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XXVIII.
Grassatori vili. Un patto nefando.
Il 2 maggio 1807 ebbi ad impiccare e squartare a Campo Vaccino Cesare di Giulio e Bernardino Troiani due grassatori dei dintorni di Roma, che avevano dato molto da fare ai birri. Ma le loro gesta non meritano punto di essere rammentate, perché non uscirono mai dalla più ignobile volgarità. Purtroppo anche il delitto ha un’aristocrazia propria. Si rivelano in esso, come in tutte le cose, la maggior elevatezza dell’ingegno e del coraggio, il carattere più nobile del delinquente e la forza d’animo più intensa.
Questi due malfattori, che dopo aver fatto strage di poveri viandanti e dimostrata una efferatezza straordinaria contro gente infelice, al cospetto della morte tremavano come foglie si raccomandavano alla pietà universale e piangevano come fanciulli, o come donne, destavano un senso di ripulsione nella folla accorsa per assistere alla esecuzione, non molto densa però. Non appena furon staccati dalla forca gli spettatori si diradarono. Pareva che il pubblico non volesse conceder loro l’onore di vederli fare a pezzi.
I loro quarti restarono appesi al palco fino a notte, perché la compagnia di San Giovanni tardò a recarsi a prenderli per dar loro sepoltura. E quando lo fece si trovò che due quarti erano scomparsi, e corse la voce per Roma, che erano stati rubati per venderli. Pare cosa impossibile. Ma per quante indagini siano state fatte, non si giunse a sapere chi l’aveva portati via.
Molto più interessante riuscì, invece un’altra doppia esecuzione ch’ebbi a fare il 6 luglio a Gubbio, in persona di Giuseppe Brunelli e Agostino Paoletti.
Conviveva il primo da parecchi anni con Margherita Cruciani, formosissima donna, che aveva già avuto diversi amanti quando si diede al Brunelli. Alta e grossa della persona, densa di forme, rosea di volto, con begli occhi neri, folte sopracciglia e prolissa capigliatura della stesso colore, doveva necessariamente piacere e piacque a molti.
Il Brunelli se ne incapricciò a morte e tanto fece e tanto disse che la persuase a mettersi con lui. Ma le sue risorse erano scarse assai: esercitava la professione di sensale di bestiame a que’ tempi non molto proficua. In breve, per mantenerla in uno stato d’agiatezza superiore alle sue forze economiche, egli diede fondo a tutti i suoi risparmi e si trovò a dover vivere col solo frutto delle sue mediazioni.
Il povero Brunelli si assoggettava ad ogni maniera di privazioni. Ma con tutto ciò non riusciva a mantener Margherita come per l’addietro, ed egli prevedeva che un giorno o l’altro ella lo avrebbe abbandonato.
Vivere senza di lei gli sarebbe tornato impossibile. L’amava troppo e ne era anche ricambiato con sufficiente intensità, perché robusto e forte nelle lotte genetiche. Un bel giorno, anzi un triste giorno, Margherita e Giuseppe si trovarono senza mangiare, alla lettera, senza mangiare.
Dopo aver a lungo meditato, tutto chiuso in se stesso, Brunelli trasse un profondo sospiro dal petto e accostandosi alla sua donna, le disse così:
Senti, Margherita: io non ho core di farti più a lungo soffrire. Tu sei ancor giovane e bella e non ti mancheranno prontamente altri amanti, che provvederanno largamente ai tuoi bisogni.
Vuoi dunque lasciarmi? gli rispose la donna, mostrandosi un po’ corrucciata.
È necessario.
Eppure mi hai detto e ripetuto le mille volte che non avresti saputo menare innanzi l’esistenza lontano da me.
Ed è vero: strettamente vero, adesso come allora.
Non ti comprendo più. Che cosa vuoi fare?
Una cosa molto semplice: senza di te non posso vivere, con te non posso vivere. La vita mi è dunque impossibile in tutti i modi e ho deciso di ammazzarmi.
Margherita che conosceva benissimo il carattere del suo uomo e sapeva che non era tale da far ciarle inutili, gli gettò atterrita le braccia al collo e tirandosi la sua testa sul seno, lo baciò sulla bocca passionatamente, dicendogli:
E credi tu che io resterei al mondo senza di te?
