XXI.
L’aggressione del Corriere del Papa.
Sull’imbrunire si fermava alla porta dell’Albergo del Caval Marino una sedia di posta, tirata da due buoni cavalli romani, nella quale si trovavano due persone. Il cocchiere fece schioccar la frusta e tosto accorse Menicuccio, col berretto in mano.
Uno dei due viaggiatori sporse il capo e gli ordinò:
Recaci da bere una bottiglia.
Subito, Eccellenza, rispose l’oste e s’avviò verso l’interno del negozio, d’onde ritornò poco dopo con due bicchieri di cristallo, sopra un bel vassoio d’argento e una bottiglia, che versò con religiosa attenzione.
Il viaggiatore che l’aveva ordinata passò il vassoio all’altro con rispettosa deferenza; quegli bevve, quindi mormorò:
A voi.
Il viaggiatore vuotò il suo bicchiere, quindi ordinò a Menicuccio di dare il rimanente al cocchiere, e gli porse uno scudo, dicendogli:
Da parte di questo signore che ha trovato buono il vostro vino.
Mille grazie! esclamò l’oste inchinandosi fino a terra, mentre la carrozza partiva di buon trotto.
Due spettatori avevano assistito alla scena dalla finestra socchiusa, nascosti dietro le griglie: il cacciatore ed il campagnuolo. Questi esclamò:
Maledizione! Hanno anticipato di tre ore. Un bel colpo fallito.
Nulla di perduto, rispose l’altro. Fra mezz’ora io li avrò sorpassati. La salita per la strada maestra è lunga, per i giri che fa la strada ed erta in modo che i cavalli non possono che andare al passo.
E i compagni?
Non ci pensare. Li troverò io.
Il buio si era fatto intanto profondo e Menicuccio lieto della sua giornata, aveva chiuso l’albergo, ben certo che a quell’ora nessun altro avventore sarebbe capitato.
Il cacciatore, fatto sicuro di non essere veduto, aperse la finestra, che distava pochi metri dal suolo e colla lestezza e agilità del dardo, discese nella via, tenendo il suo fucile ad armacollo.
Toccato il suolo, a passo celere raggiunse una stradicciuola traversale che menava alla montagna.
Il campagnuolo, dopo averlo salutato, richiuse la finestra e si coricò, stropicciandosi le mani e mormorando:
Dio lo salvi e il diavolo lo protegga.
La notte era buia, senza luna e senza stelle. I fanali della sedia di posta proiettavano dai due lati della strada la loro luce rossiccia. Gli alberi parevano gigantesche figure umane tendenti le braccia.
Nel legno i due personaggi sonnecchiavano; ma non erano pienamente tranquilli; un’inquietudine vaga, indefinibile li agitava. Quando s’addormentavano sognavano malandrini, aggressioni e morti e si destavano di soprassalto e portavano le mani alle armi, che tenevano nelle tasche de’ pastrani.
La strada fra Porto Recanati e Macerata, dopo aver percorso un tratto nel piano, incomincia a salire ed a serpeggiare lungo la montagna, cingendole i fianchi, come un largo nastro bianco.
Il cacciatore aveva tenuto la promessa fatta al suo amico campagnolo, che lo attendeva a Caval Marino: inerpicandosi per scoscesi sentieri, attraverso le macchie, e marciando sempre di buon passo, aveva da lungo tratto sorpassata la sedia di posta e l’attendeva al varco, dietro un burrone, in uno dei punti più difficili della strada.
Di quando in quando si buttava a terra e accostava l’orecchio al suolo, per distinguere i rumori lontani.
Eccoli disse ad un tratto fra dieci minuti saranno qui.
E si rizzò tosto per prendere posizione.
Non appena i cavalli della vettura giunsero innanzi al burrone, ove stava celato, il cacciatore uscì fuori, tenendo nella destra il pistone e ingiungendo colla manca protesa al cocchiere di fermarsi. E il vetturino cedendo alla paura che gli ispirava la persona atletica del masnadiero, la sua estrema sicurezza, il suo sangue freddo, ubbidì.
Frusta i cavalli, codardo tonò una voce dall’interno della carrozza e contemporaneamente un colpo d’arma da fuoco rintronò nell’aria.
Era diretto contro l’assalitore e colpì invece alla testa uno dei cavalli, il quale stramazzò.
Mal diretto! esclamò forte il malandrino. Se sciupate così la vostra polvere, non ve ne resterà per farvi saltare le cervella, se per avventura sdegnassimo noi di farlo.
Due altri colpi da fuoco scoppiarono contemporaneamente. L’uno forò il cappello del vetturino, l’altro sfiorò una spalla del brigante, senza che questi mostrasse avvedersene.
