua famiglia, non potè sottrarlo al supplizio della forca alla quale fu condannato.

Morì pentito e munito dei conforti religiosi, ma non senza coraggio.


XVIII.

La bella — L’abbacchiaro di Campo de’ Fiori.

Questo processo singolare me ne rammenta un altro che ebbe luogo in Roma pochi mesi appresso, del quale dirò brevemente, dopo aver menzionate le esecuzioni che operai fra l’uno e l’altro.

Avvertii già come l’imperversare del malandrinaggio alle porte di Roma inducesse l’autorità ad una sorveglianza molto più attiva. Vennero infatti colti sullo scorcio di maggio dai birri di campagna fuori di Porta Angelica, nei pressi di Monte Mario, i due grassatori Filippo Mazzocchi e Giuseppe Guglia, che io impiccai a Ponte Sant’Angelo e squartai il 10 giugno; Nicola Alicolis, che impiccai e squartai io stesso il 1° ottobre alla Merluzza e Santino Moretti, parimenti condannato alla forca, poi allo squartamento. Questa esecuzione l’operò il giorno medesimo il mio aiutante al Ponticello, fuori di Porta San Paolo, essendo io occupato alla Merluzza. Nel frattempo io ero stato il 4 settembre a Iesi per impiccarvi il fratricida Sebastiano Spadoni e il 23 pur di settembre a Civitavecchia, per impiccarvi Luigi Giovansanti, un forzato che aveva ucciso nel bagno un altro forzato.

Il giorno 9 ottobre compii, dunque, un’altra esecuzione, che destò grandissimo rumore per il movente del delitto, l’amore e la gelosia, come per il Masi di Fermo, e per l’autore del misfatto, Gioacchino quondam Bernardino Rinaldi, abbacchiaro ne’ pressi di Campo de’ Fiori. E appunto a Campo de’ Fiori, per esemplarità maggiore, ebbe luogo il supplizio.

Gioacchino Rinaldi era uomo sulla quarantina, piuttosto inoltrata. Rozzo della persona, della fisonomia e delle maniere, ma molto ben provveduto di roba e quattrini, aveva condotto in moglie una bellissima ragazza di Trastevere, di nome Giacinta, la quale aveva ceduto alla volontà de’ parenti, più che alla sua inclinazione, sposandolo.

Giacinta non sentiva una decisa avversione pel marito, lo tollerava, ad onta della sua bruttezza e gli si mostrava grata per le finezze che le prodigava: abiti costosissimi, gioielli preziosi, e quanto al trattamento alimentare: bocca che cosa vuoi? Ad onta della provetta sua età Gioacchino era ancora robusto e fervente nelle lotte genetiche. Tanto che la sposa gli era uscita quasi subito gravida. Una donna che avesse avuto soltanto degli appetiti materiali, avrebbe potuto appagarsi ed essere felice con lui.

Disgraziatamente Giacinta sapeva d’essere bella, poiché glie l’avevano detto mille volte i più simpatici, garbati e galanti giovanotti di Trastevere.

I suoi occhi mori, tagliati a mandorla a volte languidi e irrorati, stillanti di voluttà, a volte fosforescenti e saettanti di passione; la sua piccola bocca rossa, sanguigna, fra le cui labbra spiccavano denti candidi, aguzzi come quelli di un sorcetto, fatti per dar baci e morsi, dolci del pari; il suo bel viso ovale, dalla pelle bruno-dorata, più morbida del velluto; il suo collo rotondo e grassottello; la sua testa vezzosa, dai capelli neri e ricciuti; le sue piccole orecchie rosee e diafane, incitanti a sussurrarle soavi parole d’amore; la sua superba persona, slanciata, snella e pur densa e pasciuta, dal petto torreggiante, dalle anche poderose ed ondeggianti nell’incedere; le sue mani bianche e levigate; i suoi piedi arcuati e duttili, avevano già suscitati desideri cocenti e provocate delle dichiarazioni alle quali non era rimasta sempre insensibile. Molti minenti e molti paini le avevano fatto una corte assidua esaltando il suo spirito, già per natura mobile e fantasioso.