Margherita è necessario; io non voglio, io non posso vederti soffrire. Vedi la miseria ci ha assaliti appunto perché le preoccupazioni mi tolgono dal dedicarmi con maggiore alacrità agli affari.
Ebbene, lo vuoi? Moriamo insieme.
Manco per sogno.
Mi credi incapace? Piuttosto che perderti farei tutto.
Tutto?
Sì, tutto replicò la donna con intenzione. Come sono disposta a gettar la vita per te e con te, lo sarei a...
Continua, febbrilmente agitato le disse il Brunelli continua.
Impossibile, se mi guardi con quegli occhi di fuoco: mi fai paura.
E tornò ad avvinghiarlo colle sue belle e rotonde braccia, dalle quali si era tolto, stringendoselo con forza maggiore, e inebbriandolo di baci e di carezze.
Nel delirio della passione Beppe perdette il senno della propria dignità, e avendo in parte indovinato ciò che Margherita voleva proporgli, le mormorò con fioca voce, quasiché non volesse che udissero le orecchie le parole pronunziate dal suo labbro:
Prosegui, Margherita, t’ascolto. Ormai puoi tutto dire.
Potrai sempre respingere la mia profferta, riprese la donna rinfrancata, e mi troverai sempre pronta a seguire il tuo esempio, uccidendomi.
Parla.
Se un altro si incaricasse delle nostre spese? susurrò, più che non disse Margherita.
Beppe sentì un fiotto di sangue salirgli alla testa; un accesso di gelosia lo colse e tonò:
Hai un altro amante, dunque?
No. Te lo giuro riprese prontamente la donna altro amante non ho e non avrò mai, perché io sarò sempre per te, per te solo. Mi capisci?
Sì e no. Spiegati.
Non ho e non avrò mai un amante. Ma potrei, volendolo tu, avere un protettore, un uomo facoltoso che ci aiutasse.
Possedendoti?
Accordandogli ciò che posso concedergli, il corpo, null’altro.
Giuseppe Brunelli si passò la mano sulla fronte madida di sudore. Il sangue gli martellava le tempie. Una voce gli diceva: «Uccidi questa vipera che ti avvelena, che ti conduce all’infamia.» Ed era la voce della coscienza, la voce del dovere. E un’altra voce gli diceva: «Consenti: in fin de’ conti, non è tua moglie; il tuo onore non ne soffre. Potrai sempre staccartene, se ti ispirerà disgusto.» Ed era la voce della passione brutale.
Margherita, con quella perspicacia profonda che è tutta della donna innamorata, comprese di primo acchito la lotta che si combatteva nell’animo di Beppe. E nuovamente abbracciandolo con tutto il trasporto, gli mormorò:
Se non vuoi, moriamo. Moriamo subito.
Poi correggendosi:
Subito no. Godiamo un’altra notte d’amore, prima.
La ragione di Brunelli vacillava in quegli amplessi. La coscienza perdeva ad ogni istante terreno: e la foia erotica lo guadagnava.
Perdere una donna che lo amava così? Rinunziare a quelle ineffabili ebbrezze? Affrontare l’ignoto? Perché? Per un pregiudizio. Che gli caleva, se un altr’uomo gioisse di lei, quando era certo che ella non ne avrebbe divisi i godimenti?
Se acconsentissi, mormorò tu mi sprezzeresti?
Ti adorerei, se è possibile, più di quanto ti adoro, perché il sacrificio che faresti, mi sarebbe una prova del tuo affetto.
E quest’uomo?
C’è.
Ti sei già data a lui?
Mai.
Ti ha fatto delle proposte?
Mille volte.
E le hai respinte?
Sempre.
Giuralo per la memoria di tua madre, di tuo padre, per quanto hai di più sacro.
Lo giuro.
Ed è?
Agostino Paoletti.
Il macellaro?
Lui per l’appunto.
Un anziano.
Ti duole? domandò scherzando Margherita a Peppe baciandolo un’altra volta sulla bocca, con uno di quei baci, che danno le vertigini anco all’uomo di più freddo temperamento.
Sia come vuoi.
Grazie.
Dunque lo desideravi?
Per te.
Io dovrò ignorar tutto?
Al contrario; vuole il tuo pieno consenso, la tua formale adesione.
