Home
Promozione del sito
Info Legali
Indice del sito
Grafica e stampa





NEGOZI SU MEDIEVALIS
CATEGORIE
CERCA

inserisci negozio


Alberghi hotel B&B agriturismi

ALBERGHI B&B e AGRITURISMI
CERCA PER REGIONE
OFFERTE
CERCA

inserisci struttura



Rievocatori
Gruppi musicali
Gruppi di spettacolo
Sbandieratori

ISCRIZIONE GRUPPO

Organizzare un evento
Promuovi il tuo evento
Contatta i gruppi

Iscrizione newsletter



Eventi medievali
Eventi celtici



Italia medievale
castelli, percorsi, musei ecc

Documenti storici
Manuali di scherma
Ricette medievali



Link
Contatti












Mastro Titta, il boia di Roma

Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

Parte 9 di 21
Prossima
Precedente
XXXIII.

La vendetta del fratello.

Francesco Perelli tornò a casa quella sera agitatissimo. Non aveva veduto la sorella venirgli incontro, ed un sinistro presentimento gli diceva che doveva averla colta qualche disgrazia. Giunto alla porta la trovò socchiusa. Entrò ed era buio, accese un lume e salì per la scaletta di legno alle stanze superiori. Ma vi cercò indarno Virginia.

Guardò per ogni dove per vedere se trovava qualche traccia, dalla quale arguire dove fosse andata, che cosa fosse avvenuto, e finalmente trovò sul suo tavolino da notte un foglio piegato.

Lo aprì con mano tremante e lo lesse. Diceva:

«Fratello mio.

Una fatalità contro la quale avremmo cercato invano di lottare ci separa e forse per sempre. So il dolore che ti cagiono con queste parole e lo divido. Ma il tempo rimarginerà la tua ferita. Una moglie buona ed onesta occuperà il mio posto nel tuo cuore. Ma non dimenticarmi. Non dimenticare la tua Virginia, della quale tu fosti fratello e padre e mamma insieme, la tua Virginia che t’ama e t’amerà sempre, fino all’ultimo istante del viver suo e che fa voto a Dio di poterti un giorno rivedere e di apparirti innanzi detersa d’ogni colpa e ancor degna di te.

Virginia.»

Quella lettera misteriosa colpì profondamente lo spirito di Francesco. Egli intravide una parte della verità. La forza del suo carattere vinse lo strazio dell’animo.

All’indomani, uscendo annunziò che sua sorella era partita da Roma, per andare a trovare dei parenti in montagna. Ma dei sorrisi ironici accolsero le sue dichiarazioni e delle parole abbastanza maligne, specialmente da parte delle donne:

— Già si capisce! Ingrassava a vista d’occhio quella povera ragazza. Doveva avere qualche malattia segreta, nella pancia. L’aria di montagna le avrebbe fatto bene, fra cinque o sei mesi sarebbe tornata svelta come prima. Non c’era da formalizzarsene. Sono mali che toccano alle ragazze, quando hanno l’abitudine d’uscire a prender il fresco verso sera ed hanno paura d’andar sole.

Queste ed altre frasi congeneri erano frecciate al cuore di Francesco. Nondimeno ebbe la forza d’animo di dissimulare; rispose che Virginia non sarebbe forse più tornata, perché in montagna aveva un cugino che l’aveva chiesta in sposa.

— Meglio così, gli venne replicato. I cugini di montagna sono fatti apposta per questo. Se no, che ne avverrebbe delle povere ragazze di città abbandonate da loro amanti gran signori travestiti da operai?

Breve, di parola in parola, una qua, l’altra là, Francesco venne a saper tutto o quasi tutto. Virginia aveva un amante che vestiva da operaio, ma mostrava di non esserlo punto col suo portamento e le sue maniere. Non salutava nessuno, guardava la gente d’alto in basso. Aveva incominciato a ronzare intorno alla casa. Una sera aveva seguito la ragazza, le aveva parlato e s’erano evidentemente intesi, perché d’allora in poi, tutti i giorni l’accompagnava e prendevano le strade più lunghe e più deserte. Poi il bel giovane aveva incominciato ad entrare in casa: si tratteneva pochi momenti, sulle prime. Ma i pochi momenti erano diventati molti e lunghi. La frittata, dicevan le donnicciuole, ormai era fatta. Non c’era che d’andare in montagna.

