Home
Promozione del sito
Info Legali
Indice del sito
Grafica e stampa





NEGOZI SU MEDIEVALIS
CATEGORIE
CERCA

inserisci negozio


Alberghi hotel B&B agriturismi

ALBERGHI B&B e AGRITURISMI
CERCA PER REGIONE
OFFERTE
CERCA

inserisci struttura



Rievocatori
Gruppi musicali
Gruppi di spettacolo
Sbandieratori

ISCRIZIONE GRUPPO

Organizzare un evento
Promuovi il tuo evento
Contatta i gruppi

Iscrizione newsletter



Eventi medievali
Eventi celtici



Italia medievale
castelli, percorsi, musei ecc

Documenti storici
Manuali di scherma
Ricette medievali



Link
Contatti












Mastro Titta, il boia di Roma

Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

Parte 8 di 21
Prossima
Precedente
XXIX.

Omicidio brutale.

Il giorno 12 dicembre 1807 chiusi le mie operazioni di quell’anno impiccando a Narni Giuseppe Romiti, al quale toccò l’onore di iniziare il secondo centinaio delle mie esecuzioni di giustizia, nello Stato Pontificio.

Il delitto commesso dal Romiti è per i suoi particolari, uno dei più feroci, dei più barbari e dei più strani che nel lungo corso della mia esistenza io abbia avuto incarico di punire colla morte. Era Giuseppe Romiti un vignarolo dei dintorni di Narni. Avaro, egoista, crudele, egli era odiato, quanto temuto. Viveva solo come bestia, senza un amico, senza porsi mai nel consorzio dell’altra gente. Si assoggettava a privazioni di ogni maniera per accumular danaro. Aveva moglie, ma il suo matrimonio non era stato benedetto dalla prole. Convivevano con lui due sorelle e non aveva voluto maritarle mai, per non sborsare un soldo di dote. Aveva pure un fratello minore, che aveva condotta in sposa una onesta e laboriosa fanciulla, che lo aveva reso padre di due bambini, ma per questi pure non aveva un sorriso mai, sebbene fossero i soli in casa, ai quali usasse qualche riguardo e non limitasse il vitto. Egli avrebbe voluto educarli tristi, come lui e soleva dire che quando si sarebbero fatti grandicelli, li avrebbe tolti ai loro genitori, perché non crescessero disutili com’essi.

Fra tante cattiverie aveva solo un sentimento buono ed era quello di voler continuata e ricca la sua famiglia.

Da qualche tempo Giuseppe Romiti si era accorto che si commettevano dei piccoli furti agresti nel suo poderetto. Ma per quanta vigilanza esercitasse, non era mai riuscito a cogliere i ladri.

— Se mi vien fatto di pigliarli, ripeteva ad ogni tratto, giuro d’impiccarli colle mie mani.

Nel podere aveva un frutteto, coltivato con grande cura, ed amava i superbi alberi ai quali dedicava di giorno le sue fatiche, di notte i suoi pensieri. Fra questi alberi primeggiava un magnifico pero, carico di frutti, che il sole autunnale andava indorando e che formava la sua delizia e il suo orgoglio. Aveva calcolato, che raccogliendo i frutti ben maturi ne avrebbe ricavata una somma per lui non indifferente e il buon tempo lo faceva indugiare all’opera.

Un bel mattino levatosi più presto del consueto e recatosi ad esaminare il suo piccolo tesoro, lo trovò completamente spogliato. I ladri non avevano lasciate sulla pianta che le poche pere danneggiate ed immature.

La sua rabbia salì all’altezza del furor bianco. Non disse verbo tutto il giorno. Non chiese notizie a nessuno. L’ira gli dava una specie di chiaroveggenza. Gli era entrata nell’animo la persuasione che avrebbe colto i ladri e che avrebbe potuto finalmente vendicarsi di tutti i furti patiti.

Calata la sera, finse d’andarsene a letto e ci si buttò infatti, ma vestito. E quando il silenzio profondo che regnava nella casa lo avvertì che tutti erano andati a dormire, scese pian piano nell’orto e andò a rimpiattarsi in un vivaio d’alberi nani. Aspettò lunghe ore, senza fare un movimento. Aspettò colla certezza nel cuore che i ladri sarebbero venuti e con essi il momento di sfogare il livore che aveva nell’animo.