Ma è un mercato adunque che vuol stringere?
No: vuol essere sicuro del fatto suo: ha paura.
Lo credo. Se vi avessi sorpresi sarebbe stata la morte per tutti.
Seguì al colloquio una notte, che fu per Margherita e Beppe, un’orgia d’amore.
XXVI.
La scoperta del macellaio.
Agostino Paoletti era un uomo sulla cinquantina dalla larghe spalle, dall’ampio torace, dalla testa grossa, munito d’un naso formidabile e d’una larga bocca, le cui grosse labbra davano chiaro indizio di una sensualità molto pronunciata. Giovialone, amico del buon bicchiere e della pappatoria, come della femmina e delle sue dolcezze, s’installò con Giuseppe Brunelli e la Margherita, senza che la gente di Gubbio se ne formalizzasse troppo. Non aveva famiglia ed era quindi naturale che giunto sul declivio dell’età, ne cercasse un’altra nella quale potesse adagiarsi e trovar quelle cure e quelle attenzioni che sono indispensabili agli uomini anziani, vissuti sempre nel celibato.
Aveva nella casa del Brunelli una bella camera, ben arredata, e con un ampio letto, che gli permetteva di fare tutti i suoi comodi, senza violare quello del suo ospite. Mangiavano insieme, uscivano insieme, si divertivano insieme. Era insomma un vero matrimonio a tre, nell’intimità delle domestiche pareti, una relazione sulla quale non c’era nulla da dire nelle esteriorità.
Certamente non saranno mancate le male lingue, che, specialmente ricordando il passato di Margherita, avranno fatto delle supposizioni maligne. Ma chi si curava di loro?
Coll’appoggio del compare, così Beppe e Margherita solevano chiamare il macellaro, gli affari del Brunelli prosperavano. Da semplice sensale era salito al grado di mercante di bestiame. Aveva una stalla propria, e si assentava spesso per far degli acquisti nei paesi vicini, trattenendosi fuori anche più giorni. E così coi quattrini cresceva la sua rispettabilità. D’altra parte il contegno del Paoletti non poteva essere più riguardoso. Mai una parola, un atto, uno sguardo gli sfuggiva che potesse eccitare la suscettività del marito posticcio.
Il benessere, l’agiatezza, appesantivano però di molto il Brunelli e gli toglievano quegli ardori, che gli avevano procacciato l’amore di Margherita, la quale se ne risentiva e incominciava a concepire una certa repulsione per il suo Beppe. Sulle prime la manifestò, ma le accoglienze che ebbero le sue manifestazioni da parte d’ambo quegli uomini ai quali prodigava se stessa, la persuasero che quella non era una buona strada per lei. Cosa fatta capo ha, diceva Mosca Lamberti, e diceva bene. Non fu difficile a Margherita capacitarsene.
E pensò a procacciarsi d’altra parte quelle ebbrezze che non trovava più fra le braccia di Brunelli, e non aveva mai trovato in quelle del Paoletti.
Ritornando una notte da una delle solite sue escursioni, Beppe trovò il macellaro sul portone di casa.
Ti aspettavo, gli disse Agostino. Ho da parlarti.
Andiamo su, compare, e chiacchiereremo finché vi pare.
No, di sopra, no. Son cose che dobbiamo sbrigarle fra noi: le donne non vanno poste di mezzo.
Parve strana la proposta del macellaro a Beppe; tanto più avendo notato nel suo accento una emozione che tentava indarno di dissimulare. Tuttavia non fece vista d’avvedersene e disse tranquillamente:
Verrò domattina al negozio, se vi piace compare.
Vieni a mezzodì. Andremo a mangiare un boccone in campagna. Dirai a Margherita che dobbiamo recarci fuori per affari.
Come vi piace.
Si strinsero la mano e salirono insieme, senza dare a vedere la menoma preoccupazione.
All’indomani all’ora stabilita, Beppe si recava al negozio di Agostino. Questi aveva già socchiusa la bottega e stava ad aspettarlo. Quando lo vide comparire, serrò del tutto il negozio e disse:
Andiamo, Beppe.
Traversarono la città in silenzio e giunti innanzi ad una osteria suburbana, il macellaro entrò, comandò il pranzo in una camera superiore, e vi condusse il compare.