XIX.

La colpa e il castigo.

Anche nella bottega del marito non le mancavano gli adoratori. Ma forse non sarebbe venuta meno ai suoi doveri di moglie se il Rinaldi non avesse commesso l’errore di metterle accanto per garzone un giovinetto biondo, roseo, dagli occhi cerulei; una specie di cherubino in grembiale bianco, spesso chiazzato di sangue e sparso di penne di polli e di gallinacci. Questi incominciò a farle lo spasimante. Giacinta ne rise sulle prime. Ma poi, nelle lunghe ore in cui restava sola con lui, mentre il marito andava fuori per le compere, incominciò ad ascoltarlo per rompere la noia, e, travolta dalla passione, finì per darglisi, là nel negozio stesso, colle imposte socchiuse, nelle ore calde del giorno, e alla sera, mentre attendeva il ritorno di Gioacchino. Amore è imprudente di sua natura e in breve la tresca della bella abbacchiara col garzone, fu nota non solo ai bottegai, ma ben anco a tutte le serve, che frequentavano Campo de’ Fiori. Solo ad ignorarla era il marito.

Ma ci fu chi si prese il triste incarico di avvertirlo, con una lettera anonima, nella quale gli si fornivano tutte le indicazioni particolari per sorprenderla.

L’abbacchiaro che non aveva mai avuto neppure il più piccolo sintomo di gelosia e che attendeva con ansia il giorno in cui la Giacinta gli avrebbe dato un figlio, fu terribilmente colpito dall’annunzio fatale. Tutta la sua felicità era distrutta: l’avvenire non esisteva più per lui. Il frutto che la sua donna portava in seno forse non era suo. Nella sua casa, se non l’avvertivano, sarebbe entrato un bastardo. E se era suo, chi gli avrebbe potuto togliere il dubbio straziante? Bisognava finirla. Uccidere l’amante, la moglie e il suo portato.

Uscì, dicendo che sarebbe tornato a sera tarda. Invece sull’imbrunire s’appostò in luogo dove poteva vedere ciò che succedeva in negozio.

Quando la gente incominciò a diradarsi sulla piazza e nella sua bottega fu acceso il lume, vide Giacinta e il garzone che si scambiavano delle moine e delle tenerezze. Poi il garzone s’avanzò sul limitare del negozio, diede un’occhiata di fuori e chiuse le imposte, lasciando aperto uno spiraglio, d’onde filtrava un filo di luce.

Gioacchino frenò la propria impazienza, e attese altri cinque minuti, che gli parvero, nell’angoscia disperata in cui versava, cinque secoli. Poi attraversò la strada e irruppe nel negozio come una bomba.

I due amanti erano là, nel fondo, abbracciati, deliranti. Il Rinaldi non aveva pensato a munirsi del coltello, ma ne trovò uno sul banco: l’afferrò, e avanti che potessero rinvenire dalla sorpresa terribile, sgozzò prima il garzone, come un abbacchio, recidendogli quasi la testa, poi l’immerse reiteramente nel petto e nel ventre della sua donna, perché voleva distruggere lei ed il feto. E i feti erano due! Alle grida dei morenti, accorsero i passanti, quindi le guardie, le quali arrestarono il Rinaldi, che pazzo di furore continuava a menar coltellate nel ventre alla moglie, come l’amante, già estinta.

Eretto il processo, Rinaldi confessò tutto, non mostrandosi punto pentito del suo misfatto, anzi affermando d’essere felicissimo di aver ucciso la moglie e i due bastardi che portava nel ventre. Condannato alla mazzolatura ed allo squarto, non volle conforti religiosi e morì stoicamente.



XX.

Il Corriere del Papa.

Una mattina di dicembre, fredda ma bella, entrava in una osteria di Porto Recanati un uomo sui trentacinque, dalle forme atletiche, con lunga barba castano rossiccia fluente sul petto e lunghi capelli spioventi sulle spalle naturalmente inanellati; vestiva di velluto marrone alla cacciatora, con grandi stivali di pelle che gli salivano sin oltre il ginocchio; una larga cinta pure di pelle gli cingeva la persona e un fazzoletto di seta rosso il collo. Un cappello molle ad ampia tesa, gli ombreggiava il volto maschio ma bello, e sotto le folte sopracciglia dardeggiavano due occhi di falco, neri a volte, a volte gialli e iridescenti.