Scendi disgraziato gli disse l’aggressore se no quei signori finiranno coll’ammazzarti.
Il cocchiere, non se lo fece dire due volte, scese in un salto da cassetta, tenendo ravvolte in mano le guide.
Legale al cassetto, fatti consegnare le pistole da que’ signori e portamele: ai cavalli bado io.
Il vetturino si presentò allo sportello di sinistra e il viaggiatore che si trovava dalla sua parte, gli consegnò tosto le sue armi.
Contemporaneamente s’apriva lo sportello di destra e un signore su trentacinque balzò fuori, dirigendosi coraggiosamente verso il brigante colle pistole spianate.
Signor conte di Lavello disse questi non facciamo ragazzate. E contemporaneamente col calcio del pistone gli faceva saltar di mano una delle due pistole, che descritto un semicerchio in aria, cadde al suolo, lasciando uscire il colpo.
L’altra è scarica riprese a dire beffardamente il bandito farete bene a seguire l’esempio del Corriere di Sua Santità e consegnarmela.
Il viaggiatore che era stato qualificato per Corriere di Sua Santità, si era intanto rannicchiato nel fondo della carrozza, pronto a rendersi a discrezione, anziché correr l’alea di una pistonata, che gli squarciasse il petto onusto di decorazioni.
Ma il conte di Lavello non pareva punto disposto ad imitarlo. Si lanciò puntando contro il masnadiero, facendo atto di afferrargli l’arma: ma un improvviso, fulmineo scarto di fianco dell’avversario, lo fece cadere supino al suolo. E per il dolore cagionatogli dallo aver battuto il petto ed il volto nei ciottoli, svenne.
Mi siete testimoni, che avrei potuto ammazzarlo e che gli faccio grazia, per rispetto alla Santità di Nostro Signore, che ne affidò i preziosi giorni al suo Corriere, disse, sempre col suo piglio canzonatorio il bandito, mentre tratta dalla cacciatora che portava una funicella sottile, ma solidissima lo legava colle mani rovesciate dietro le reni, e ai piedi, dopo averlo trasportato sul ciglio della strada.
Compiuta l’operazione, tornò alla sedia di posta e intimò al Corriere del Papa di scendere. Questi non si fece pregare, e fu legato pur lui. L’ultimo a subire siffatta operazione fu il cocchiere.
È una formalità, sai, gli diceva intanto il bandito, una semplice formalità.
Incominciò quindi la perquisizione della carrozza, che durò parecchio tempo. Terminata questa, passò il bandito alle persone de’ viaggiatori; i quali non poterono salvare nulla di nulla dalle sue mani rapaci.
Stava il masnadiero gettando in una bisaccia tutto il bello ed il buono che aveva preso, quando gli parve distinguere un galoppo di cavalli. Buttossi quindi sulle spalle il sacco del bottino e s’internò nella macchia, non senza lanciar l’ultimo sarcasma a’ suoi svaligiati:
Avevo intenzione disse di liberarvi io stesso e di porvi in condizione di continuare il vostro viaggio, ma pare che stiano per giungere de’ vostri amici e non voglio toglier loro questo piacere.
XXII.
Scoperta, processo, condanna ed esecuzione.
Il malandrino non si era ingannato; pochi momenti dopo giungeva sul teatro della grassazione una pattuglia di birri a cavallo, i quali sciolsero i tre legati e domandarono loro i particolari del fatto.
Il Corriere del Papa e il Conte di Lavello esposero agli agenti della legge ciò che era accaduto, asserendo che doveva trattarsi di una grossa banda, capitanata dall’audace e temerario aggressore del quale erano rimasti vittima.
Solo la corrispondenza di cui era latore era stata salvata dall’accorto Corriere, il quale se n’era cacciato il piego nel fondo de’ calzoni, mentre il Conte lottava col brigante.
L’interrogatorio del cocchiere riuscì molto più interessante,
Siete pratico del paese? gli domandò il bargello di Macerata, che era venuto coi birri.
Perfettamente.
Avreste qualche indizio a fornire?
Ne ho più d’uno.
Conoscete forse il capobanda?
Come conosco voi.
Ed è?
Paolo Salvati.
La paura vi ha posto le traveggole. Paolo Salvati, incalzato da tutte le parti ha sciolto la sua banda ed è passato nel regno di Napoli.
Non dubito delle vostre affermazioni signor bargello, ma io sono sicuro che ci ha aggredito Paolo Salvati.
In tal caso non poteva che essere solo; se avesse riordinato la sua compagnia brigantesca, se ne avrebbe avuto già sentore.
L’avevo già riconosciuto a Porto Recanati, mentre ci siamo soffermati a Caval Marino per berne una bottiglia, lo vidi dietro le griglie della finestra superiore.