Francesco represse il suo sdegno e consacrò tutte le sue indagini per ritrovar la sorella. Un suo amico, che amava Virginia, avrebbe voluto sposarla ed era stato da lei rifiutato, l’aveva veduta una sera coll’amante ed era certo di riconoscerlo sotto qualunque spoglia, s’unì a lui per far le ricerche. Ma tornarono vane per lungo tempo.

Un giorno che passeggiavano insieme a Villa Borghese, all’ora del Corso, l’amico strinse fortemente il braccio di Francesco e accennando un elegante giovanotto che guidava una superba pariglia disse:

— Eccolo, eccolo.

— Chi?

— L’amante di tua sorella..

— Quello.

— Sì.

Francesco non ascoltò altro: si lanciò dietro il legno e lo rincorse finché lo vide entrare nel palazzo di via Florida. Allora s’informò chi era e lo seppe.

All’indomani si presentò al palazzo chiedendo di don Enrico. Questi, di nulla sospettando, lo ricevette in presenza di sua madre. Francesco non seppe contenersi, e non appena si trovò in faccia a lui proruppe:

— Che ne hai fatto di mia sorella, assassino, seduttore vigliacco?

Enrico fece del suo meglio per contenersi senza irritarlo viemaggiormente. Ma fu fatica sprecata. Francesco lo investì con una sequela di vituperi e gli andò coi pugni sotto il naso.

La madre intervenne e lo fece mettere alla porta dai servitori. Questi eccedettero e ai suoi tentativi di ribellione, risposero a suon di bastonate. Francesco dovette tornarsene a casa assai malconcio.

Allora mutò tattica e si diede a spiare le abitudini del giovane col proposito di ucciderlo. Ma Enrico si era recato alla villetta d’Albano per assicurarsi che nessun pericolo minacciasse la sua Virginia, ch’egli amava più che mai, e stette assente parecchi giorni.

— È fuggito, il codardo! — bestemmiava Francesco.

Dopo pochi giorni Enrico tornò. Tornò raggiante di felicità perché aveva avute le più tenere prove d’amore dalla sua diletta Virginia, e s’era accertato che suo fratello non aveva scoperto il ricovero.

Alla sera, verso la mezzanotte, ritornava a casa, quando fu assalito da Francesco, che risaputo il suo ritorno, si era posto in agguato vicino al portone.

Non appena lo vide gli si slanciò sopra e gli diede una pugnalata alla gola, togliendogli la possibilità di parlare, poi una seconda al cuore che lo estinse!

Enrico era caduto al suolo fino dal primo colpo e Francesco si era rovesciato sopra di lui.

Quando si rialzò una nube di sangue gli aveva offuscata la ragione, stette come stupido, senza neppur pensare ad allontanarsi dal teatro del delitto. Se lo avesse fatto gli sarebbe stato agevolissimo di sottrarsi alle conseguenze del medesimo. Ma egli era quasi inconscio di sé. Quando i birri lo arrestarono, come avvertimmo, a pochi passi dal palazzo sotto il portone del quale aveva pugnalato Enrico, era già scorsa una buona mezz’ora.


XXXIV.

Ultime parole di un condannato.

Quando il giudice ebbe mostrato a Francesco Perelli il ritratto di Virginia e questi lo aveva riconosciuto, il compito dell’istruzione del processo divenne facilissimo. L’accusato narrò per filo e per segno la storia degli amori di sua sorella coll’assassinato, quale l’aveva risaputa dal vicinato. Virginia venne chiamata in testimonianza. Il suo incontro col fratello fu straziante.

Ella completò le deposizioni di Francesco, senza cercare di aggravarne la posizione, né di offendere la memoria dell’ucciso suo amante, del quale vantò l’affezione e la nobiltà del trattamento fattole, in espiazione della seduzione.

Francesco sbuffava d’ira, udendola parlare in favore della vittima e diede in escandescenze feroci, facendola segno di contumelie e vituperi ed imprecando alla sorte che non gli permetteva di uccidere pure lei, come il suo drudo.