Portava il fucile sulle spalle; ma non avea cani con sé. Dopo aver data una rapida occhiata nel primo ambiente del locale, passò nel secondo, e fece altrettanto, quando uscì dalla porta posteriore che dava sopra una stradicciuola deserta, un rezde-chaussée, come dicono i francesi, e guardò nella via.

Finalmente rientrò, soddisfatto del suo esame, a quanto parve, poiché battendo sulla spalla dell’oste, che aveva seguito un dietro l’altro i suoi passi, gli battè famigliarmente sulla spalla dicendogli:

— Oste di Satanasso, avrai bene da darmi da mangiare: ho una fame da arrabiato e ti assicuro che mangerei ancora la tua carcassa, se non m’avesse l’aria d’essere tigliosa, come quella di un vecchio caprone.

L’oste sorrise beatamente. Forse aveva in serbo qualche cadavere quattordicenne di animale più o meno domestico e pensava essere venuta la buona occasione per disfarsene, traendone lauto compenso.

— Bada però, ripigliò l’incognito, che la fame non esclude il gusto, che se mai avessi qualche vecchio gatto scorticato e ti promettessi di ammannirmelo, avresti sbagliato i tuoi calcoli.

L’oste ne fu sgomento.

— Che sia proprio il diavolo in persona costui? — si chiese mentalmente — ha indovinato il mio pensiero.

L’esitanza dell’oste persuadeva sempre più il cacciatore, che questi aveva delle perfide intenzioni a suo riguardo. Lo prese quindi delicatamente per un orecchio e gli intimò:

— Portami in cucina.

— A quest’ora non c’è nulla di pronto ancora — balbettò l’infelice — ma posso servirvi da principe se avete un po’ di pazienza.

E si diede a chiamare a squarcia gola:

— Marianna! — Marianna!

Marianna era la rispettabile sua metà, una specie di bomba, che si rotolava sul suolo, poiché non sembrava che camminasse. Giunse frettolosa alla chiamata del marito, miagolando con flebil voce:

— Menicuccio mio, che vuoi?

— Il signore vuol mangiare e mangiare bene — mormorò l’oste, sottolineando le parole.

— Così mi piace! — esclamò l’incognito sogguardandoli entrambi.

— Le farò un brodetto.

— Benissimo, purché il pesce sia fresco.

— Altro che fresco! Menicuccio vallo a pigliare da Petronio, che è arrivato stamani colla paranzella.

L’oste se ne andò via, ben felice di sottrarsi allo sguardo indagatore del forestiero.

— Poi, continuò Marianna, le darò un pollo alla cacciatora.

— Morto da quanti mesi?

— Mi meraviglio. Lo prenderò dalla stia e se vostra Eccellenza vuol ammazzarlo con una fucilata, lo troverà più frollo e saporito.

— Accettato. Intanto?

— Intanto le affetterò un salame di Fabriano che fa la goccia. Me lo manda mio fratello, che provvede per la cucina di Sua Santità e di parecchi Cardinali.

— Ottimamente! esclamò il cacciatore, facendo scoppiettar la lingua in bocca, quasi ne pregustasse il sapore.

In un batter d’occhio la rotonda ostessa apparecchiò, stendendo una candida tovaglia sul rozzo desco e sovrapponendovi delle stoviglie grossolane, ma pulite e quasi luccicanti.

Quindi recò del pane tolto di fresco dal forno e ancora caldo, un boccale di vino e un piatto di salame.

— È cotto questo vino? domandò l’incognito versandone nel bicchiere.

— Mi meraviglio. È Sangiovese di Romagna e del migliore.

Il forestiero tracannò il bicchiere e facendo scoppiettar la lingua, disse:

— Eccellente! Farete bene a preparar per due, perché aspetto un amico, il quale mi ha dato convegno qui.