Pranzarono non parlando che di cose insignificanti e con evidente imbarazzo d’entrambi. Beppe non sapeva spiegarsi, per quanto ruminasse in testa, la cagione di quel convegno, il soggetto del discorso che il compare doveva tenergli e che non gli teneva. Il Paoletti non sapeva come attaccare l’argomento disgustoso e spinoso.
Quand’ebbero mangiato, il Brunelli, comprendendo che le esitanze del compare dovevano derivare dal timore, risolse d’incoraggiarlo, prendendo lui la parola e gli disse:
Beviamo sempre alla vostra salute!
Grazie! E alla vostra.
Grazie! a mia volta. Ma se, non abbiamo altre persone alle quali brindare, sarà bene che ci spicciamo. Margherita starà inquieta, forse.
Hai fatto bene a dir «forse.»
Non credete, compare, che possa esserlo?
Ormai la botta era partita, non c’era più da indietreggiare. Agostino Paoletti lo comprese e rispose:
Credo che possa avere chi la conforti, quando è sola.
Beppe scattò in piedi, posò i pugni sulla tavola e calmo pur nell’ira che gli bolliva in petto, disse lentamente:
Compare voi dite una cosa ben grave. Fose v’è sfuggita, senza rifletterci?
Non ho l’abitudine di avventurar parole senza fondamento.
Una nube di sangue passò innanzi agli occhi del Brunelli. Due opposti sentimenti lottavano in lui. Per un lato, sentiva rinascere i furori gelosi dei primi giorni del suo amore con Margherita. Per l’altro, temeva che la sua condotta alienasse il Paoletti dal loro consorzio. Si era abituato a quella felicità grassa, ed a quella beatitudine materiale, e gli pareva di non potersene staccare, se non lasciandovi un brano della sua carne.
Voi credete dunque fermamente che ci inganni? domandò con voce cupa ad Agostino.
Era la prima volta che alludeva a quella promiscuità nei godimenti della donna che avevano stabilito. Ma il Paoletti non morse all’amo e replicò non senza sottolineare il pronome:
Ho la certezza materiale, purtroppo, che Margherita ti tradisce.
Quel pronome così sottosegnato dalla voce del compare era una pugnalata per il cuore di Beppe. Lo riteneva come una offesa personale, perché Paoletti con ciò mostrava chiaramente di non desiderare la solidarietà della vergogna. Pure dissimulò, ricacciandosi in fondo all’anima l’amarezza che gli aveva prodotto. E assecondando il compare nel suo intendimento di voler sciogliere il vincolo morale che li legava, riprese:
Vi ringrazio d’avermi posto sull’avviso.
Era mio stretto dovere d’amico.
Un dovere che raramente si compie.
Non tutti coloro che lo dicono sono amici, come io di te, per la vita e per la morte.
Che mi consigliate voi di fare?
Prima coglierla sul fatto.
Poi?
Se hai bisogno d’una mano che ti aiuti, ecco qui la mia così disse lanciando un lampo d’odio dagli occhi, e brandendo un coltello.
Sarà fatto! rispose Beppe Brunelli stendendo la destra al Paoletti, che fortemente gliela strinse.
Bravo. Così parlano e così agiscono gli uomini.
Ecco intanto una esistenza infranta, una felicità distrutta, una amicizia...
Cementata, resa inscindibile, Beppe. Ricordati Beppe delle parole che ho pronunziato poc’anzi e che ora ti ripeto: per la vita e per la morte.
Per la vita e per la morte replicò il sensale stringendo fortemente la mano che per la seconda volta il macellaio gli porgeva.
Ma è tempo ti narri come avvenne la scoperta ripigliò il Paoletti. Perciò appunto qui ti condussi.
Parlate. Vi ascolto.
Una notte, mentre tu eri fuori, rientrando tardi nella mia camera udii del rumore nella tua. Supposi che tu fossi rientrato improvvisamente e mi avvicinai per aprirla; era chiusa. Udendo all’interno un bisbiglio, mi persuasi sempre più che Margherita era con te, certo sola non si trovava, bussai, e ribussai, ma nessuna risposta ottenni.
Brutta conocchia! esclamò Beppe.