Questo alienò all’accusato l’animo dei giudici e Francesco Perelli ad onta delle circostanze che attenuavano la parte del suo misfatto fu condannato a morte, mediante strangolamento. Udì imperterrito la sentenza, ed esortato a prepararsi ad una buona morte rispose che vi si era preparato fin dal momento in cui aveva deliberato l’uccidere il traditore della sua famiglia, il seduttore di sua sorella. Invitato a perdonare se voleva essere perdonato, replicò che avrebbe perdonato se avesse potuto uccidere anche la Virginia, perché così avrebbe cancellata l’onta di cui s’era coperta. Sollecitazioni, preghiere, minaccie a nulla valsero. Non volle saperne di confessarsi, respinse i confortatori e morì impenitente, movendo francamente dalla carretta ai gradini del patibolo. Mentre stavo per buttargli il laccio al collo, si scansò rapidamente e rivolgendosi alla folla gridò:

— Popolo impara come si vendica dei nobili e come ben si muore vendicati.

Pochi momenti dopo era lanciato nell’eternità.


XXXV.

Una esecuzione difficile.

Non appena la compagnia di San Giovanni ebbe staccato e trasportato il cadavere del Perelli alla sua chiesa, dovetti recarmi alle carceri di Tordinona per pigliarvi il grassatore Carlo Castri, che era stato condannato — per quel giorno stesso — alla forca ed allo squarto. Ci volle un po’ di tempo, perché il reo aveva opposta la più energica resistenza, ai carcerieri, ai birri ed a me stesso prima di lasciarsi porre sulla carretta. Gridava come un ossesso e non voleva saperne di andare al supplizio. Aveva ammazzato barbaramente tante persone, uomini e donne, vecchi e giovani ed aveva una paura spaventevole della morte. Implorava grazia per tutti i Santi del Cielo, e urlava che il Santo Padre rappresentante di un Dio di bontà e di misericordia doveva perdonargli. Lo mandassero pure in galera, lo chiudessero nel più tetro carcere, ma gli lasciassero la vita.

Si dovette legarlo per forza e imbavagliarlo affinché s’azzittasse.

Quando giungemmo sulla piazza del Popolo, ch’era gremita d’una folla impaziente di assistere allo spettacolo di uno squartamento, si sprigionò da tutti i petti un sospiro di soddisfazione.

— Eccolo! Eccolo!

E siccome era già giunta la notizia delle resistenza che aveva fatto si aggiungeva:

— Ora è in mano di Mastro Titta, non c’è più pericolo che scappi: dalle sue mani non si sfugge.

Avvicinandomi al palco udii ancora distintamente parecchie grida di: viva Mastro Titta; e quando l’ebbi lanciato nel vuoto, col capestro ben annodato intorno al collo, scoppiarono anco degli applausi. Sicuro, mi battevano le mani, salvo a mettermi a pezzi, se fossi disgraziatamente caduto in loro potere in un momento buono. Per fortuna conoscevo bene gli umori della folla e non mi sono mai lasciato lusingare dalle cortesie, come non mi sono mai intimorito per le minaccie.

Ma non era stata agevole l’impiccagione di quell’indiavolato.

Non appena toltogli il bavaglio, ricominciò ad urlare, a chiedere grazia e ad invocare le celesti legioni perché discendessero a liberarlo. Non era svenuto come tanti altri, possedeva ancora tutte le sue forze; ma era mestieri trascinarlo e portarlo su a braccia mentre si dibatteva.

Col laccio al collo gridava ancora, fu proprio la corda che gli strozzò la parola in bocca. Impiccato, diventò paonazzo e quasi nero. Aveva gli occhi fuori dell’orbita, i capelli irti come chiodi, la lingua sporgente dalla bocca dura e irrigidita. Quando incominciai a spaccarlo, mi pareva che le sue fibre avessero ancora dei fremiti di vita. Certo non avevano perduto punto del loro calore naturale. La giornata era rigida; soffiava la tramontana e le sue viscere fumavano, come se fossero state tratte bollenti da una pentola. Al contatto dell’aria algida il fumo si condensava in grasso e deponendosi sulle mie mani, me le rendeva scivolose. Prima di tornare a casa mi ci volle una libbra di sapone per ripulirmele. Questo, commisto al sangue ed al grasso formava una spuma rossastra, che sarebbe bastata per far la barba a un reggimento di soldati.