— Segno che ci conosce. Non faccio per dire, ma come al Caval Marino non si mangia, non si beve e non si alloggia in tutte le Marche.

— Avete camere d’alloggio?

— Con dei letti, nei quali potrebbero dormirvi degli sposi. Se vuol vedere...

— Dopo, dopo.

— Dunque, tiro il collo al pollo, o vuol ammazzarlo col fucile?

— Il rumore del colpo chiamerà gente.

— Manco per sogno: qui non c’è nessuno.

— Allora vediamo.

— Stia pronto che glielo mando. Badi a non fallire: se no la povera bestia si spaventa, gli vien la febbre e la carne perde il sapore.

— Non dubitate.

L’ostessa passò in cucina e aprì la stia: due giovani polli scapparono fuori e s’avviarono alla camera vicina. S’intesero subito due colpi e Marianna accorsa, li trovò entrambi stesi al suolo col capo fracassato.

Il viaggiatore stava ancora colle due pistole in mano, che si era tolto dalla cinta.

— Come! Li avete ammazzati colle pistole? domandò la donna, sbarrando gli occhi esterefatti.

— Credo bene.

In quel mentre rientrava Menicuccio con un canestrello piatto, coperto di fronde.

— Ecco il pesce: è ancora vivo, disse sorridendo e guardando il viaggiatore. E col pesce vi porto un amico.

Seguiva infatti l’oste un uomo sulla cinquantina, basso tarchiato, panciuto, col naso rotondo, gli occhietti piccoli, vivi e mobilissimi, la bocca larga, con piccole basette brizzolate, come le ciocche dei capelli inanellati, che gli coprivano le tempie, uscendo di sotto il cappello di feltro nero, duro, a larga tesa, che completava il suo vestito da agente campagnuolo.

Egli mosse difilato al forestiere e gli sporse la mano, dicendogli: — Sapevo che eri già venuto.

— Te ne avvertì l’Oste? Scommetto che fra un’ora ne saranno informati tutti coloro che si trovano nel perimetro di dieci miglia. Ha la lingua lunga quell’oste.

— Non temere, Paolo.

— Ho forse avuto paura mai, io?

— Non inquietarti, insomma. Sei più sicuro qui che sull’altare di S. Pietro in Roma. Di Menicuccio rispondo io.

— Mangiamo, allora. Ho una fame maledetta.

— A tavola si concludono meglio gli affari.

Menicuccio aveva già recata la posata e il piatto. Il campagnuolo si assise di fronte all’incognito e incominciarono a far sparire il salame.

— Sarà dunque per stanotte senza fallo, disse sommessamente il nuovo venuto. Sei pronto?

— Prontissimo.

— I tuoi?

— Fa assegnamento sopra di me.

— Non hanno scorta. Ma sono gente deliberata e fors’anco ben armata.

Il cacciatore sbozzò un sorriso di scherno.

— Della somma si faranno tre parti.

— Due per me.

— Per te solo?

— Per me e pe’ miei, l’altra per te.

— E le gioie e i valori personali che potranno avere con sé?

— Incerti del mestiere.

— Voglio parteciparvi.

— Ed è giusto. Ma se per avventura qualcuno di noi avesse a finire nelle mani di Mastro Titta, avrai pure la tua parte di corda.

— Vi rinunzio.

— Hai torto; porta fortuna.

— Porta al Diavolo.

— Un giorno o l’altro ci si deve andare.

— Più tardi che sia possibile.

Menicuccio aveva intanto servito; prima il brodetto, poi i polli e riempito tre volte il boccale. Il benessere e col benessere la giocondità incominciava a diffondersi sul volto dell’onesto campagnuolo.

— Mandaci Marianna, che vogliamo fare un brindisi alla sua salute, dissegli questi. Cucina in modo ammirabile.

Marianna comparve, umile in tanta gloria, e partecipò al brindisi in suo onore.

Il campagnuolo le disse poi:

— Ora ci condurrete di sopra e ci darete due buoni letti.

E così fu fatto.