E perché non ne avete dato avviso all’Autorità?
Contavo di farlo non appena giunto a Macerata.
E come mai non avete prese delle cautele prima di partire?
Come potevo immaginare, con due cavalli di quella fatta, che egli sarebbe riuscito a superarci? Io lo supponevo diretto verso Ancona.
Sta bene. Ma, ad ogni buon conto, io ti dichiaro in istato d’arresto. Monsignor Fiscale disporrà di te.
Seguendo gli ordini del Bargello, i birri staccarono il cavallo ucciso dalla sedia di posta, e vi sostituirono uno dei loro. Quindi fatti salire i due viaggiatori nel legno, uno dei birri si collocò a cassetta, allato del cocchiere, rimasto affidato alla sua custodia, e la sedia partì.
Bisogna andar subito a Porto Recanati, disse poi il Bargello ai birri rimastigli. Scommetto che Salvati ci è tornato. Deve aver avute delle informazioni precise per tentare un simile colpo. Forse riusciremo a sorprenderlo coi complici.
Ben s’appose l’astuto Bargello.
Paolo Salvati, compiuta l’aggressione tornò a Porto Recanati: con un leggero sibilo chiamò il campagnuolo, che altri non era se non uno dei più famosi manutengoli, e in men che non dicasi il masnadiero e la bisaccia del bottino, avevano preso il loro posto nella camera dell’albergo del Caval Marino. Inutile dire che la bisaccia aveva subito una notevole diminuzione, perché Salvati aveva già riposta la propria parte e quella dei suoi supposti compagni in luogo sicuro.
Il brigante s’era cacciato fra le coltri e dormiva profondamente, riposando delle sue onorate fatiche, quando il Bargello e i suoi birri, ingrossati di numero, da quelli raccolti in Recanati, giunsero all’albergo del Caval Marino e ne prendevano in custodia gli accessi.
Menicuccio che apriva allora il negozio, fu molto sorpreso della loro comparsa, e al Bargello che lo interrogava rispondeva, non esservi nella sua locanda, che due onesti viaggiatori, giunti il giorno innanzi.
Il Bargello salì alla camera superiore e trovatala aperta entrò pian piano. Ma invece di due viaggiatori ne trovò un solo: Paolo Salvati dormente nel suo letto. L’altro letto era disfatto.
Indispettito si gettò sul dormente e cercò di allacciarlo; ma il Salvati svegliato di sorpresa, riuscì a mettersi sulla difesa e impegnò una lotta accanita. Vedendosi sopraffatto, il bargello chiamò aiuto. Allora Salvati presi i suoi panni si gettò giù dalla finestra e prese a fuggire tentando di guadagnare la via dei campi. Ma fu presto raggiunto dai birri appostati e dal Bargello, che prontamente riavuto, non voleva lasciarsi scappare la preda.
Il manutengolo se n’era già andato prima, mentre Salvati dormiva, colla valigia, temendo di doverne ripartire il prodotto.
Paolo Salvati portava ad un dito un anello con brillante solitario, tolto al conte di Lavello e questa fu una prova schiacciante del delitto, la quale aggiunta alla testimonianza del cocchiere gli procurò una sentenza di impiccagione.
L’esecuzione fu una delle più famose che io abbia operate. Accorsero per assistervi una folla immensa da tutti i paesi delle Marche, non solo, ma anco da Roma, attratti dalla fama del brigante, dai particolari dell’audacissima grassazione e dal fatto che ne era stato vittima un Corriere del papa, il quale accompagnava un personaggio di qualità e d’importanza, come il conte di Lavello.
Esortato a pentirsi dei suoi misfatti e regolare i suoi conti colla eterna giustizia, Paolo Salvati rispose:
Mi pento d’esser caduto nella tagliola come un leprotto.
E respinse confessore e confortatori.
Conducendolo al supplizio, la sua alta figura torreggiava sulla carretta. Giunto al palco, girò uno sguardo schernitore sulla folla, poi porse da sé il collo al capestro.
Lo squartamento mi riuscì bene, ma non ebbi a faticar poco: pareva ch’avesse muscoli d’acciaio.
Vent’otto giorni dopo dovetti recarmi in Amelia, per impiccarvi e squartarvi un altro grassatore. E fu il 20 maggio 1806. Pasquale Rostelli era il suo nome, le sue gesta comunissime. Volgarissimo ladro da strada, soleva aggredire carrettieri, contadini, gente insomma da pochissimo conto e sovente gli veniva fatto di ammazzare un uomo per togliergli pochi baiocchi.