Incominciavano le stelle a impallidire e la tinta del cielo a farsi un po’ più chiara, quando udì uno stormir di foglie, dal lato della siepe, che divideva il frutteto dalla strada. Tese l’orecchio e sentì il rumore di passi, benché lievissimi. Il rumore si avvicinava. Alzò la testa e vide un giovinetto a pochi passi da lui, con un canestro sotto il braccio, che si avvicinava ad un albero di pere, meno bello di quello spogliato, ma pur promettente.

Non si mosse. Volle che il furto avesse un principio d’esecuzione. Non attese molto: il giovane scalzo, abbracciato il tronco dell’albero, vi si arrampicava. Aveva già afferrato un grosso ramo e stava per prendere lo slancio e salirvi sopra, quando Giuseppe Romiti balzò fuori del suo nascondiglio.

Rizzarsi, afferrare il disgraziato ladro per le gambe, tirarlo a terra e montargli colle ginocchia sul petto, fu un affare di pochi secondi.

— Pietà, padron Beppe, pietà di me e della mia povera mamma — mormorava supplicando l’infelice.

Il Romiti non udiva, o almeno non rispondeva: stette un momento in forse, pensando qual morte dovesse fagli fare. Una truce idea gli balenò alla mente: lo denudò, quindi legatogli i polsi e i piedi, salì lesto, come uno scoiattolo, sopra l’albero, passò il capo della corda attraverso due grossi rami, le cui cime colla forza poderosa delle sue braccia riuscì a riunire: quindi sciolto il nodo che gli avvinceva le gambe, legò i due piedi ognuno ad uno dei capi dei rami. Questi abbandonati a se stessi si staccarono e il corpo dell’infelice fu spaccato come quello di un agnello, appeso ai ganci da un macellaro e tagliato a mezzo.

Compiuta l’orribile vendetta, Giuseppe Romiti, scese dall’albero. Passava in quel momento suo fratello che recavasi al lavoro; egli lo chiamò e gli offrì la vista di quel tremendo spettacolo.

Poche ore dopo si consegnava da se stesso al bargello di Narni. Eretto il processo fu condannato all’impiccagione per «barbaro omicidio», ed io la eseguii. Morì impenitente, coraggiosamente e soddisfatto dell’opera propria.


XXX.

Un assassinio di notte.

Dopo mesi di riposo, il 17 febbraio 1816 ebbi una doppia esecuzione a fare in piazza del Popolo, ma i delinquenti non avevano alcun rapporto fra loro, e senza alcuna relazione erano i reati pei quali subivano l’estremo supplizio.

Il primo fu Francesco Perelli romano, un giovane operaio condannato, per omicidio premeditato, alla forca semplice.

Era stato trovato dai gendarmi in via Florida, di notte vicino al portone di un palazzo dove era stato commesso un assassinio in persona di un cittadino. Aveva ancora in mano uno stilletto affilatissimo con breve impugnatura di ferro, intriso di sangue, e pur di sangue erano inzuppati i suoi abiti. Non oppose resistenza di sorta all’arresto. Condotto innanzi al bargello non seppe o non volle dir nulla. Pareva inebetito. Era orrore del misfatto commesso? Era timore delle conseguenze penali che lo aspettavano? Era una prostrazione d’animo cagionatagli dalla passione che gli aveva armata la mano? Nessuno avrebbe arrischiato di affermarlo sopra coscenza.

L’ucciso era un giovane di belle sembianze, vestito signorilmente, ed appartenente a nobile e ricca famiglia. I birri lo avevano trovato bocconi sul lastrico in un lago di sangue che gli usciva gorgogliando da una ferita alla gola e da un’altra al petto in direzione del cuore. Doveva essere stato colpito da pochi minuti. Lo sollevarono e l’adagiarono a sedere sul marciapiede, appoggiandogli le reni al muro; ma non si reggeva e non dava alcun segno di vita. Bussarono tosto al portone innanzi al quale era caduto. Accorse il portiere, aprì ed informato del fatto, uscì fuori con un lume e tosto riconobbe il morto, esclamando:

— Don Enrico!... Povero don Enrico!