Allora ebbi un’idea, vaga, un sospetto quasi impercettibile, ma che andava prendendo man mano forma e colore. Ero ancora vestito: ridiscesi pian piano per non farmi udire; giunto alla porta, che avevo, trovata aperta entrando e aperta lasciata, la rinchiusi dietro di me, e andai a collocarmi nel vano della casa dirimpetto, donde potevo vedere, ma non essere veduto, perché protetto dall’ombra densa. Dopo pochi minuti vidi il lume attraverso la mezzaluna che sta sopra la porta, ma questa non s’aprì.
Il maiale credeva di trovarla ancora aperta e aveva dovuto risalire per farsi dare la chiave. È evidente.
Infatti, passati pochi momenti, rividi il lume attraverso la mezza luna, la porta si dischiuse e ne uscì un giovinastro. Ma dietro a lui v’era un’ombra bianca.
La sgualdrina.
Margherita, discinta, che prima di lasciarlo partire gli gettò le braccia ignude al collo, lo tirò a sé e lo baciò un’altra volta.
Perché non ero ne’ vostri panni? Li avrei ammazzati entrambi, come cani.
Perché entrambi? Lui, lui solo doveva, deve morire.
E lei, la prostituta? domandò il Brunelli, al quale il racconto del compare aveva riacceso le furibonde ire gelose.
Lei sarà abbastanza punita colla morte del ganzo. E le servirà di lezione per l’avvenire.
Queste parole del Paoletti produssero al sensale l’effetto di una doccia fredda. La febbre che lo aveva per un istante assalito, scomparve. Egli lesse, allora soltanto, chiaro nella mente del macellaro, le intenzioni di lui. Voleva ucciso l’amante, che turbava la sua domestica intimità, ma salvata la donna, agli amplessi della quale non sapeva, non voleva rinunziare. Per lui, Beppe, la vendetta non era completa. Gli bastava per quanto concerneva gli interessi, ma non appagava la sua gelosia, non lavava abbastanza l’affronto subito. Margherita gli aveva giurato che ogni suo affetto sarebbe riposto in lui. Poteva dare il suo corpo ad altri, senza cessare d’essere esclusivamente sua. Invece lo aveva soppiantato un altro. Egli non era più che un secondo compare, che divideva a perfetta metà col primo i godimenti mercenari di quella donna.
Uccidere l’amante le avrebbe cagionato dolore. Ma un dolore troppo tenue a confronto del suo. E poi se ne sarebbe consolata con un altro. Doveva tornar da capo? Anche se gli venisse fatto d’ammazzare impunemente tutti i drudi che Margherita si sarebbe dato, un dopo l’altro, non si sarebbe soddisfatto, perché in quel momento, risorgeva impetuosa e prepotente la passione che gli aveva ispirato. Ad onta di questa battaglia che si combatteva nell’animo suo, Beppe si mantenne esternamente impassibile. La sua decisione era presa: avrebbe ucciso l’amante ed eseguito poi contro la donna una vendetta lenta, lunga, inesorabile, inestinguibile, come il suo dolore.
Paoletti attribuiva il breve silenzio del Brunelli, ai calcoli che andasse facendo per compiere la decisa uccisione dell’amante di Margherita, e volle tosto informarlo dei particolari ulteriori della sua scoperta, affinché gli servissero di norma.
Lasciai il tempo riprese a dire il macellaro a Margherita di risalire e di ricoricarsi, poi andai a letto anch’io. All’indomani mattina la rividi, ma né lei parlò a me della notte, né io ne feci cenno a lei. Per due o tre notti vigilai attentamente; ma l’amante non venne più.
Si saran dato convegno fuori.
È appunto quello che pensai. Mi posi sull’avviso e mi accorsi tosto che Margherita usciva di buonissim’ora e restava fuori per mezza giornata. L’altra mattina mi appostati e quando la vidi uscire la seguii non veduto alla lontana. Alla porta s’incontrò con l’amante, li seguii ancora e vennero qui.
Qui? chiese esterefatto per la sorpresa Beppe.
Qui. Li lasciai entrare, quindi entrai io pure. Presi lingua dall’oste, che è un mio conoscente e seppi che i due colombi vengono qui ogni mattina a tubare per due o tre ore. Domandai all’amico che mi desse una camera vicina, d’onde potessi vedere senza esser veduto, e udire all’occorrenza, ed ebbi questa. Guarda un po’ da quella porta.