Sorpreso dai birri, si gettò piangente ai loro piedi, invocando pietà; lui che non ne aveva mai avuta per nessuno! Ammanettato e legato colle mani dietro le reni, venne tradotto in Amelia e sottoposto a procedimento.
Confessò gli innumerevoli suoi delitti, e gli assassinii commessi spesso per un semplice tozzo di pane, che avrebbe potuto chiedere per carità.
Annunziatagli la sentenza di morte, cadde in una specie di letargo, per trarlo dal quale bisognò ricorrere ai più poderosi eccitanti e giunse al patibolo più morto che vivo. Morì ignobilmente, come ignobilmente aveva vissuto.
XXIII.
L’assassinio del compare.
Il 9 giugno 1806 dovetti recarmi a Rieti, per eseguire una sentenza in persona di Bernardino Salvati pure condannato alla forca.
Non era costui un malfattore nel vero senso della parola, bensì un disgraziato che in un trasporto d’ira, causato dalla gelosia e giustificato dal fatto, aveva ucciso un suo compare.
Ecco com’era andata la cosa:
Salvati aveva una bella moglie e teneramente l’amava. Uscita incinta dopo parecchi anni di matrimonio, la gioia di Bernardino, che ardentemente desiderava di aver un figlio, non ebbe confini. Pareva diventato pazzo: tutte le sue preoccupazioni erano per il nascituro: fece spese enormi per il suo piccolo corredo e si preparò a celebrare la nascita con grandi feste.
E se fosse una femmina? gli domandava taluno.
Sarà la ben venuta del pari. Eppoi una volta incominciato non c’è ragione di smettere. Checca mia saprebbe farmi poi anche il maschio.
Quando Dio volle il giorno auspicato venne e la moglie di Bernardino Salvati diede alla luce un amore di bimbo, che mandò in sollucchero il fortunato padre.
Gli apprestamenti già fatti gli parvero pochi e volle aumentarli. Il giorno del battesimo la casa dei Salvati pareva volesse gareggiare con casa Torlonia.
La sacra cerimonia venne celebrata con la massima pompa e quattro carrozze a due cavalli trasportavano al tempio il neonato, la levatrice, il compare e una folla di testimoni e d’invitati.
Il compare era un intimo amico di Bernardino.
Intanto a casa si era preparato un pranzo fastoso, come nessun altro mai.
La tavola era imbandita in un ampio locale, vicino alla camera da letto, affinché la puerpera, benché tuttora degente potesse partecipare al tripudio.
Bernardino correva innanzi, indietro dalla cucina alla sala da pranzo, da questa alla stanza di sua moglie, impartiva ordini, e provvedeva da sé medesimo a tutto ciò che gli pareva mancasse.
D’ogni parte gli rivolgevano complimenti, congratulazioni, augurii.
Il pranzo riuscì giocondo quanto copioso e ben servito. Il vino generoso aveva dato la stura all’allegria. Chi parlava, chi rideva, chi gridava. Di tratto in tratto qualche invitato si recava dalla puerpera per offrirle, o dolci, o vino, o frutti.
Bernardino ritornando dalla cucina, dove era andato per ordinare qualche cosa, volle vedere il suo marmocchio ed entrò nella camera nuziale, senza passare da quella da pranzo.
Appena v’ebbe messo piede si fermò stupefatto, intontito.
Il compare era vicino al letto di sua moglie, la quale gli aveva gettate le braccia al collo e baciandolo fervidamente, gli mormorava:
Com’è bello tuo figlio, ti rassomiglia tanto, che sembra una mela spaccata con te, lo amerai non è vero?
Bernardino Salvati provò come uno schianto al cuore; il sangue gli affluì al cervello e fu un miracolo se non cadde fulminato.
Lo sostenne il terribile spettacolo della realtà che gli si affacciava, tornò in cucina barcollando. Vedeva tutto rosso intorno a sé. Aveva il delirio del sangue. Afferrò un marraccio e ripiombò nella camera da letto.
La Checca si teneva tuttora abbracciato il compare; né lei, né lui s’accorsero della venuta del marito. Questi si slanciò sull’amico traditore della sua fede, dell’onor suo e gli inferse per ben quattro volte il marraccio nelle reni, quindi fuggì a precipizio nella via, col coltello grondante di sangue caldo e fumante.
Il compare, trapassato a parte a parte fin dal primo colpo, non aveva profferito un accento; abbandonato dalle braccia della Checca, che lo avvincevano, cadde bocconi al suolo, sul quale si formò subito un’enorme pozza di sangue. La Checca mandò un acuto grido di suprema, disperata angoscia e svenne.
A questo grido accorsero gli invitati in massa e tosto fu chiarita la causa della tremenda scena.
Potevasi prevedere, diceva una donna, Checca è sempre stata imprudente.