Poi aggiunse:

— Ma già la doveva finire così. Benedette donne.

— Lo conoscete dunque? chiesero i birri.

— Altro che conoscerlo! È il figlio del padrone di casa.

— Credete che sia stato grassato?

— Ma che grassato, non vedete che porta gli anelli alle dita e la catena d’oro al panciotto?

Era infatti così.

Gli frugarono in tasca e gli trovarono la borsa, con molti zecchini e scudi dentro e un medaglione d’avorio colla miniatura d’una bellissima fanciulla, montato con gran lusso e fregiato di brillanti.

L’ucciso venne portato nel camerino del portinaio, con ordine di non toccarlo, prima che fossero giunti gli inquirenti. E i birri un po’ tardi, se si vuole, ma pur sempre in tempo, si lanciarono fuori del palazzo per vedere se trovavano traccia dell’assassino.

Lo incontrarono infatti a via Florida a pochi passi soltanto del delitto, appoggiato ad una parete della strada e precisamente sotto un lampione, per cui dalle macchie di sangue che aveva sul vestito, dal pugnale che teneva fra mani lo riconobbero subito.

Per parecchi giorni si mantenne nel suo mutismo assoluto, e in quello stato di accasciamento nel quale era caduto subito dopo che fu commesso il delitto.

Né le lusinghe, né le minaccie avevano potuto nulla sopra di lui. Il giudice si disperava per non potere trovare un mezzo di scuoterlo.

Finalmente il quinto giorno, non appena se lo vide comparire innanzi gli disse:

— Francesco Perelli, voi non siete né un ladro, né un volgare assassino. Noi abbiamo in gran parte assodato il movente del vostro delitto. Questo ritratto che è stato scoperto in tasca alla vittima, ci servì di filo conduttore per le indagini.

Il delinquente pareva uscisse, man mano che il giudice parlava, da quello stato di semistupidità, in cui era da tanti giorni immerso: ascoltava con attenzione il suo interlocutore e negli occhi gli balenavano l’intelligenza e l’odio.

Il giudice gli porse il ritratto, dicendogli: — Guardate, un po’, Perelli, se lo riconoscete?

L’accusato afferrò il ritratto, gli diede una occhiata rapida e proruppe in un grido:

— Mia sorella!... L’infame!

— Vostra sorella, precisamente — rispose il giudice assecondandolo. Quindi, provando ad indovinare, riprese:

— Don Enrico era il suo amante?

— Il suo seduttore, dite il suo iniquo seduttore; la causa del suo disonore e della mia rovina.

— Calmatevi e narratemi i particolari di questa seduzione. Badate d’essere sincero e leale; non vi lasciate acciecare dall’odio. La verità, la verità sola può salvarvi.

Francesco chinò la testa e due lagrime cocenti gli irrigarono le gote.

— Un uomo che piange è un uomo vinto — pensò il giudice — saprò subito la verità, tutta la verità.

E riprese l’interrogatorio.


XXXI.

La seduzione.

Virginia Perelli era una bellissima ragazza di Trastevere sulla quale s’erano indarno fermati gli occhi cupidi di tutti i giovani del rione, perché quanto bella era virtuosa ed onesta.

Orfana di padre e di madre, abitava col fratello Francesco in una casuccia in via Vascellari. Occupavano una camera a terreno che serviva da cucina e due camerette superiori, alle quali si accedeva per una scaletta di legno, interna: nella prima dormiva Francesco, nell’altra Virginia.