Il sensale s’alzò e andò a guardare fra le commessure dell’uscio dirimpetto alla tavola sulla quale sedevano. Si vedeva il letto ancora disfatto.
Dunque son venuti anco stamani? gridò, sorpreso ancora da uno de’ suoi accessi di gelosia.
E verranno ancora domani, rispose il compare, marcando le parole con intenzione.
Risparmieremo all’oste l’incomodo di rifare il letto.
Paoletti rise sinceramente di questo frizzo di mediocre gusto, quindi disse:
Bisognerà che fingiamo di assentarci.
No: sarebbe un errore. Certa di poterla fare impunemente sarebbe capace di riportarsi a casa il drudo. Partirò io solo: voi continuerete come di consueto.
Ci troveremo fuori di porta all’alba.
E così sia.
Il macellaro e il sensale discesero, pagarono il conto all’oste e tornarono in città, tranquilli e soddisfatti, come se avessero combinato una partita di piacere.
XXVII.
L’inesorabile vendetta.
Era una fresca mattina di primavera: il sole levante spargeva una luce blanda e quasi rosea sulla verzura della campagna; gli uccelletti gorgheggiavano sulle piante, dalle fronde tuttora irrorate di rugiada, il saluto al dì nascente. Una lieve brezza montana agitava i fiorellini sui loro gracili steli e saturava l’aere di aromi silvestri. C’era una pace d’amore nella natura che incantava e avrebbe reso poeta anche me, Giovanni Bugatti detto Mastro Titta, che in fatto di versi conosco solo il rantolo de’ miei impiccati e i queruli lamenti dei giustiziandi paurosi.
Margherita e il suo drudo, levatisi sul far dell’alba, s’erano incontrati al solito luogo di convegno e si avviavano verso la porta della città, allegramente cianciando:
Dunque il tuo uomo?...
Se ne è andato ieri per certe compere di vaccine e starà fuori una settimana buona.
E il vecchio?
Il vecchio mi tiene il broncio. Da quella notte che venne a bussare e non gli aprii, non mi ha più importunato.
Gli fosse nato qualche sospetto?
Non c’è pericolo. D’altronde che vuol egli? Lo tollero, è anche troppo. Non ti pare?
Altro che parere! Per parte mia vorrei che gli pigliasse un accidente dove si trova.
A letto, poveraccio.
Tanto meglio: così non avrebbe a soffrire.
E chi ci farebbe poi le spese?
Deve aver del denaro quel macellaro.
Ne ha di certo. Ma ciò che è suo, non è mio.
Dovrebbe però diventarlo.
Così fosse.
Che faresti?
Prima di tutto manderei a farsi ammazzare Beppe.
E se non volesse andare?
Te ne incaricheresti tu?
Questa domanda lanciata così a bruciapelo dalla formosissima donna fece correre un brivido per fossa al giovane. Ma eran giunti in quel punto alla porta ed era naturale che il drudo non rispondesse.
Precedettero in silenzio per parecchi minuti, finché giunsero all’aperta campagna. La strada era deserta. Soltanto giù per i colli si vedeva qualche contadino intento ai lavori agrari.
E poi? chiese finalmente il giovinotto, nelle vene del quale ricominciava a fermentare il sangue.
Poi? Sarei tua, tutta tua, esclusivamente tua.
Il giovane inebbriato da queste parole cinse col braccio sinistro la vita di Margherita e passatole il destro intorno al collo l’attirò dolcemente a sé e la baciò con fervore.
La donna corrispose con pari ardore al bacio ed all’amplesso.
E così continuarono per buon tratto di strada, folleggiando, cogliendo fiori, abbracciandosi e ripetendosi giuramenti d’amore e rincorrendosi l’un l’altro, come giovanetti innamorati.
Oh! se potessimo passar la vita eternamente così esclamò in un momento d’ebbrezza la donna, mentre l’amante presala improvvisamente fra le braccia a tergo le premeva, il turgido seno e la baciava sulla bocca, avendo ella rovesciata indietro la testa.
Sempre così? dipende da te.
Da me? E come mai? domandò Margherita fermandosi di botto.
Incomincia a sbarazzarti del vecchio.
Vorresti?
Perché no? Conosco una strega che compone filtri amorosi.