Era cosa che si sapeva da tutti mormorava un’altra, Bernardino ero forse il solo che la ignorasse.
Intanto i birri avevano arrestato il Salvati e portatolo innanzi al bargello, confessò tutto e diede le più ampie spiegazioni intorno al fatto.
Istituito il processo, Bernardino Salvati ripeté innanzi ai giudici le sue confessioni, non cercando minimamente di attenuare la propria responsabilità. Era in preda alla più completa apatia. Si vedeva in lui un uomo che non si curava più della vita; peggio, gli riusciva di peso e avrebbe voluto sbarazzarsene al più presto possibile.
Condannato alla forca, come dissi, fece le sue devozioni senza riluttanza e senza entusiasmo. Io l’appiccai la mattina del 12 luglio, senza che desse segno di alcuna emozione, né traversando la città stipata di gente sulle strade del percorso, né salendo il patibolo.
La moglie lo seguì poche ore dopo, essendo stata sorpresa da violentissima febbre puerperale.
XXIV.
Un masnadiero di buon cuore.
Il giorno 13 agosto del medesimo anno 1806, dovetti trasferirmi a Terracina per giustiziare due grassatori, Giuseppe Pistillo detto Fatino, e Giuseppe Chiappa, condannati all’impiccagione e successivo squartamento.
Pistillo, godeva di una grande popolarità, perché era uno di que’ tipi di masnadieri simpatici, dei quali si sono create le leggende. Egli non incrudeliva mai contro le persone; se non vi era costretto da necessità di difesa non faceva mai uso delle armi. È vero che possedeva una forza erculea e due mani più salde e più stringenti d’una morsa. Se afferrava uno per il collo, quel disgraziato era tanto sicuro di rimanervi, quanto fosse capitato nelle mie mani, per essere trasmesso all’altro mondo. Non molestava mai i poveri viandanti, né i carrettieri. Egli si riservava soltanto gli affari grossi. Aveva un debole per le carrozze da viaggio signorili e per le corriere di posta. Quando capitava in qualche casa, o capanna contadinesca e chiedeva ricovero o vitto, era sicuro d’essere servito come un principe, perché pagava lautamente, se non al momento, alla prima occasione che gli fosse data di ritornarvi, ben provveduto di quattrini.
Largheggiava anche in elemosine ai poveri. Si narrano di lui una quantità di aneddoti che fanno onore al suo cuore e tratteggiano magnificamente il suo carattere. Ne raccolgo uno dei più commoventi.
Pistillo soleva capitar di frequente in una tenuta principesca affittata ad un padre di numerosa famiglia, che ritraeva onesto guadagno lavorandolo e facendola lavorare dai coloni. Il suo arrivo alla tenuta era sempre salutato con gioia, perché portava regalucci alle donne ed ai bimbi e faceva compagnia al capo di casa ed agli uomini, ai quali porgeva altresì saggi consigli sulle coltivazioni e sul momento, più o meno opportuno, di procurarsi ciò di cui abbisognavano e di vendere i loro prodotti.
Assente da oltre un anno, perché le molestie dell’autorità lo avevano indotto a mutar paese, una notte Pistillo arriva alla tenuta e vi è come di consueto affabilmente accolto. Gli servono da cena e l’affittaiolo gli tiene compagnia, mentre gli altri tutti se ne vanno a dormire.
Pistillo s’accorge però che qualche cosa di straordinario e di non lieto dev’essere accaduto in quella casa. Per quanto si sforzi non riesce al padrone di mostrarsi ilare e contento. Beve, ma il vino gli resta nella strozza e depone il bicchiere vuoto solo a metà.
D’un tratto Pistillo si ferma con in pugno il coltello, col quale andava tagliando un pezzo di cacio, e guardando fissamente il campagnolo, gli dice in tono secco e severo.
Paolone tu m’inganni.
Mi credete capace? risponde tosto il campagnolo evidentemente corrucciato.
Tu non hai più confidenza in me prosegue il masnadiero tu mi celi qualche cosa.
Che vi ho mai da nascondere? chiede con un profondo sospiro Paolone.
Non lo so; se lo sapessi non te lo chiederei. Qualche affanno, qualche segreto dispiacere ti ha mutato. Paolone, non facciamo ciarle inutili: che cosa t’affligge?
Forse non ci vedremo più.
Perché?
Perché domani verranno gli uscieri a scacciarmi di qui. Sono rovinato. Non ho pagato l’affitto, perché l’annata è andata a male e l’amministratore del Principe mi ha intimato lo sfratto.