Il fratello lavorava un po’ di falegname, un po’ di calafato a San Francesco a Ripa e, abile com’era, guadagnava discretamente. La sorella era una bravissima restauratrice di pizzi e merletti antichi, e i lavori di maggior importanza e di maggior difficoltà, venivano dai negozianti di piazza di Spagna mandati a lei e veniva ben pagata. Nella casa vivevano quindi in una discreta agiatezza; la camera di Virginia era civettuola, quella di Francesco linda. La fanciulla aveva un bel vezzo di corallo, delle scioccaie d’oro guarnite di perle come una sposa e tanti altri gioielli d’oro. Vestiva con semplicità elegante, da minente s’intende, ma senza sfarzi, chiarendo così la squisitezza del suo gusto. Quando la festa usciva col suo abito color di rosa, che gli disegnava la vita snella e dava risalto alle sporgenze esuberanti del seno e delle anche, collo scialle nero buttato incuratamente sulle spalle, fatte più ampie dai rigonfi delle mammelle, cogli scarpini scollati e le fettuccie incrociate sul collo del piede piccolo e arcuato, avente di sotto la gonna breve, guarnita di un piccolo falbalà, destava l’ammirazione universale. Le fanciulle e le mamme ne erano invidiose, i giovani innamorati. E questi si davano convegno alla chiesa di Santa Cecilia, dove soleva recarsi ad ascoltare la messa.

Né trascuravano di passare innanzi al portoncino della sua casa, ove ne’ giorni feriali soleva trattenersi a lavorare, come le altre donne e ragazze della via, per meglio godere l’aria e la luce.

Sull’imbrunire di una calda ed afosa giornata estiva, Virginia rimarcò un giovanotto, dall’ardito portamento che passava e ripassava per via de’ Vascellari, guardandola e riguardandola fissamente, e con aperta intenzione di richiamare la sua attenzione.

La sua persona alta e slanciata, il suo bel viso ovale e bruno pallido, sul quale spiccavano maggiormente il nero della barba morbida e gentile, e sopratutto il suo occhio a volta languido a volta fiammeggiante, non parevano nuovi alla Virginia. Le sembrava di averli veduti altrove; ma i ricordi le si confondevano nella memoria.

La fanciulla soleva in quell’ora andare incontro al fratello verso San Francesco a Ripa, da dove poi si recavano in qualcuna di quelle osterie adiacenti a fare un po’ di cena ed a godersi il fresco.

Quella sera esitava. Aveva paura che il giovane imprudente la seguisse. Ma alla finfine si decise: si buttò sulle spalle lo scialletto nero, ed uscì chiudendo la porta dietro di sé. Si guardò intorno un momento e non vedendo il giovane, come temeva, svoltò il vicolo de’ Salumi, affrettando il passo. Ma non appena giunta a piazza Romana se lo vide venire innanzi. Ne provò un certo sgomento non disgiunto da un’ombra di piacere, un’ombra.

— Perdonate Virgina, le disse il giovane con fare sciolto, se vi fermo per la strada. Ma ho bisogno di parlarvi.

— Non vi conosco — mormorò arrossendo la fanciulla.

— Appunto perciò: se non vi parlassi non mi conoscereste mai.

— Che avete a dirmi? Parlate, sto ad ascoltarvi. Ma spicciatevi, perché mio fratello mi aspetta.

— Il luogo non mi pare molto acconcio. Ma poiché lo volete sia così. Se permettete vi accompagnerò per un pezzetto di strada.

— No, no, io vado sempre sola.

— Né io intendo distogliervi dalle vostre abitudini. Ma per questa volta concedetemelo. In seguito poi combineremo diversamente.

— In seguito? — domandò Virginia trepidante, avviandosi col bel giovane allato.

— Sì, in seguito, Perché il nostro colloquio non sarà che il primo.

— Spiegatevi meglio.

— Nulla di più facile. Io vi amo, Virginia, e dovete esser mia.

— Ma io non voglio lasciar solo mio fratello, che mi ha levata sin da bambina, quando morirono il babbo e la mamma.

— Non c’è bisogno di lasciarlo, almeno per il momento. D’altronde chi vi dice che egli pure non si sacrifichi condannandosi al celibato per non lasciarvi? È un giovanotto e un amore l’avrà anche lui.

Questa riflessione che la fanciulla non aveva mai fatto, la scosse profondamente. Ella comprese subito la ragionevolezza della cosa e pensò: Perché non potremmo maritarci entrambi: la famiglia è dopo tutto lo scopo della vita. Da quel momento non fu più spiacente dell’incontro col giovinotto e gli prestò più facile orecchio.

— Se credete ne parlerò subito a vostro fratello.

— No, subito no. Lasciate che ci pensi io. Non avete fretta, suppongo? gli domandò piegando la vezzosa testolina sulle spalle e guardandolo con simpatia.