Ebbene?
Propinandogliene ogni giorno in dose abbondante...
Mi annoierebbe anco più del solito interruppe la donna, alzando le spalle, come se dalle parole dell’amante avesse tratta una delusione.
Il giovane si era fermato anche lui. La strada in quel punto faceva gomito e il fianco coperto d’arbusti, formava una specie di chiosco aperto sul davanti, chiuso dietro, con una banchina naturale nel mezzo.
Vieni qui al mio fianco, ascoltami: riprese l’amante andando a sedersi sulla banchina e traendosi dietro Margherita per una mano.
Continua pure. Ma mi pare una grande pazzia quella che tu pensi.
È il mezzo più sicuro per togliersi dai piedi un uomo innanzi negli anni, senza aver poi impicci. Il filtro amoroso agisce, tu l’assecondi con quanto maggior ardore ti è dato. Nel delirio della passione, fra un trasporto amoroso e l’altro, ottieni da lui tutto ciò che ti piace e in brevi giorni il vecchio, disfatto, se ne va.
E tu vorresti?...
Voglio averti mia, tutta mia, esclusivamente mia, come dicevi poc’anzi, mormorò il giovanotto cingendola di bel nuovo colle braccia, e suggellandole la bocca colle proprie labbra.
Ma in quel mentre s’udì un fruscio di fronde dietro il chiosco e i due amanti balzarono in piedi spaventati.
Che c’è? domandò Margherita sgomenta; e l’altro per chetarla, prontamente rispose:
Nulla, qualche lepre, od altro selvatico...
Non terminò la frase, perché due uomini sbucati dietro la fratta si gettarono sopra di lui e lo buttarono a terra, prima che potesse rinvenire dalla sorpresa e porsi sulla difensiva.
Il più accanito era il più anziano. Non aveva quasi più aspetto umano, tanto l’odio che gli gonfiava il petto lo aveva trasfigurato.
Inginocchiato sopra il giovane lo teneva colla sinistra afferrato per il collo, e colla destra gli vibrava coltellate su coltellate. L’altro assalitore, pur ansioso di colpirlo, teneva il coltello sollevato sopra l’infelice e studiava il posto in cui ferirlo. La donna si cacciava disperata le mani nelle chiome, non sapendo decidersi, né a far cessare quella carneficina, né a fuggire.
Aveva riconosciuto Beppe e il macellaro e sopraffatta dallo spavento, pareva attendesse a sua volta la morte, conscia d’averla meritata.
I due assassini non tardarono molto a rialzarsi. Sfogata la libidine del sangue, saziata la sete di vendetta, essi compresero che dovevano provvedere alla loro salvezza.
Beppe le si avvicinò, e presala per una mano, mentre essa faceva con ambedue schermo alla vista, la trascinò innanzi al cadavere dell’ucciso amante, e gli disse:
Bada bene! Questa fine faranno tutti gli amanti che arrischiassi di prendere. Quanto a te, ben altro ti aspetta, se osassi fiatare su quanto hai visto.
Il macellaro s’era frattanto recato il cadavere sulle spalle e disse a Beppe:
Andiamo a seppellirlo.
Vattene! intimò il Brunelli a Margherita e se qualcuno ti interrogasse, mozzati la lingua coi denti, piuttosto che parlare! Soffriresti meno.
Margherita si mosse automaticamente, quasi obbedisse a tutt’altra volontà che la sua. Pareva in istato di sonnambulismo. Pallida come una morta, cogli occhi spenti e cerchiati di nero, le labbra livide e cascanti agli angoli, rifece quella strada che pochi momenti prima aveva percorso, inebbriata d’amore, gaia, festosa, ansiosa di piaceri e di godimenti.
Brunelli smosse co’ piedi la terra inzuppata di sangue e ne fece scomparire le traccie; quindi s’avviò dietro il Paoletti, che si era messo per una stradicciuola traversale. Camminarono per un quarto d’ora, Beppe aveva chiesto al macellaro:
Volete che vi aiuti? Il fardello dev’essere pesante.
Non occorre, aveagli risposto il Paoletti, lo porterei volentieri in capo al mondo: è un piccolo servigio che gli rendo.
La stradicciuola menava ad una spianata ov’erano parecchi pozzi di calce.