La fronte di Pistillo si corrugò. Le tempie gli martellavano. Le vene della fronte s’ingrossavano. I suoi occhi si iniettavano di sangue. Le sue labbra erano frementi. Ma non articolava parola. Finalmente mormorò, quasi discorresse con se stesso:
Si sfratta un uomo colla sua famiglia perché non può pagare qualche migliaio di lire, lo si mette sulla strada, si strappa il pane di bocca a lui ed a’ suoi figli!... È una indegnità. E chiamano me brigante!
Paolone udiva e non fiatava. L’ira che trasudava da tutti i pori del Pistillo lo commoveva.
Non c’è modo di aggiustare le cose?
Un solo, ha detto l’amministratore, dal quale mi sono recato ieri ad implorar pietà.
Quale?
Pagare. Capite? Pagare sei mila scudi, quando non ne ho cento in cassa; quando mancano le provviste per l’annata; quando si sono fatti tutti i sacrifici per tirare innanzi, sprovvedendosi di tutto il superfluo.
Pagare eh? ha detto l’amministratore.
Pagare o andarsene.
Ebbene pagherai.
Scherzate?
Giuseppe Pistillo non ischerza mai, quando è in gioco la vita d’una famiglia. Pagherai.
E chi mi darà i denari?
Io, te li darò.
Ma io ve li potrei rendere chissà poi quando. Ci vorranno almeno dieci anni buoni per risparmiare tal somma.
Non curarti di questo. Ci penserò io compensarmi.
La mia vita è vostra.
No, è della tua famiglia. Per che ora ti servono i sei mila scudi?
L’amministratore m’ha detto che verrà domani dopo pranzo cogli uscieri.
Sta bene: andiamo a dormire.
Sul far dell’alba Giuseppe Pistillo lasciava la fattoria.
La povera famiglia di Paolone, passò una giornata in ambascie inenarrabili. Il campagnolo s’era chiuso in un impenetrabile silenzio. Solo di tratto in tratto domandava che ora fosse.
In punto a mezzogiorno fu annunziato l’arrivo di un cavallaro che chiedeva del padrone.
Paolone gli mosse incontro sfavillante di speranza e di gioia.
Pistillo aveva mantenuto la sua parola. Il cavallaro rimise al campagnolo un grosso involto, dicendogli:
Da parte di chi sapete.
Quindi, voltato il cavallo, scomparve.
Paolone salì coll’involto nella sua camera e chiusosi dentro l’aperse.
C’erano tremila zecchini d’oro.
Il povero campagnolo, cadde ginocchioni e piangendo come un fanciullo, ringraziò la divina provvidenza.
Si trovava ancora in quello atteggiamento, quando venne bussato alla porta.
L’affittaiolo aperse e si trovò faccia a faccia colla moglie, che lagrimando gli annunziò la venuta dell’amministratore, di un usciere e due testimoni.
Siamo perduti! Siamo perduti! esclamava la disgraziata donna Poveri figli miei!
Siamo salvi disse Paolone mostrandole l’oro, cacciando le mani nel quale trovò un biglietto manoscritto che diceva:
«Trattieni l’amministratore e i suoi quanto più ti è possibile.»
Paolone rinchiuse gli zecchini nel suo scrigno e discese colla moglie incontro ai nuovi venuti.
Ebbene? domandò con piglio sciolto e un po’ motteggiatore l’amministratore, strizzando l’occhio Come va?
Come Dio vuole rispose l’affittaiolo. Ma loro signori staranno non meglio di me, dopo sì lunga strada.
Abbiamo il legno nella vostra rimessa, e i cavalli nella vostra stalla.
Impartirò gli ordini opportuni, perché siano ben trattati. Quanto a loro spero, vorranno farci l’onore di pranzare in compagnia.
Purché non ci facciate morir di fame; sogghignando rispose l’amministratore.
Non siamo ancora a tale.
La massaia volò in cucina e in breve parecchi polli passarono dalla stia alle pentole ed alle casseruole, per ingrossare il pranzo.
Intanto venne imbandita la tavola e si servirono i principi. Il pasto fu abbondante, squisito e inaffiato di ottimo vino. L’amministratore e i suoi fecero onore, mangiando e bevendo senza risparmio.
Peccato che non si possa pranzar da voi tutti i giorni! esclamò l’amministratore, sempre con piglio canzonatorio. Ma così mi spiego le difficoltà...
Difficoltà interruppe con piglio quasi altero Paolone possono presentarsi a tutti. L’abilità di un uomo è di saperle superare.
Parlate come un libro stampato. E voi sareste di quegli uomini.
A seconda dei casi. Che cosa desiderate ora, a cagione d’esempio?
Oh! una cosa da nulla, una miseria, una bazzecola, che non valeva quasi la pena d’incomodarsi: sei mila scudi, somma rotonda.