— Si ha sempre fretta, quando si tratta di farsi amare da una bella fanciulla, come voi, Virginia.

— Chi vi ha detto il mio nome?

— Lo so da un mese.

— Da un mese?

— Dal primo giorno che vi ho veduta, io ho deciso di farvi mia.

— Deciso? Siete molto sbrigativo. E il mio consenso?

— Sono qui per domandarvelo. Perché domandarvelo? Non me l’hanno già detto i tuoi occhi, che un po’ di bene me lo vuoi pur tu?

— I miei occhi o non hanno detto nulla, o hanno detto bugia.

— Non lo credo. Sono incapaci. Tu non sei civettuola. Non hai mai avuto amanti. Ed è per me che il tuo cuore palpiterà per la prima volta.

— Ih! Ih! Come correte! Chi vi ha detto tutte queste belle cose?

— Lo so, e questo ti provi, come prima di abbandonarmi alla passione che mi hai inspirato, ho voluto assicurarmi che ne eri degna.

— Lasciamoci. Non vorrei che incontrassi mio fratello, mormorò la fanciulla, la quale incominciava a sentirsi meno forte di sé e aveva paura di lasciarsi sfuggire una confessione della quale non v’era d’uopo, perché il giovane aveva capito benissimo l’affetto che la sua persona, le sue parole avevano prodotto sull’animo ingenuo di Virginia.

— Come vuoi. Quando ci rivedremo?

— Quando vorrete..., balbettò arrossendo la fanciulla.

— Domani.

— All’ora ed al luogo stesso. Addio... Come vi chiamate?

— Enrico.

— Enrico? Un bel nome!

— Ti piace? Ebbene, allora dimmi: «Arrivederci Enrico mio.» e dammi la mano.

— Mio? Sarà poi vero?

— Te lo giuro.

Si scambiarono una stretta e per quella sera si lasciarono.


XXXII.

Estasi d’amore — Rivelazione — Fuga.

La relazione fra i due giovani continuò: Enrico era ardito, intraprendente e rotto a tutte le arti della seduzione. La fanciulla ingenua, ardente e innamorata. La vittoria non fu troppo a lungo disputata al bravo operaio, che aveva modi così distinti e adoperava un linguaggio così diverso dagli altri.

Talvolta Virginia gli diceva:

— Tu parli come un principe.

— E vorrei esserlo.

— Perché?

— Per farti la mia principessa.

Nei trasporti, nelle ebbrezze della passione, la fanciulla dimenticò tutto... il fratello, la promessa di matrimonio... l’avvenire. Viveva quasi in uno stato d’estasi amorosa permanente.

Ma venne il giorno in cui dovette accorgersi che portava in seno il frutto di quell’amore. E allora provò una stretta al cuore, quasi fosse già presaga di quello che doveva accadere.

Intanto rimandava da un giorno all’altro la confessione del suo stato ad Enrico. Temeva che questo avesse a dargli noia, ed allontanarlo da lei. Ma un bel giorno il giovinotto se ne accorse, e le disse:

— Virginia, tu sei incinta.

La fanciulla chinò vergognosa il capo sul seno accennando di si.

— Perché non me n’hai avvertito?

— Avevo paura di recarti dispiacere.

— Certamente mi impiccia. Ma prima si sarebbe potuto rimediare.

— Come? — domandò Virginia sbigottita.

Enrico comprese d’essersi spinto troppo oltre e tentò riparare. Ma il suo spirito era troppo conturbato e cadeva di errore in errore.

— Non puoi restar qui, — le disse — fra breve tutti se ne accorgerebbero, e diventeresti la favola del quartiere.

— Mio fratello mi ucciderebbe — mormorò la fanciulla.

— Come uscirne?

— Sposami! — esclamò Virginia, trovando ad un tratto tutta la sua energia di trasteverina, con una di quelle insurrezioni dell’animo che sono proprie dei grandi caratteri.

— Sposarti, sta bene — rispose con poca franchezza il giovane, al quale aveva fatto grande impressione lo sguardo con cui l’aveva fulminato la fanciulla mentre emetteva quel grido: sposami! — Sposarti, certamente, lo farò, ma non adesso, non lì per lì.