Anche i quarti attaccati alle braccia del patibolo fumarono per parecchio tempo. Non mi era mai accaduto di vedere un fenomeno simile. Dovetti bruciare le travi della forca, perché non sarebbero state più servibili, e ardendo esalavano un puzzo orribile, che uscendo dalla porta di casa mia si diffuse per borgo Sant’Angelo, con non lieve incomodo per gli inquilini i quali mi domandarono se per avventura avevo fatto cuocere delle salsiccie d’impiccati.


XXXVI.

L’osteria di campagna — I due cacciatori.

Carlo Castri era un vinaio che aveva una piccola osteria di cucina in campagna ai Monti Parioli poco sotto Ponte Molle. Quando era buon tempo, di primavera, d’estate e d’autunno la gente che veniva dalla città la frequentava, e guadagnava discretamente. Ma d’inverno e quando imperversava la pioggia, nella sua bottega per settimane e settimane non capitava anima viva, perché godeva di una pessima riputazione, e la gente dei dintorni si guardava bene dal recarvisi.

Era molto passionato per le donne, e quelle che capitavano nei pressi della sua osteria, per far cicoria o lumache, erano costrette a pagargli un tributo in natura. Forse non eran troppo malcontente, perché Carlo era un bell’uomo, alto, con un collo taurino, indizio di forza indomita, profilo del volto corretto, candido di pelle, con piccoli favoriti bruni e occhi sfavillanti. Se gli resistevano, dalle buone passava alle brusche, e si sussurrava, che più d’una, entrata incautamente nel suo negozio, era stata da lui trascinata nella grotta e non aveva più trovata l’uscita.

Allo scarso concorso di avventori il Carlo, suppliva appostandosi sulla strada di notte e spogliando i passeggeri che incontrava, dei quali era certo d’aver facilmente ragione. Ma s’era sempre condotto con tanta furberia, che ad onta delle voci pessime che correvano sul suo conto, non era mai caduto in fallo, né aveva avuto a soffrir molestie da parte dell’autorità.

Le pattuglie in perlustrazione si soffermavano anzi alla sua osteria, ed egli faceva loro le migliori accoglienze. Spillava per loro il vino delle botti che riservava per se stesso e per i cacciatori di qualità, che ignorando la sua triste fama, non isdegnavano di fare uno spuntino da lui. Vuolsi aggiungere che pochi cuochi sapevano cuocere al par di lui un pezzo di selvaggina allo spiedo, o preparare un piatto di fettuccine, o mettere un par di polli in padella e cucinarli lì per lì, dopo aver torto loro il collo.

Si seppe poi che la stessa destrezza aveva nello sbarazzarsi dei viaggiatori che aggrediva. Appoggiato all’aforismo che i morti generalmente non parlano, per non essere denunziato, aveva contratta la poco lodevole abitudine di scannare i suoi aggressi e di seppellirne gli avanzi nelle macchie. Era un metodo molto spiccio per assicurarsi l’impunità e insieme il libero esercizio della professione di bandito, che egli aggiungeva a quella d’oste e di sicario.

Sull’imbrunire di una giornata di gennaio capitarono all’osteria del Carlo due cacciatori stanchi e trafelati. Avevano corso tutta la giornata, e portavano i carnieri gonfi di starne e di beccaccie. Uno era anziano, colla barba intera bianca, l’altro giovane senza un pelo sul volto, ma entrambi aitanti della persona, allegri e disinvolti nel portamento.

— Padron Carlo — disse il vecchio entrando — hai di che rifocillarci?

— Non roba degna delle signorie loro, ma qualche cosa c’è — rispose ossequiosamente il Castri, togliendosi il berretto di cotone bianco che portava.

— Sentiamo, che hai? — disse il giovinotto.

— M’ero messo a cuocere un’ora fa una gallina, che aveva perduta l’abitudine di farmi le uova.

— Non sarà troppo tenera — osservò sorridendo il vecchio.

— Ma ci fornirà una buona tazza di brodo — osservò il compagno.

— Hai ragione Gustavo.

— Ci butterò quattro capellini all’uovo che avevo preparato per la mia cena.

— Benissimo.

— Poi ammazzeremo un paio di polli e li faremo andare in padella.

— L’idea non è cattiva.

— Poi? — domandò di nuovo l’imberbe cacciatore, tormentato da una fame canina.

— Poi c’è del salame, del formaggio pecorino, ci sono delle uova.

— Tutto questo ci servirà d’antipasto non è vero zio? — disse il giovane.