È appunto quella che vi ho preparata.
Eh? Dite?
Dico che i sei mila scudi sono a vostra disposizione.
E dove li prenderete!
Dalla mia cassa, con vostro permesso.
Giusto, regolare, perfetto! Non c’è che dire.
In tal caso, se permettete, farò venire qualche altra bottiglia.
Ma padronissimo, sor Paolone. Già io l’ho sempre detto, pagherà, pagherà. Che diamine! È sempre stato puntuale. Non può mancare: Eh! si sa, la tenuta frutta bene: non volevate tirar fuori i vecchi risparmi. Vi compatisco. Stando io al vostro posto avrei forse fatto altrettanto... Ma al mio, dovevo fare il mio dovere. Alla vostra salute, Paolone!
Così concluse il suo discorso l’amministratore. L’affittaiolo andò a prendere gli zecchini e porgendoli all’amministratore, con un foglio di carta, la penna ed il calamaio, gli disse:
Favorite rilasciarmi ricevuta di pieno saldo, controfirmata da questi signori, per maggior regolarità.
Ben volentieri.
I denari furono riscontrati la ricevuta stesa e firmata.
Ma prima di lasciarli partire Paolone tirò fuori altre bottiglie, alle quali l’amministratore e i suoi fecero le migliori accoglienze.
Quando si risolsero ad andarsene incominciava ad imbrunire. Il sacco de’ zecchini venne deposto nella cassetta sotto il sedile posteriore del legno, in cui entrarono l’amministratore, l’usciere ed uno de’ testi; l’altro passò a guidare il cavallo. Poco dopo quei dell’interno dormivano saporitamente, il cocchiere improvvisato sonnecchiava e l’animale ne approfittava per allargare e allentare sempre più il trotto.
Furono destati di soprassalto dal Pistillo, che in compagnia di quattro amici, li attendeva al varco, e mise tosto loro le mani addosso per ridurli all’impotenza. L’amministratore tentò di salvare gli zecchini, offrendo tutto quello che aveva indosso. Ma gli aggressori erano troppo ben informati; e siccome, dopo tutto, non era roba loro, si lasciarono depredare senza troppa mala grazia.
Così il generoso masnadiero ricuperò i suoi tremila zecchini e all’indomani mandò a Paolone la ricevuta di saldo.
Ma ad onta delle sue buone opere Giuseppe Pistillo doveva finir male la sua carriera. Incalzato dalla forza pubblica si nascose con tre amici in una fattoria. Assaliti, resistettero e due caddero morti; Pistillo e Giuseppe Agnone furono dopo accanita lotta arrestati, condotti a Terracina, processati, condannati e giustiziati, come avvertii, il 13 agosto. Non vollero saperne di religiosi conforti e morirono come due stoici antichi, destando l’ammirazione della folla immensa che si accalcava sulla piazza per assistere al supplizio, convenutavi da tutti i paesi circonvicini, chiamata dalla grande notorietà del Pistillo.
XXV.
L’assassinio del cognato.
Tommaso Grassi, sensale di bestiame, aveva per cognato un macellaro di Trastevere assai facoltoso. Aveva costui sposato sua sorella, una delle più leggiadre minenti di quel rione, per amore, benché non avesse il becco d’un quattrino e la trattava come una principessa. Ma questo invece di far piacere al cognato, lo irritava perché era di animo perverso ed invido. Avrebbe forse voluto che il macellaro se lo pigliasse con sé, lo mettesse a parte dei suoi affari e ne dividesse gli utili. Ma così non l’intendeva l’altro.
Pur agevolando al cognato l’esercizio del suo mestiere di mediatore e rimunerandolo largamente delle sue prestazioni, l’accorto macellaro lo teneva a debita distanza e quindi ne suscitava le bizze.
Un giorno Tommaso Grassi si recò al negozio di sua sorella e trovatala sola, un po’ colle buone, un po’ colle minaccie le estorse duecento scudi.
Risaputolo il marito abbordò il Grassi e gli disse seriamente:
Senti, Maso, quando hai bisogno di quattrini, rivolgiti a me e non a tua sorella. Non amo che le donne si impiccino in queste cose. I duecento scudi te li regalo. Fa di non chiedermene altri per un pezzo, se puoi.
Io me ne infischio dei due duecento scudi, rispose arrogantemente il Grassi.
Perché li hai dunque domandati a prestito?
Non li ho cercati a te. Credevo bene che mia sorella potesse disporre di tale miseria.
Una miseria che t’ha fatto comodo però.
Ora che so che sono tuoi, non appena avrò riscosso te li schiafferò in faccia.
Maso, bada a misurar le parole, perché non sono avvezzo a tollerare né prepotenze, né insolenze.