— Vorresti dunque espormi alla vergogna certa ed alla morte probabile?

— No no. Manco per sogno.

— Come si fa dunque?

— Senti, io ho una villetta presso Albano.

— Tu possiedi una villetta? — esclamò più che mai turbata, Virginia, da quella rivelazione. — Dunque tu non sei un operaio, come mio fratello, come me? Dunque mi hai ingannata? Dunque mi hai sedotta per puro passatempo. Dunque hai fatto di me una donna perduta? Dunque non mi ami, non mi hai amata mai!

Riscaldandosi man mano che pronunziava queste parole, Virginia era diventata una fiera. Con quella meravigliosa intuizione che è tutta propria delle donne quando si trovano subitamente tratte in un grave pericolo, ella aveva perfettamente compresa la situazione. Per lei non c’era più salvezza possibile e non c’era più amore. Ma restava la vendetta, e questa voleva assaporarla.

Lesta come il fulmine si strappò dai capelli uno stiletto d’argento, col quale li teneva fermati alla sommità del capo, e si lanciò sul giovinotto per colpirlo; ma questi fu abbastanza pronto per scansare il colpo.

Ma non perciò si calmò la furia di Virginia. Col superbo mantello dei capelli neri sciolti lungo la persona, le gote avvampanti, gli occhi di bragie, il petto ansante, le braccia tese, divinamente bella e fascinante, tornò a farsi sopra Enrico e riuscì a sfiorargli il collo colla punta dello stilletto.

Un piccolo spruzzo di sangue caldo le soffuse il volto, e allora disperata di dolore ed ebbra di passione si diede a baciargli colle labbra, quasi cauterizzanti, la lieve ferita.

— Quanto sei bella! — mormorò Enrico stringendosela al seno. E fu un’orgia di amplessi frenetici.

Stanchi, spossati, non sazi, ristettero al fine e allora il giovine così parlò alla adorata fanciulla:

— Senti Virginia, ti ho ingannata è vero. Ma ti ho ingannata perché ti amavo, perché ti adoravo, come t’amo e come t’adoro adesso. Non sono un operaio; sono un gentiluomo, appartengo ad una famiglia forte di denaro e di influenze. Se ti sposassi contro il suo volere, ed al consenso non c’è manco a pensarci, mal ne incoglierebbe a me, a te e a tuo fratello. Col tempo, forse, morti i miei genitori, andandocene via dallo stato pontificio potrei. Ma a che cullarci in vane speranze? Io t’amo; io sono tuo per la vita e per la morte. Vuoi morire? Moriamo insieme. Io sono pronto, te lo giuro. Vuoi viver? Te l’ho detto; posseggo una villetta mia, che ho ereditato da una parente, presso Albano, con un piccolo podere annesso. Io te ne faccio donazione legale, inter vivos, come dicono i notai. Tu vi starai come una regina. Io verrò a trovarti ogni giorno. Vi rimarrò delle settimane, dei mesi e sarà per noi una oasi d’amore. Darai alla luce e alleverai il nostro bimbo, il quale sarà per noi un nodo più indissolubile di qualsiasi matrimonio. Molta e lunga felicità ancora ci aspetta, o Virginia, se tu vuoi.

— E mio fratello? — mormorò la fanciulla, che si sentiva dolcemente affascinata dalle parole di Enrico, che le suonavano all’orecchio come una musica soave.

— Non saprà egli perdonarci?

— Ah! Mai. Ci ucciderebbe entrambi, se riuscisse a scoprirci.

— Dunque? Moriamo o partiamo?

— Moriamo — disse risolutamente Virginia.

— Dove? Qui?

— Qui.

Enrico trasse una pistola a doppia canna riccamente damaschinata, di quelle che allora incominciavano a portarsi, la montò freddamente, assicurandosi che le pietre focaie avrebbero ben funzionato e se l’appuntò alla tempia destra dicendo:

— Addio Virginia: fa come me.

Ma la fanciulla ratta, come il baleno, gli afferrò il braccio e gli strappò l’arma micidiale, e baciandolo sulla bocca gli sussurrò:

— Partiamo.