— Sia come vuoi. Già ti mangeresti l’obelisco di San Giovanni. Dopo i polli, padron Carlo, ci potreste servire un paio di starne arrosto.

— Non ne ho, signori e mi duole. Saranno quindici giorni che non vedo un cacciatore.

— Ne hai due innanzi a te.

— È vero e il carniere mi pare ben fornito.

Il giovane tirò fuori due superbe starne e il vecchio due beccaccie.

— Magnifiche, esclamò il Castri dopo averle palleggiate una per una in mano. Ma, se vogliono un mio umile consiglio, si attengano alle starne. Le beccaccie per essere buone, bisogna siano frolle e queste mi sembrano fresche.

— Prese da mezz’ora. Sono stati gli ultimi colpi. Carlo ha ragione sono preferibili le starne.

E ne trasse altre due dal carniere riponendovi le beccaccie.

Benché solo, l’oste in pochi momenti ebbe imbandita la tavola con crema al latte, salame, pane fresco, e un boccione di vino color del topazio. I due cacciatori se ne versarono due bicchieri e dopo averli tracannati, fecero scoppiettare la lingua, esclamando all’unisono

— Buono, eccellente.

L’oste che veniva in quello coi due polli tratti dalla stia e sgozzati:

— Vino delle vigne di Montemario. Più se ne beve e più vien sete.

Pochi minuti dopo, mentre l’antipasto svaniva, s’udiva in cucina il crepitare della fiammata, e insieme il leggero strepito del girarrosto.

Padron Carlo recava la zuppiera fumante dei capellini in brodo.

— Tu sei un taumaturgo — esclamò il vecchio cacciatore pregustandone il sapore.

E Gustavo, ghiotto non meno, forse più di suo zio: — Questo riscaldandoci lo stomaco ci porrà in vena di vuotarti la cantina.

L’oste s’inchinò sorridendo e ritornò col piatto dei polli in padella, esalante un odore buonissimo.

Il contenuto del piatto scomparve anch’esso nel ventre capace dei due cacciatori. E altrettanto accadde delle starne arrosto, per inaffiar le quali fecero venire un secondo boccione, essendo il primo ormai vuoto.

Saziate le esigenze della fame, zio e nipote intavolarono una conversazione, dalla quale, l’oste, che dalla propinqua cucina prestava orecchio, venne a capacitarsi che i due cacciatori erano ricchi signori e che portavano con loro una cospicua somma di danaro.

Avevano lasciata Roma già da tre giorni ed avevano cacciato continuamente riposandosi qua e là nelle osterie di campagna, perché s’era impegnata fra loro una scommessa di resistenza.

— Ti dai per vinto, Gustavo? — domandò l’anziano.

— Vinto veramente non potrei dire perché sono capace di continuare per un’altra settimana. Ma vincitore certamente voi siete zio mio, poiché avete oltrepassato il termine stabilito. Siete forte.

— Ti dispiace.

— Punto. Ed eccovi i cinquanta zecchini della scommessa.

Così dicendo il giovane trasse una borsa di seta, ne numerò i zecchini da darsi allo zio, e gli altri rimasti in buon numero si ripose in tasca. Il vecchio trasse a sua volta la propria borsa, del pari ben fornita di monete d’oro, vi lasciò cadere uno per uno i zecchini del nipote, e rimettendola in saccoccia, disse:

— Alla fine de’ conti è roba che un giorno o l’altro ti deve appartenere.

— Più tardi che sia possibile.

— Grazie, nipote mio, dell’augurio, che lo tengo sincero. La mia cassa, del resto, ti è sempre aperta.


XXXVII.

Doppio omicidio — Il delirio del terrore.

In quel mentre riapparve l’oste, il quale aveva veduto lo scambio delle monete e calcolato quanto potevano contenere le due borse:

— Se i signori desiderassero riposarsi qui, disse umilmente il Castri, ho un buon letto, ci metterò della biancheria di bucato e io dormirò qui su di una panca.

Gustavo consultò lo zio con un’occhiata prima di rispondere. Il cacciatore anziano si accostò alla porta e vide che il cielo era terso e biancheggiante per la luna.

— No, grazie, padron Carlo. Vogliamo tornare a Roma questa sera. Il tempo è bello. Fa freddo, ma siamo ben coperti.

L’oste si inchinò.