Adesso dammi una mano, disse il macellaio.
Beppe si fece innanzi e prese per i piedi il cadavere, che l’altro aveva deposto a terra, il macellaro lo afferrò per le spalle e, dopo averlo bilanciato un po’, lo gittarono nel pozzo più ampio.
Terminato! esclamò, emettendo un sospiro di soddisfazione, Agostino Paoletti.
Ed ora? domandò il Brunelli.
Ora è meglio che tu te ne vada pe’ tuoi affari e resti fuori per una settimana ancora, come avevi annunziato. Eccoti del denaro, se ti serve. E porse una borsa al sensale, il quale se la pose tranquillamente in tasca, dopo averla per un istante palleggiata in mano.
Io, continuò il macellaro, torno a Gubbio. Non istare in pensieri. Se ci saranno novità te ne farò avvertito.
Così i due complici si lasciarono.
Rientrando in casa la sera il Paoletti, trovò Margherita seduta su di una scranna, silenziosa, immobile. Le si accostò e parve ch’ella non lo riconoscesse. La scosse con una mano e non mostrò avvertirlo.
Tutti gli sforzi fatti per richiamarla in sentore furono frustrati. Il macellaro pensò bene di andarsene a letto, sperando che durante la notte, o si sarebbe scossa da sé, o un’idea sarebbe venuta a lui. Ma all’indomani mattina, la trovò tuttora immobile, silenziosa e cogli occhi sbarrati sempre allo stesso posto.
Convenne chiamare un medico il quale la dichiarò alienata di mente e la fece trasportare all’Ospedale, non potendosi lasciarla abbandonata a se stessa.
Due giorni dopo venne trovato nel pozzo della calce il cadavere dell’assassinato: ad onta delle bruciature sofferte si riconobbero sul suo corpo le ferite infertegli dai coltelli di Paoletti e di Brunelli e tosto la voce pubblica accusò costui del delitto.
Il fiscale ne ordinò la ricerca e l’arresto che venne prontamente eseguito. Tradotto in Gubbio dai sbirri fu tosto posto a confronto della ganza; la quale alla sua vista fu assalita da una crisi nervosa, susseguita da un deliquio quasi mortale.
La prova era assai grave, ma non definitiva e il Brunelli negava ostinatamente, dicendo di non saperne nulla. Continuarono le indagini. Si trovò l’oste, dal quale Margherita si recava coll’amante, e questi abilmente interrogato finì per confessare che il macellaio era stato da lui e aveva voluto una camera vicino a quella in cui si trovavano i due amanti, che vi era pur tornato col sensale e che nella medesima camera avevano pranzato insieme.
Posto a confronto anche con costui, Beppe Brunelli negò tutto e trattò l’oste da pazzo. Intanto era stato arrestato anche Agostino Paoletti, perché dalle investigazioni fatte risultò che egli aveva una tresca con Margherita, della quale il Brunelli doveva essere informato e consenziente. Così l’istruttoria pervenne a ricostruire il dramma. Anche il macellaio fu condotto innanzi alla pazza e questa appena lo vide si rizzò a sedere sul letto, sul quale si trovava, e fulminandolo collo sguardo, che aveva ripreso in quel momento tutti i suoi bagliori, gridò:
Assassino! Assassino!
Quindi ricadde riversa sul letto.
Ma le prove indiziarie per quanto schiaccianti non bastavano, né poteva valere l’asserzione di una demente.
Si dovette ricorrere ad uno stratagemma. Si fece credere al Brunelli che il macellaro aveva tutto confessato. E siccome l’istruzione aveva assodato i fatti, il colpo riuscì magistralmente. Beppe dopo lunghe tergiversazioni, finì per fare una confessione ampia del delitto, precisandone i particolari. E alla sua tenne dietro quella del Paoletti.
Fu un trionfo per i giudici che avevano condotto innanzi il processo. E la condanna alla forca per entrambi, non si fece aspettare. Io la eseguii, come dissi, la mattina del 6 luglio, con grandissimo concorso di gente, che restò ammirata dal contegno dei due delinquenti, i quali chiesero ed ebbero i religiosi conforti e morirono da buoni cristiani, senza spavalderia e senza viltà. L’eco del processo si ripercosse da un capo all’altro d’Italia.
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