Il tono di voce del macellaro non era tale da ammetter repliche e tanto meno provocazioni nuove.
Tommaso Grassi gli volse le spalle e se ne andò pe’ fatti suoi, covando in cuore la vendetta.
Passò circa un mese.
Il macellaro non aveva più riveduto il cognato, né sua moglie il fratello, quando sul far del mezzogiorno del 2 aprile, Tommaso Grassi capitò nel negozio, come se nulla fosse accaduto.
Guarda chi si vede esclamò il macellaro, che era un buon diavolo ed aveva dimenticato l’alterco.
Giungi in punto, Maso, per mangiare un boccone con noi.
No, grazie: son venuto per affari rispose il Grassi.
Ne discorreremo pranzando.
Non ho fame.
E allora fa come vuoi.
Ci sarebbero delle vaccine da vendere ad un cascinale fuori di porta Cavalleggeri, che dovrebbero fare per te.
Possiamo vederle domani.
Perché no, oggi? È un figlio di famiglia, al quale è morto il padre di fresco e ha bisogno di far quattrini. Se perdiamo tempo qualcun altro ci porterà via il dolce.
Allora andiamoci stasera. Le hai vedute tu le bestie?
Sì.
Come sono?
Bellissime. Roba di provenienza perugina.
Non resta dunque che conchiudere il contratto.
Se ti fidi di me...
E perché non dovrei fidarmi. Forse sei diventato un forestiero?
Allora siamo intesi. Verso le sei vengo qui con l’amico che mi ha proposto l’affare.
Montiamo sul carrettino e ce ne andiamo, per tornare a cena. Stasera avrai fame, credo?
Speriamolo.
Così pattuito, Tommaso Grassi se ne andò. La sorella, visto che il fratello non aveva nemmeno portato alle labbra, per compiacenza, il bicchiere di vino offertogli dal marito, ne fu impensierita, ebbe una specie di vago presagio sinistro, e gli disse:
Non ci andare.
Perché?
Non so. Di notte ci son sempre dei pericoli.
Siamo in tre e non c’è a temere.
La bella trasteverina tacque, ma la sera quando vide il marito salir nel carrettino col fratello e il suo compagno, provò una stretta al cuore. Così depose in giudizio.
Tommaso Grassi e l’amico occupavano i due lati del sedile, il macellaio nel mezzo guidava e chiacchierava allegramente.
Ma ad un tratto la voce gli morì nella strozza: due coltellate una in un fianco che gli entrò in cavità, l’altra terribile nel collo, che gli recise la carotide, l’avevano colpito.
Non ebbe il tempo di proferire una parola.
I due assassini lo accomodarono bene sul fondo del carrettino e gli legarono le guide del cavallo intorno al braccio destro, quindi rivoltatolo verso la città, con due frustate lo sospinsero a disperata corsa.
Il carrettino non fu fermato che a porta Cavalleggeri, dove si accorsero del delitto.
Tommaso Grassi e il suo complice si erano, impossessati del denaro che il macellaio aveva portato con sé per pagare le vaccine e speravano di poter uscire dallo Stato. Ma la pronta denunzia della moglie dell’ucciso, sventò i loro progetti e vennero arrestati in Roma stessa dove erano rientrati per altra porta.
Eretto il processo Tommaso Grassi confessò cinicamente il delitto, asserendo d’averlo commesso per vendetta. Il complice negò assolutamente d’aver partecipato e fu in questo sostenuto anco dal principale accusato. Disse che le coltellate le aveva date al macellaio il Grassi all’improvviso, e senza ch’egli potesse pensare a difenderlo; e per tal modo poté salvare la sua pelle, essendo stato condannato il Grassi all’impiccagione e lui a star sotto la forca durante l’esecuzione.
Eseguii la sentenza la mattina del 15 aprile 1807, sulla piazza di Ponte Sant’Angelo con enorme concorso di gente, perché l’atrocità del misfatto e la notorietà delle persone, avevano suscitata una impressione profonda in città.
Tommaso Grassi provvide alla salvezza dell’anima sua, confessandosi e parve negli ultimi momenti veramente pentito. Fu condotto in carretta insieme al suo complice, circondato da uno stuolo di confortatori.
Giunto al palco, scese prima il compagno, che fu assicurato con ferri allo sgabello dal quale doveva assistere alla impiccagione del Grassi.
Questi salì un po’ vacillante e sorretto la scala, ma prima di essere lanciato nell’eternità, mentre aveva già il laccio al collo, disse addio al suo complice, il quale rimase impassibile, come se avesse assistito non ad una impiccagione, ma agli esercizi di qualche funambolo.
Era proprio uno spirito forte.
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