— Il conto? domandò Gustavo.

— Oh! ben poca cosa. Facciano il piacer loro.

Il cacciatore anziano tirò fuori un’altra volta la borsa, ne trasse due zecchini e li buttò sopra un piatto rimasto sulla tavola.

— A voi, padron Carlo. Teneteci sempre riservato un bicchiere di vino, come quello che ci avete ammannito stasera. È veramente buono.

— E il signor Iddio li indirizzi spesso da queste parti, rispose l’oste, i cui occhi brillavano di cupidigia.

Sciolti i cani, i cacciatori uscirono colle carabine ad armacollo e si misero per un sentiero traversale che dopo aver serpeggiato per buon tratto, scende verso l’Arco Oscuro.

Ma avevano fatto non più di un centinaio di passi che uno dei cani emise un gemito acuto e cadde al suolo; l’altro non tardò a fare altrettanto.

— Che hanno queste bestie?, domandò colto da un vago sospetto l’anziano, e si chinò verso le due povere bestie che si erano trascinate verso un cespuglio e non davano più segni di vita.

D’un tratto rintronarono due colpi di fucile nella solitudine della notte e i due cacciatori cadevano esamini accanto ai cani. Erano stati colpiti entrambi in pieno petto e quasi a bruciapelo, dal fucile di Carlo Castri, nascosto dietro una siepe, alla quale era giunto prima di loro, per un sentieruccio scosceso.

Il brigante balzò fuori non appena li vide caduti e con due coltellate li finì. Poi caricatiseli un per uno sulle spalle, li trasportò nella macchia vicina, altrettanto fece dei cani, che aveva avvelenati prima dell’uscita dei cacciatori dalla sua osteria.

Scavò rapidamente una fossa e vi gettò i due cani ricolmandola tosto col terriccio; poi s’accinse a fare il medesimo coi due cadaveri, che aveva spogliati nudi, per non perder nulla di quanto era di loro proprietà.

Nella chiarezza del plenilunio la fisonomia dei due assassinati aveva assunto agli occhi dell’oste un carattere strano, minaccioso. Egli era invaso da un panico che non aveva mai provato in vita sua.

Cercava di forzare nella fossa non abbastanza profonda le due teste dei cacciatori, ma queste pareva che balzassero fuori, come mosse da un’interna susta.

La tramontana faceva stormire le fronde degli alberi e a Castri sembrava che quello fosse un suono di voci confuse avvicinantesi a lui. In breve fu in preda al delirio del terrore. Picchiava ferocemente colla zappa sulle teste dei due sepolti e non perveniva a farle scomparire. La luna ritornava ad illuminarle e a lui pareva sogghignassero.

Si alzò, raccolse gli indumenti loro e si mise a fuggire. Ma fatti pochi passi cadde in preda ad un deliquio.

Sull’albeggiare due contadini trovarono i cadaveri sepolti, coi capi che uscivano dal suolo e corsero a darne avviso, benché sgomenti, ai birri che incontrarono sulla via Flaminia. Questi rinfrancatili, si fecero condurre sul posto e rovistando intorno trovarono l’oste tutt’ora svenuto, col corpo del delitto, cioè la roba rubata fra le braccia.

Dovettero levarselo sulle braccia e trasportarlo all’Arco Oscuro, dove depostolo sopra un carretto, fortemente e solidamente legato, lo fecero trasportare alle carceri di Roma, seguito da un di loro. Gli altri operarono il diseppellimento dei due cacciatori.

Carlo Castri sempre in preda al delirio febbrile stette parecchi giorni fra morte e vita, ma le premurose cure dei carcerieri e dei medici addetti alle carceri lo salvarono e si poté istruire il processo a suo carico. Schiacciato dalle prove del suo delitto, non tentò di negare, confessò la grassazione dei due cacciatori, ed altre ancora, esortato dai giudici, i quali per istrappargli i segreti sino allora da lui così accortamente custoditi, gli facevano balenare la probabilità della grazia, in premio della sua sincerità. E ad ogni nuova confessione il suo trattamento carcerario migliorava.

Ma quando Carlo Castri, credette ormai di aver salvata la pelle, fu pronunziata la sentenza che lo condannava alla forca ed allo squartamento.

Abbiamo già veduto come l’accogliesse e come espiasse la pena de’ suoi misfatti.